
di Achille Nobiloni
Ieri mi hanno detto più o meno che: 1) l’Europa che si arma acquista forza politica, 2) la forza politica dell’Europa è prima fattore di pace, 3) poi diventa fattore per un disarmo radicale.
Questa cosa a me sembra uno spreco incredibile di tempo e di risorse: non si potrebbe saltare un passaggio?
Non si potrebbe puntare direttamente a uno scenario di pace e collaborazione evitando di metterci a spartire territori e zone di influenza e invece provare a condividere le “nuove armi” offerteci dal progresso: ricerca (medica, tecnologica, digitale, spaziale, ecc.); risorse energetiche (vecchie e nuove); progetti di istruzione, formazione, avviamento al lavoro, interscambio culturale; piani internazionali di bonifica e salvaguardia dell’ambiente; progetti internazionali di sviluppo sociale e lotta alle diseguaglianze…e via dicendo?
Ecco, io una nuova Yalta me la immagino così: si mettono sul tavolo tutti i problemi, esigenze e risorse di tutti e si cerca di vedere come organizzare condividere e far funzionare il tutto con il miglior risultato per tutti… altro che dire: “Io ho 6.000 testate nucleari e voglio l’Ucraina”; “Io ne ho 5.000 e voglio la Groenlandia e prima o poi me la prendo”; “E l’Europa?”; “Chi… l’Europa? Quante armi ha l’Europa? Mhmhm si vedrà”.
Lo so anch’io che è un’idea da visionario ma (il paragone non vuole certo essere irriverente!) anche Spinelli, Rossi e Colorni in quel di Ventotene erano visionari: loro sognavano una Europa federale, io nel mio piccolo sogno una grande conferenza in cui il futuro del mondo possa essere disegnato con le idee e la buona volontà anziché con il conteggio delle armi.
Lo so bene che non è un obiettivo facile da raggiungere ma se non ci si prova nemmeno di certo non ci si riesce… figurarsi ad andare nella direzione opposta!
Se tutti pensassero che la strada migliore da seguire sia: 1) il riarmo, che da forza politica; 2) la forza politica, che porta alla pace; 3) la pace, che porta a un disarmo radicale, temo che i rischi sarebbero, e purtroppo sono: a) quello di non arrivare da nessuna parte; b) quello di restare impantanati all’infinito sul mappamondo con in mano goniometro e compasso a disegnare zone d’influenza e nuove cortine di ferro; c) che alla fine qualcuno si stufi e venga colto dalla curiosità di vedere se e quanto nella pratica il suo arsenale sia veramente più potente di quello del proprio dirimpettaio.
Io penso che chi vuole la pace dovrebbe prima di tutto concentrarsi sulla costruzione della pace.
Del resto cosa vedrebbero più di buon occhio i russi, quelli stanchi di Putin: un’Europa che dica: “Intanto mi armo fino ai denti e poi si discute” o un’Europa che offra loro opportunità di collaborazione e sviluppo?
Secondo me a volersi ostinare sulla deterrenza militare si trascura il resto e ci si allontana dalla soluzione dei problemi.
E poi, diciamolo, se nel 1941 in piena seconda guerra mondiale Spinelli, Rossi e Colorni potevano sognare un’Europa federale comprensiva di tutti i principali Paesi fra i quali, pur con tutte le cautele del caso, Francia, Germania, Italia e Regno Unito… perché mai oggi non dovrebbe essere possibile sognare, e magari iniziare a lavorarci al meglio che si può, un mondo globalizzato e pacifico?





