Il valore delle diversità
Una grande conquista del marxismo fu quella di aver legato la struttura alla sovrastruttura e di aver riconsiderato l’etica, l’estetica e la morale come derivative dai rapporti di produzione.
In conseguenza di ciò, fino a qualche anno fa un marxista che avesse voluto manifestare tendenze e convinzioni conservatrici nella sfera privata sarebbe stato tacciato di essere un sostanziale imbecille, perché la morale, la religione e l’immaginario erano la sovrastruttura del potere, ergo separare l’etica dall’estetica sarebbe stato un controsenso e un errore.
L’epiteto “imbecille” stavolta non è farina del mio sacco e della mia sindrome di Tourette, ma fu una precisa scelta linguistica del poeta marxista Franco Fortini in risposta a un povero militante comunista che, a metà degli anni Settanta, in una lettera a un giornale, aveva ammesso di non amare la rivoluzione dei costumi e di sentirsi più felice dentro un ambito tradizionale.
Io credo che questa roba sia saltata da un bel pezzo e che Pasolini, a differenza di Fortini e di tutti gli altri intellettuali del tempo, avesse profondamente capito che la distruzione del passato è la prima e più spietata necessità del capitalismo.
Eppure, ancor oggi, i più manifestano un’enorme difficoltà a vivere questa contraddizione, per paura di doverne trarre le necessarie conclusioni.
Oggi un sincero e democratico socialista, che non si senta in qualche modo un conservatore, ha grandi probabilità di essere un imbecille, perché il socialismo è una realtà del presente e un’opzione per il futuro, ma nel nostro mondo è soprattutto una forza del passato (peraltro ibridata nel passato con il comunismo ndr).
Il quid della questione è che il cambiamento dei costumi, il deragliamento dei sensi e la sconfitta del mondo ancestrale sono il frutto non dell’Illuminismo, non del Socialismo ma della civiltà del consumismo e del mercato.
Capire questo passaggio non significa rinunciare per principio a quanto di giusto, di sensato e di razionale è stato prodotto da questa rivoluzione, ma penetrare nella torsione totalitaria che queste istanze di giustizia hanno subito e ragionare, in qualche caso, sull’eventualità di fallacie ab origins.
Il progressismo liberale della sinistra contemporanea occidentale è compiutamente anti-socialista e le sue varianti radicali sono tali in virtù della violenza con cui si stagliano contro qualsiasi visione comunitaria. E, invece, il socialismo è un comunitarismo radicale.
Ciò detto, sarebbe molto più interessante provare a dare significati e dei limiti a questo nuovo fantomatico “conservatorismo” che non può e non deve diventare un’ideologia regressiva, perché se il passato non è un inferno di ingiustizia e di barbarie da combattere con ogni mezzo, non è nemmeno un Eden a cui ritornare.
Il passato è un serbatoio immenso di soluzioni sensate che sono state prodotte da menti eccezionali e dalla vitalità della cultura popolare; la loro conquista ha comportato il sacrificio di milioni di vite, ergo queste soluzioni vanno salvate, preservate, rinverdite, recuperate e messe a servizio del presente e del futuro.
Col passato tocca farci pace, gli esseri umani hanno elaborato un’infinità di modi di campare su questo sasso colorato e questi modi non sono tutti – o soltanto – sovrastrutture del potere da superare per arrivare al paradiso in terra della società senza classi, perché ciò non è successo e non succederà, il conflitto è ineliminabile dalla condizione umana.
Un conservatore non usa il passato per mettere in discussione la parità tra gli uomini e le donne o l’uguaglianza di tutti gli abitanti della terra, ma riconosce e valorizza le diversità contrapponendo la difesa del concetto di prossimità all’indistinzione irenica del globalismo, ragionando sulla tragicità delle conseguenze sociali che la torsione capitalistica ha operato rispetto a questi principi sacrosanti.
Un conservatore prova a individuare il punto di frattura tra la libertà personale e la coesione sociale, perché tutte le volte che una comunità viene distrutta a rimetterci sono sempre i deboli.





