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Disertori da divano

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Disertori da divano

I nostri giovani disertano una chiamata alle armi immaginaria

L’Iran brucia e si infiammano i cuori delle mamme italiane che hanno paura. La colpa è dei Comuni, che hanno pubblicato le liste di leva dei nati nel 2009. Carta, nomi, date di nascita. Nient’altro. Ma tanto è bastato.

A Napoli l’assessore ai servizi demografici è stato costretto a intervenire pubblicamente per spiegare che si tratta di una procedura ordinaria, non di una mobilitazione. Che queste liste si compilano ogni anno dal 2005. Che non è una chiamata alle armi. Inutile. La paura corre più veloce della burocrazia.

Gli adolescenti, la generazione più morbidamente sconquassata di sempre, sono andati in ansia e hanno dichiarato che in caso di guerra si sarebbero squagliati, preferendo la diserzione al servire il proprio Paese.

Ma non è una reazione inattesa.

Ragazzi che hanno elevato la diserzione a filosofia di vita. Disertano la scuola e la chiamano protesta. Disertano le lezioni e la chiamano occupazione. Disertano il dovere civico e lo chiamano diritto.

Disertano persino le guerre che non li riguardano, da un esercito che non li cerca, per una chiamata che nessuno ha fatto. E ne vanno fieri. Ci fanno i TikTok. Ci prendono i like.

Sui social il coro è unanime. “Io in guerra non ci vado.” “Diserto e scappo all’estero”. Video da centinaia di migliaia di visualizzazioni. E non sono solo i ragazzi.

I genitori fanno peggio. “I miei figli resteranno disertori a vita!”, proclama un padre. “L’Italia non mi rappresenta più!”

Un altro sfida lo Stato: “Che vengano a prelevare i miei figli da casa, vorrei tanto vedere come potrebbe finire”. Diserzione per procura. Lo Stato che non li rappresenta più va benissimo quando eroga la sanità, la scuola gratuita, le strade, la pensione. Non li rappresenta più solo quando chiede qualcosa in cambio.

L’articolo 52 della Costituzione recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Sacro. Dovere. Ma nessuno li ha convocati. Nessuno li convocherà. La presidente del Consiglio lo ha detto in Parlamento: “L’Italia non è in guerra e non vuole entrarci.”

Disertano una chiamata immaginaria. Il che li rende non disertori ma qualcosa di peggio: codardi senza nemmeno il pretesto della codardia.

Sempre pronti a scendere in piazza sotto casa per la Palestina, per Maduro, persino per Khamenei, non sono disposti a scendere dal letto per difendere la Patria. Solidali fino allo striscione. Coraggiosi fino al fumogeno. Poi basta.

Il sigillo lo ha messo Dargen D’Amico a Sanremo 2026. Sul palco dell’Ariston con Pupo e Fabrizio Bosso, un mash-up di “Su di noi”, “Gam Gam” e “Il Disertore” di Boris Vian.

Standing ovation. Chaplin. Papa Francesco. Applausi, commozione, lacrime. E nessuno a chiedergli: come fa a non vergognarsi insieme a quelli che gli hanno concesso il plauso?

Mentre i disertori in babbucce girano i video, i soldati veri stanno nei bunker. Trecento militari italiani ad Ali Al Salem, in Kuwait. A Erbil, Camp Singara, stessa storia.

Il colonnello Pizzotti in collegamento: “Il morale del personale è alto. Volevamo rassicurare le famiglie”.

Sono loro a rassicurare noi. Non il contrario. Non fanno TikTok dal bunker. Non scrivono al TAR. Stanno lì, fanno il loro lavoro, e quando li tirano fuori la prima cosa che dicono è: stiamo bene, non vi preoccupate.

Ma immaginiamolo davvero, lo scenario che terrorizza i disertori da divano. Mobilitazione generale. I figli partono.

E le mamme? Aprono i gruppi WhatsApp. Caserma per caserma. Come hanno fatto per la scuola materna, le elementari, le medie, il liceo, il campus estivo.

Stessa struttura, stessa dinamica, stessa furia organizzativa. Cambia solo lo sfondo: non più l’aula magna, ma il cortile d’armi.

“Mamme Caserma Cecchignola”: 347 messaggi non letti. “Ma è vero che li svegliano alle 5? Mio figlio non si è MAI alzato prima delle 9, ha il cortisolo delicatissimo”. “Chi è il comandante? Qualcuna ha il numero? Il menu della mensa non prevede opzioni per intolleranti al lattosio”. “Ragazze, mi ha scritto Cristian, dice che il materasso è duro. Posso mandare il topper in memory foam con il corriere o devo fare domanda?”

E sotto ogni messaggio, la firma automatica: un cuoricino, il nome del figlio e la frase “Mamma ti ama incondizionatamente”.

Una madre ucraina che vive a Roma non ha nessun gruppo WhatsApp. Ha un rosario e un figlio al fronte che non le manda messaggi vocali sulla durezza del materasso. Le manda un messaggio solo quando può: “Mamma, stiamo resistendo”. E lei resiste con lui. In silenzio. Senza autocertificazioni.

Turisti della disobbedienza con il biglietto di ritorno già in tasca. Il viaggio non prevede né bunker, né rosari, né trincee. Solo un divano, uno smartphone e l’autocertificazione della propria vigliaccheria.

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