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Doha, il tavolo dove si decide il futuro del Golfo Persico

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Doha, tavolo negoziale

Doha il punto di contatto tra due scenari opposti

I colloqui indiretti di Doha tra Stati Uniti e Iran non riguardano soltanto la questione nucleare.

Rappresentano piuttosto il tentativo di gestire una crisi che, fino a poche settimane fa, sembrava destinata a trasformarsi in una guerra regionale aperta e potenzialmente capace di coinvolgere l’intero sistema di sicurezza del Golfo Persico.

Tra diplomazia, deterrenza e pressione militare, Washington e Teheran stanno sperimentando un equilibrio estremamente fragile nel quale il negoziato e la minaccia dell’uso della forza procedono parallelamente, senza escludersi a vicenda.

Doha sta diventando il simbolo di una nuova fase geopolitica, il luogo nel quale si decide se il Medio Oriente si avvierà verso una difficile stabilità regionale oppure verso una nuova escalation militare.

Secondo indiscrezioni provenienti da fonti considerate vicine ai negoziati, Teheran avrebbe subordinato il proseguimento delle discussioni all’attuazione preliminare di cinque punti contenuti nel memorandum d’intesa raggiunto con Washington, attribuendo carattere prioritario allo sblocco dei fondi iraniani e alla loro disponibilità per la banca centrale della Repubblica islamica.

La richiesta appare tutt’altro che marginale, per la leadership iraniana il tema finanziario rappresenta il principale indicatore della reale volontà americana di trasformare il dialogo in un percorso negoziale concreto e non semplicemente in uno strumento destinato a congelare temporaneamente la crisi.

Nelle stesse consultazioni sarebbe emersa anche la questione dello Stretto di Hormuz, snodo attraverso il quale continua a transitare una quota decisiva delle esportazioni energetiche mondiali.

Teheran continua a rivendicare la propria centralità strategica nello stretto e il proprio ruolo nella sua sicurezza insieme all’Oman, riaffermando implicitamente che nessun assetto regionale potrà essere costruito senza il coinvolgimento diretto dell’Iran.

Parallelamente la Repubblica islamica continua ad accusare Israele di ostacolare l’attuazione dell’intesa attraverso il mantenimento della propria presenza militare in Libano, segnale di come i diversi teatri mediorientali risultino ormai strettamente interconnessi e difficilmente separabili all’interno di una singola trattativa.

Da Washington il presidente Donald Trump ha scelto di trasmettere un messaggio di cauto ottimismo, sostenendo che il processo di denuclearizzazione iraniana starebbe procedendo e sottolineando come i mercati energetici abbiano assorbito senza particolari tensioni le recenti operazioni militari americane contro le infrastrutture strategiche iraniane.

Dietro questa apparente fiducia continua però a esistere un dibattito strategico interno all’amministrazione americana. Secondo indiscrezioni provenienti da ambienti vicini alla Casa Bianca, il presidente avrebbe valutato insieme ai vertici del Pentagono e dello Stato Maggiore la possibilità di riprendere operazioni militari di vasta scala con l’obiettivo di completare il processo di degradazione delle capacità nucleari iraniane avviato nei mesi precedenti.

La discussione interna non sembra riguardare la scelta tra guerra e pace, bensì lo strumento più efficace per raggiungere il medesimo obiettivo strategico, quello di impedire definitivamente a Teheran di trasformare il proprio programma nucleare in una capacità militare irreversibile.

Per il momento la Casa Bianca avrebbe scelto di privilegiare la via diplomatica, nella convinzione che un ritorno immediato alle ostilità rischierebbe di compromettere le possibilità di ottenere attraverso il negoziato risultati più duraturi di quelli ottenibili sul piano esclusivamente militare.

Significativa appare anche la disponibilità americana a non considerare vincolante la scadenza del 18 agosto prevista dal memorandum d’intesa. Una scelta che suggerisce come Washington consideri il tempo non un vantaggio per l’Iran, ma uno strumento negoziale capace di mantenere contemporaneamente pressione economica, deterrenza militare e margini di manovra diplomatici.

Da Teheran, nel frattempo, il presidente Masoud Pezeshkian continua a ribadire la volontà iraniana di rispettare gli impegni assunti, chiedendo reciprocità e invitando la comunità internazionale a sostenere un processo negoziale capace di sostituire la logica della forza con quella della stabilizzazione regionale.

Sul mare, tuttavia, la situazione racconta una realtà più complessa, nello Stretto di Hormuz il traffico commerciale continua a procedere a ritmi ridotti e sotto l’attenta supervisione iraniana, mentre la calma apparente del Golfo Persico non ha ancora cancellato il rischio di nuove tensioni.

Secondo diverse valutazioni strategiche, Washington starebbe cercando di convincere Teheran che un accordo sul nucleare potrebbe garantire benefici economici e politici superiori rispetto ai vantaggi derivanti dal controllo dei flussi marittimi e dei pedaggi energetici dello stretto.

Il rischio è che il protrarsi dell’incertezza trasformi la gestione della crisi in una condizione permanente.

Doha non rappresenta, quindi, soltanto il luogo della negoziazione sul nucleare iraniano. È diventata il punto di contatto tra due scenari opposti, la costruzione di un nuovo equilibrio regionale oppure la preparazione di una nuova fase del confronto strategico nel Golfo Persico.

Nel Medio Oriente il tempo raramente è neutrale. Più spesso diventa esso stesso uno strumento di potere, capace di favorire alcuni attori e di indebolirne altri.

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