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A PROPOSITO DI GIOVANNI FALCONE

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di Raffaele Romano

Le parole che pronunciò Falcone davanti ai giudici del CSM, nel 1991, quando dovette difendersi dicono tutto: “Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo. Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto

è l’anticamera del komeinismo”. Ad oggi nessuno ha indagato sul movente della uccisione di Falcone e “per quale motivo la mafia doveva vendicarsi anni dopo le condanne emesse dal maxi processo e non in quell’epoca? e perché, al contrario di quanto fino ad allora fatto, la mafia si servì di un attentato di tipo militare e perché in quel preciso momento storico con lo Stato senza guida per IL TERREMOTO di tangentopoli?

Valentin Stepankov, Procuratore generale che guidava le indagini sui fondi del Kgb e del Pcus si dimise dall’incarico subito dopo l’uccisione di Falcone ed il Presidente Francesco Cossiga confidò a Paolo Guzzanti che l’ambasciatore sovietico prima e poi russo Adamishin un giorno gli fece una scenata affermando che gli italiani stavamo compiendo un delitto alle spalle del popolo russo perché non facevamo nulla per impedire che il tesoro dell’URSS fosse spedito in Italia per essere riciclato, con una tangente, affinché tornasse poi in Russia nelle mani di bande di predoni e oligarchi dopo la caduta dell’URSS. Cossiga, dopo essersi scusato con Adamishin, se ne informò e ne parlò con Andreotti a capo del governo. Così decisero di affidare il compito a Giovanni Falcone che stava al Ministero di Giustizia senza fare più il magistrato ad affiancare Stepankov a Mosca nelle indagini. Subito dopo gli venne conferito l’accreditamento alla Farnesina col quale fu autorizzato ad andare a Mosca o dovunque occorresse per affiancare l’opera del magistrato russo. In un articolo di Paolo Guzzanti sul Riformista del 23 maggio 2020 così scriveva: “L’indagine di Falcone con i russi andò avanti alacremente: si trattava di rimettere insieme i flussi di denaro che provenivano dalla Russia, si fermavano in una banca italiana e di lì ripartivano per andare a finire in Sicilia in una serie di scatole o matrioske, dalle quali spillava – pagate le transazioni miliardarie – denaro pulito che tornava in Russia. La quantità di denaro è ignota.” Quindi, oltre alle banche di San Marino come aveva riportato anche Renato Altissimo su questa vicenda, si parlò, molto esplicitamente, anche di una banca italiana, di società racchiuse in scatole cinesi, transazioni e/o tangenti e, per concludere, non si conosce a tutt’oggi l’ammontare complessivo di danaro transitato in Italia con questo sistema. Nel frattempo nessuna procura italiana si avvide di tutto ciò preoccupata ed immersa nell’opera di bonifica e moralizzazione solo di alcuni partiti politici.

A questo riguardo e a conferma del doppio binario Russia-Italia sulla rivista Critica Sociale, per la precisione, il numero 10 del 1999 c’è un interessante articolo di Giancarlo Lehner che mise sul piatto elementi che si incastravano perfettamente con quanto prima riportato da Paolo Guzzanti: “Dopo la morte di Giovanni Falcone, le “Izvestia” del 26 maggio 1992 collegano immediatamente la strage di Capaci con l’inchiesta del procuratore russo Valentin Stepankov sui boss comunisti dell’Urss, i partiti fratelli e la mafia siciliana … Gli investigatori russi individuano subito nell’Italia uno dei terminali di quel flusso (scrivevano le “Izvestia”: l’Italia faceva parte del ristretto numero di paesi in cui i soldi del partito e dell’Urss scorrevano a fiumi”). Boris Eltsin, in visita in Italia nel dicembre 1991, chiede collaborazione alle autorità italiane… Il presidente della Repubblica Cossiga, ricambiando la visita nel marzo 1992 affronta di nuovo il problema col leader russo. L’unico magistrato italiano che dà peso alla cosa è Giovanni Falcone, tant’è che si incontra subito col procuratore della Repubblica russa, Valentin Stepankov, a Roma … Vengono concordati tra Falcone e Stepankov nuovi incontri e pianificata la strategia investigativa.” Scrissero le “Izvestia”: “L’Italia non era scelta a caso per gli investimenti del partito.”

Anche il “Corriere della Sera” del 27 maggio 1992, annotò nel suo articolo Lehner, riportava la stessa notizia ovvero che “tra la fine di maggio e i primi di giugno, Falcone sarebbe dovuto venire a Mosca per le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus. La notizia è stata pubblicata ieri con risalto da Izvestia, secondo cui l’omicidio del magistrato “può avere qualche legame con gli avvenimenti in Russia”. Secondo il quotidiano, solitamente attendibile, Falcone sarebbe stato incaricato di coordinare le indagini sul riciclaggio dei fondi del Pcus in Italia, “su invito dell’ex presidente Cossiga”.

Il magistrato ucciso, scrisse ancora Izvestia,” lavorava in coordinazione con la brigata speciale che si occupava della medesima indagine a Mosca” … Il 12 giugno 1992, un altro autorevole giornale russo “Argumenty i Facti”, pubblicava in una intervista all’ex magistrato antimafia russo Telman Gdlian nella quale affermava che Falcone era atteso, pochi giorni dopo dalla strage di Capaci a Mosca, una visita la sua certamente “indesiderata dalle due mafie”. Gdlian aggiunse che Falcone, nella indagine sui fondi del Pcus giunti in Italia, era particolarmente interessato a un traffico di droga proveniente dall’Asia centrale dell’Urss e rivenduta in Italia. Da notare che, secondo Gdlian, i proventi erano sistematicamente reinvestiti in Italia. Lo stesso Valentin Stepankov, appresa la notizia della morte di Falcone, non esitò a dichiarare che gli assassini di Falcone, o meglio, i loro mandanti andavano ricercati tra coloro che guardavano con terrore all’inchiesta più esplosiva del secolo: Pcus, mafia e partiti fratelli.

Per chi volesse approfondire l’articolo è tratto dal libro “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” di Raffaele Romano e lo si trova su Amazon

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  • Redazione

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