Home Cultura La mala fede

La mala fede

0
La mala fede

Come uccidere una civiltà

Un pregevole articolo di Roberto Riccardi mi ha ispirato questo breve intervento.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/2026/03/10/pugni-senza-vergogna/

Una larga parte della società occidentale, e italiana in particolare, agisce in completa malafede e disonestà intellettuale.

Tanti anni fa, nel corso di una serata a lui dedicata da Maurizio Costanzo, udii Michele Santoro, allora assai famoso e carismatico presso i trinariciuti, affermare che la verità si poteva raggiungere solo attraverso la sintesi pseudo-hegeliana tra due falsità faziose.

Come spesso avviene, questi concetti assurdi i socialcattocomunisti li adottano non solo per malafede, appunto, ma anche e soprattutto per ignoranza.

La disonestà intellettuale, quale mezzo rivoluzionario di lotta e di predominio, costituisce un veleno a lento accumulo, letale per qualsiasi società antica o moderna.

La grande Atene, la culla del pensiero, fu devastata dalla tirannide della plebaglia aizzata dai demagoghi. Non si riprese mai più.

Certo, la disonestà intellettuale, la falsità e la doppiezza costituiscono sicuramente un comodo strumento di lotta politica, soprattutto se utilizzate nei confronti di una società di tipo borghese che, con tutti i suoi difetti, è stata plasmata imitando alcuni valori positivi di antichissima origine.

La grande maggioranza della popolazione occidentale, anche quella apparentemente qualificata (istituzioni, accademia, professioni, intellettuali), crede che la nostra società sia sostenuta da incrollabili pilastri garantiti in base a non si capisce quale rassicurazione umana o divina.

Come accade nelle relazioni interpersonali, dare per scontato il partner, l’amico, il socio in affari, non è mai una buona scelta. Tale atteggiamento conduce spesso e volentieri alla fine del rapporto.

Ecco perché un Occidente stupito (o stupido, fate voi), assiste al fallimento del diritto internazionale, alla crisi dell’ONU, a quella dell’UE, etc., senza capire le cause profonde di tali situazioni.

Questo accade perché manca una prospettiva profonda sul percorso storico che ci ha condotti sino agli eventi attuali.

Consideriamo questa nostra situazione, storicamente eccezionale, di relativa pace e tranquillità come un diritto inalienabile. Che fessi!

In somma approssimazione, la cultura occidentale si è formata attraverso la non facile armonizzazione tra retaggio etico giudaico-cristiano e pensiero filosofico classico.

Va aggiunto un ulteriore elemento: il diritto romano, prontamente assunto dalla Chiesa e poi dalle altre istituzioni europee, che diventò la spina dorsale della nostra civiltà.

E non è mai morto.

Non parlo della pur fortissima influenza sulle grandi codificazioni moderne, sia sul Code Napoléon del 1804, sia sul BGB, il Bürgerliches Gesetzbuch del 1900, prodotto sommo della pandettistica tedesca.

Questa famosa scuola di studi giuridici si dedicò all’analisi critica delle disposizioni del Corpus iuris civilis di Giustiniano e, in particolare, della parte denominata, appunto, Pandette.

Queste grandi opere ebbero una grande influenza sul nostro Codice civile del 1942, ormai dilaniato dalle orride leggi speciali che giuristi, in gran parte asserviti ai partiti, hanno formulato in queste decadi.

Ma l’eredità romanistica, in queste codificazioni, rimase occultata all’interno delle nuove norme, perdendo ogni carattere sistematico.

Carattere che, almeno parzialmente, appartiene tuttora al diritto romano-olandese (Rooms-Hollands recht, in Sud Africa: Romeins-Hollandse reg) che tuttora vive e prospera.

Sebbene il diritto romano-olandese sia stato sostituito proprio dal Code Napoléon nei Paesi Bassi già all’inizio del XIX secolo, le pratiche e i principi giuridici del sistema romano-olandese sono ancora applicati attivamente e passivamente dai tribunali dei Paesi che facevano parte dell’impero coloniale olandese o dei Paesi influenzati dalle ex colonie olandesi: Guyana, Sudafrica (e i suoi vicini Botswana, Lesotho, Namibia, Eswatini (ex Swaziland) e Zimbabwe), Sri Lanka, Indonesia, Suriname e Timor Est.

Oggidì tutti fanno i furbetti, perché questa è la mentalità corrente, ma trattasi di una strategia perdente, soprattutto a livello economico commerciale.

Il furbetto uccide l’economia e la società.

Il furbetto keynesiano poi, che drena risorse dalla gente che produce per alimentare una pubblica amministrazione elefantiaca e largamente poco utile, ovvero per dare incentivi ad imprenditori amici, che poi sostengono il furbetto medesimo, rappresenta letteralmente il killer della società stessa.

Per fare un solo esempio, chi pagherà il conto, anche morale, delle politiche green della UE?

Ma il problema era presente anche nell’antichità.

I “furbi” uccidevano il commercio e, in questo modo, la possibilità di far evolvere l’economia.

Anche tali concetti fanno parte della storia del “famoso” diritto internazionale.

Nel mondo greco, quello a noi più vicino per storia e mentalità, si conoscevano fenomeni come le anfizionie, leghe sacrali di stirpi o di città stato che solitamente gravitavano attorno ad un particolare santuario.

Inoltre, una certa tutela veniva offerta dal rapporto tra città madre e le sue colonie ovvero con gli stanziamenti derivati da un ceppo comune.

A Poseidonia, meglio nota oggidì come Paestum, un recinto arcaico, costeggiato dalla Via Sacra, circonda il Sacello ipogeo, oppure “Heroon” (cioè, tomba dell’eroe) costruito alla fine del VI secolo a.C..

Questo monumento è un cenotafio a forma di tomba a camera, costruito con blocchi di calcare e con una copertura a doppio spiovente, costituita da lastre calcaree ricoperte da tegole d’argilla.

Si tratta, a quanto sembra, di una tomba “fittizia”, dedicata al fondatore mitico e divinizzato della città greca (forse chiamato “Is” come il fondatore di Sibari), tomba presso la quale si svolgevano cerimonie e sacrifici.

Il vano, sigillato fin dal primo momento, presentava come corredo, fra l’altro, una serie di notevoli vasi arcaici di ceramica e di bronzo di provenienza corinzia, alcuni dei quali contenenti ancora, al momento della scoperta, residui di miele.

Ecco, come indica anche Strabone, lo stretto legame tra Poseidonia e Sibari, a sua volta fondata dagli Achei di Elice in Peloponneso, poteva garantire un trattamento reciproco diciamo “ragionevole”, ma nulla di più, e non in modo certo.

E i soggetti estranei a tali rapporti etnico-sacrali, su quali garanzie potevano contare sia a livello personale che commerciale nei loro rapporti?

La risposta è: garanzie molto fragili.

Anche la sofisticata Atene faticava a tutelare i non cittadini e nelle altre realtà era molto peggio.

L’istituto della prossenia, l’unico previsto a protezione degli stranieri e dei loro interessi, non era molto efficace.

La figura del proxenos la dobbiamo leggere come quella di un console onorario, nulla di più.

Una data potenza, ad esempio Sparta, conferiva un mandato ad un cittadino influente di Atene, come avvenne per Cimone nel V secolo a.C..

L’efficacia dell’intervento di questo incaricato da parte di una singola potenza straniera, si estendeva esattamente sino al limite della personale influenza del prosseno stesso.

Ma non si creda che anche all’interno delle singole entità i rapporti tra cittadini a tutti gli effetti fossero correttamente gestiti.

Ecco un altro errore da evitare.

Certo, il codice di Hammurabi ci stupisce ancora per il suo contenuto, ma nulla ci racconta della sua pratica applicazione.

In caso di grande disparità di livello sociale tra i contendenti, quale comportamento, in concreto, assumeva il giudicante?

Ve ish ki yitten mum ba’amitov ka’a sher a ‘sah ken ye aseh lo.

Quando uno avrà fatto una lesione al suo prossimo, gli sarà fatto come egli ha fatto.

Levitico 24,19

Il successivo 24, 20:

frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro.

Ecco un brano che tanto eccita gli odiatori delle Scritture e che viene citato, a totale sproposito, quale indizio di barbarie e obsolescenza della Sacra Bibbia; al contrario, la norma serve invece a tenere onesto il giudice anche in caso di forti diseguaglianze sociali e costituisce, guarda un po’ caro materialista ottuso, uno dei punti fondamentali di una giustizia efficace.

Questo passuk, inoltre, rappresenta l’applicazione pratica del sogno (fallito) di Montesquieu: il giudice come semplice bocca della legge.

Invece, i giudici moderni in tutto l’Occidente sono divenuti un partito politico, ma ciò ci porterebbe lontano, anche se l’argomento è limitaneo rispetto a quello qui trattato.

Sì, perché furono degli ottimi giudici a cambiare il destino di Roma.

Secondo la tradizione, solo nel 367 a.C. fu creato un pretore per esercitare la giurisdizione in Roma (praetor urbanus). Accanto al pretore urbano ne fu creato, nel 243 a.C., un altro, cui spettava l’esercizio della giurisdizione fra cittadini e peregrini di diverse nazionalità, col nome di praetor peregrinus.

Questi magistrati crearono un diritto nuovo (ius honorarium) che andò ad affiancarsi all’esistente ius civile.

L’istituto maggiormente rilevante fu probabilmente quello dell’introduzione, sia nei rapporti tra cittadini, sia nei rapporti con soggetti non romani, dell’azione secondo buona fede, nella quale i poteri del Pretore erano assai più liberi, rispetto alle forme stilizzate e spesso arcaiche del ius civile, contrapposto al nuovo diritto denominato, per i rapporti con gli stranieri, ius gentium.

La buona fede riguardava i principali rapporti economici in materia di diritto delle obbligazioni: contratti di vendita, locazione, società e mandato.

Ecco una delle armi più potenti di Roma accanto alle sue legioni: la buona fede.

Nel codice del ’42, erroneamente definito fascista da alcuni male informati (le oscene leggi razziali furono letteralmente paracadutate all’interno di un testo di matrice liberale), la buona fede venne ingenuamente prevista da alcune norme.

L’art. 1175 c.c. è riservato al comportamento dei soggetti legati da un obbligazione; l’art. 1337 ci parla della buona fede nelle fasi che portano alla conclusione del contratto; l’art. 1366 ci ammonisce che il contratto deve essere interpretato secondo buona fede; infine, l’art. 1375 c.c. impone di eseguire il contratto in buona fede.

Dico ingenuamente perché sia i magistrati che gli avvocati, generalmente, guardano alle norme sulla buona fede con un misto di divertimento e disdegno.

Roba vecchia, roba incomprensibile nella civiltà moderna: roba quasi inapplicabile.

La buona fede, infatti, si collega a concetti ormai obsoleti.

Tutti hanno diritto a mentire impunemente, ad approfittare al massimo delle situazioni, a farsi i propri affari fino in fondo.

E la stessa ragione per cui i magistrati civili italiani applicano rarissimamente il maggiore deflatore del carico giudiziario: l’applicazione della lite/resistenza temeraria.

Non lo fanno a causa di una mentalità diffusa, di un pregiudizio psicologico.

Sono materialisti e, soprattutto, relativisti.

Per la maggioranza di questi signori, nessuno ha veramente ragione… siamo tutti un po’ sporchi, un po’ colpevoli; quindi, come si fa a prendere decisamente una parte rispetto ad un’altra?

Il carico giudiziario si sgonfierebbe immediatamente se si applicassero correttamente quelle norme.

Siamo una bella società avanzata, a cui anche un antico romano del III secolo a.C. avrebbe sputato addosso.

Presto questi presunti intellettuali che ancora ci rampognano continuamente dai media, dall’accademia e dalle istituzioni, questi occupanti socialcattocomunisti che seguono, però, il vitello d’oro creatosi sulle frontiere americane, scopriranno l’amara verità.

L’abbandono degli immortali valori da ultimo elaborati dalla borghesia europea in cambio di una cultura materialista, marxista e, da ultimo, anche ultraliberista, ha completamente devastato la nostra società.

Lo schifo delle polemiche quotidiane riguardo al referendum, principalmente da parte del fronte del no, la dice lunga.

Quis custodiet ipsos custodes? Non ce la possono fare: più diventano scalmanati più giustificano anche le critiche più feroci.

Cade la maschera; molti di noi sapevano bene con chi avessimo a che fare sin dai tempi dei Pretori d’assalto e del caso dell’olio di colza.

Ora lo possono vedere tutti.

Alcuni atti spiritualmente criminali sono difficili da reprimere, soprattutto in una società stupida come la nostra, ove il comportamento socialmente virtuoso è stato preso in ostaggio da una fazione divenuta intellettualmente delinquente.

La chiesa purtroppo non aiuta, anzi zuppica, pardon zoppica, quando non condivide ciò che dovrebbe reprimere.

Anche lei pensa quasi solo alla materia e alimenta questo quadro desolante e, soprattutto, non condanna i doppi standard e la doppiezza in generale.

Ecco perché, in assenza di “buona fede” a tutti i livelli, la società si sgretola e rimane solo il potere crudo e grezzo.

Purtroppo, non c’è soluzione.

Non c’è modo di tornare indietro e fermare il torrenziale flusso di menzogne quotidiane, di far tornare concetti quali la dignità della persona, il valore della parola data e, in generale, quell’evoluzione della buona fede che veniva riassunta nella locuzione pacta sunt servanda.

Anzi continuiamo a costruire luoghi dove si insegna a mentire meglio e questa bella pratica la definiamo “comunicazione”…

Solo attraverso il pentimento indotto da circostanze estreme, solo attraverso la totale riconsiderazione completa dei presupposti fondamentali dei nostri rapporti sociali, sarà possibile tornare alla buona fede, come avvenne con la predicazione di San Francesco d’Assisi, di cui ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte.

Purtroppo, come dimostra inequivocabilmente l’orrido trattato tanto propugnato dal Cardinale Parolin, il Francesco dei nostri tempi era made in China…

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui