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CASANOVA, LA SUA AVVENTURA

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di Antonio Cuzzoli

 “Giacomo Casanova rappresenta il vero italiano del Settecento, apolide e cosmopolita, condannato a una vita corsara dalla mancanza di una patria, di una società, di una fede e di una morale.” Indro Montanelli

Note biografiche

Giacomo Girolamo Casanova nasce il 2 aprile 1725 a Venezia dagli attori Gaetano Casanova , nato a Parma e che in realtà è solo padre putativo (il padre carnale è indicato da Giacomo stesso nella persona del patrizio Michele Grimani, nobile appartenente ad un antico casato veneziano, che, pur non riconoscendolo mai, non mancò, comunque, di offrirgli protezione) e Zanetta Farusso detta “La Buranella”.

I suoi genitori, attori, girovagando su tutti i palcoscenici d’Europa  lo lasciarono alla nonna materna, una donna semplice e affettuosa.

All’età di otto anni, suo padre morì e sua madre rimase sola; dalla nascita e nei primi anni di vita Giacomo appariva gracile, malaticcio, poco intelligente, parlando a malapena e sanguinava costantemente dal naso.

Fino a quando, su iniziativa della nonna, l’incredibile intervento di una “strega” lo fece  “rinascere” in un curioso rituale dove il ragazzino venne rinchiuso in una cassapanca, circondato dalle grida e dai gemiti delle due anziane, e poi cullato da curiosi canti.

La “marangona” gli fece promettere di non dire nulla, come condizione per la sua guarigione. E così a poco a poco l’emorragia si fermò, Giacomo acquistò forza e vigore, cominciò a parlare ed in un anno, lui che non sapeva né leggere né scrivere, divenne un bambino dall’intelligenza vigile, curioso e loquace.

 In effetti, l’epoca esitava tra la stregoneria mondana e la ciarlataneria sorridente da un lato, la razionalità e il materialismo dall’altro. I due ordini di pensiero coesistevano: uno scientifico, l’altro magico. Casanova non si farà mai ingannare: “Le streghe non esistono, ma il loro potere reale è commisurato alla credulità degli uomini”

Con la morte di suo padre, sua madre si  stabili’ definitivamente a Dresda.  “Si sono sbarazzati di me mettendomi in collegio a Padova”, dirà Giacomo ma due anni dopo, avrà imparato l’italiano, il latino, il greco e l’ebraico.

A Padova nel 1742,  compiuti i 17 anni, consegui’ la laurea in diritto civile e diritto canonico.

Giacomo, nato in Calle della Commedia (ora rinominata Calle Malipiero) in un edificio adiacente a Palazzo Malipiero,  frequentò il Palazzo assiduamente dal 1740, essendo divenuto confidente del Senatore Alvise II Malipiero detto Gasparo, un patrizio influente che aveva preso in simpatia questo giovane adulto molto intelligente, curioso di tutto,  spirituale e anticonformista. Almeno fino a quando Giacomo fu trovato in atteggiamenti intimi  con la giovane Teresa Imer, di cui il Malpiero era invaghito.

Il Malipiero era appassionato di scienza ed ermetismo ed introdusse il nostro giovane curioso alla numerologia e alla ghematria, interessi che Casanova arricchì nel tempo, con studio ed interesse costante, di una fine conoscenza del linguaggio simbolico ed esoterico, come chiave per entrare nel mondo dei misteri, la cabala e l’alchimia, per alimentare la propria ricerca iniziatica.

Casanova si dimostro’ agli occhi del Malpiero come un giovane interessante per il suo pensiero critico, e per la curiosità che Giacomo dimostrava per l’ermetismo.

All’età di 18 anni perse la sua affettuosa nonna e cosi’, senza né padre né madre, si lascio’ guidare dalla sua intelligenza, dalla sua memoria prodigiosa, la sua curiosità, scegliendo i suoi valori e i suoi limiti, senza mai averli sottomessi a un partito, a un dogma o a un interesse, se non alla sua domanda di felicità e alla sua ricerca di libertà. Era e rimase, solo e libero.

Conobbe il patrizio Matteo Bragadin, il quale lo mantenne come fosse il proprio figlio. La sua vita brillante ed alcune sue pratiche, però indussero nei Veneziani molti sospetti e così Casanova fu costretto a scappare da Venezia.

Nel 1749 aveva 24 anni e lasciò Venezia per Parigi. Suo compagno di viaggio è l’ amico di una vita, nipote di attori veneziani, Antonio Baletti, che è un massone.

E Giacomo nel febbraio del 1750,  a Lione, a casa di “un certo signor de Rochebaron” (il duca François de la Rochefoucaud), incontrò un “personaggio rispettabile che mi procurò la grazia di essere ammesso tra coloro che hanno ricevuto la luce”: Il suo essere un massone.

Fu iniziato alla massoneria a Lione da “Les Amis Choisis” o “l’Amitié”  della “Gran Loggia Scozzese”. Due mesi dopo, a Parigi, fu riconosciuto come Compagno (il secondo grado) e poi, all’inizio del 1751, come Maestro nella Loggia “San Giovanni di Gerusalemme” a Parigi.

Questa Loggia era diretta dal principe Luigi di Borbone Condé, nipote di Luigi XIV e cugino del Re.

A Parigi, Giacomo visse nell’ambiente colto degli attori italiani, molti dei quali erano massoni. Il fatto che fossero automaticamente scomunicati dalla chiesa dava loro una vera libertà di pensiero, di riflessione e di opinione che riecheggiava le aspirazioni della Massoneria.

La Massoneria, ufficialmente nata a Londra il 24 giungo 1717, ma vivente tra gli uomini da epoca imprecisata, era in quegli anni una sorta di club di servizio per l’intellighenzia mondana, dove ognuno voleva essere uguale all’altro, dal principe al bottegaio, dall’uomo  di  chiesa all’uomo di guerra,  un sistema indiscutibilmente superiore di integrazione e di relazioni sociali.

Trattandosi inoltre di un periodo di liberalizzazione socio-economica , la borghesia pensante si esprimeva, nelle logge, quasi alla pari con nomi molto importanti dell’aristocrazia o della finanza. La massoneria divenne rapidamente uno dei crogioli di queste idee che presto avrebbero capovolto il mondo del vecchio regime.

Nel 1753 Giacomo ritorno’ nella sua città natale e quando torna a Venezia la massoneria non era ancora arrivata.  Almeno quella “ufficiale”…

La massoneria fu  vietata dalla Chiesa a causa del multiconfessionalismo delle logge (protestanti, ebrei, musulmani, atei) e del fatto che i suoi seguaci pronunciano un giuramento di fedeltà al segreto che, secondo il testo, sembrava incompatibile con il dovere della confessione.

Ma il nostro Giacomo aveva 28 anni e il suo gusto per le donne e la sua insolente libertà lo avrebbero incautamente impegnato in mesi di dissolutezza libertina che lo porto’ in prigione perché si permise di avere una piccante avventura con due suore. Inoltre l’Ambasciatore di Francia presso la Serenissima, Abbé de Bernis, era un massone ma due giorni dopo che quest’ultimo fu richiamato a Parigi, Casanova fu arrestato la mattina presto da 40 arcieri, ed  accusato di empietà, pratiche occulte, libertinismo e di essere un massone. Inoltre, nella sua biblioteca come prova fu trovata copia della  “Clavicola di Salomone” testo chiave della magia e della stregoneria.

Di conseguenza venne rinchiuso nei Piombi, ma il 31 ottobre 1756 riuscì ad evadere. Questa fuga lo renderà estremamente celebre. Ormai in esilio fu visto ovunque nell’Europa.

Dopo la fuga, eccolo di nuovo a Parigi: qui fu arrestato una seconda volta per bancarotta. Rilasciato dopo alcuni giorni, riprese i suoi innumerevoli viaggi che lo portarono in Svizzera, Olanda ed a Londra. Successivamente si reco’ in Prussia, Russia e Spagna.

Dal 1760 in poi, si è trovato ovunque nella grande Europa dell’Illuminismo senza un vera spiegazione della logica di questi movimenti: da Madrid a San Pietroburgo, scendendo ad Istanbul e risalendo fino a Venezia. E per niente in modo lineare: tanto avanti e indietro, come a saltelli (sapendo che in diligenza, si possano fare circa 30-40 km al giorno…).

E ovunque  andasse le porte più chiuse si aprivano, godendo di una sorprendente capacità interpersonale, e disponendo di ingenti somme di denaro.

Questo è comprensibile solo se ci fermiamo a una piccola frase delle sue memorie: “Ci sono segreti di cui io non sono il padrone”.

Casanova per quanto prodigo di dettagli riguardanti la sua vita, si veda quando indica il suo ingresso nella Massoneria, mantenne una vera discrezione riguardo alle sue attività massoniche: “Possiedo segreti di cui non sono il maestro”…

Nel 1769 ritorno’ in Italia, ma dovette aspettare due anni prima di ricevere il permesso di tornare a Venezia.

Giacomo Casanova morirà il 4 giugno 1798 nello sperduto castello di Dux, l’attuale Duchnow in Boemia, dove era vissuto negli ultimi suoi anni ufficialmente come custode bibliotecario. Morendo pronuncio’ le ultime, celeberrime parole “Gran Dio e testimoni tutti della mia morte: son vissuto filosofo e muoio cristiano”.

Il personaggio Casanova

Della morte pensava che si trattasse solo di un “mutamento della forma”. Direi come ogni buon cultore dell’esoterismo alchemico.

Casanova fu uomo libero, avventuriere per spirito di vocazione,  così come avventuriere fu  per necessità un suo contemporaneo, per alcuni versi simile al nostro, Giuseppe Balsamo conte di  Cagliostro.

La rigida morale borghese dell’Ottocento stigmatizzava il nostro Giacomo facendone un uomo facile, un seduttore compulsivo e volgare, mentre questo figlio, egli stesso attore sul palcoscenico del mondo, interpretava brillantemente i suoi molteplici ruoli nel “dramma giocoso” che fu la sua vita.

Certamente Casanova, nella sua libertà di vita, viaggi e frequentazioni femminili  è divenuto sinonimo di seduzione. 

Per più di cento anni, gli unici estratti delle sue memorie che sono stati pubblicati sono stati esclusivamente passaggi erotici o libertini, una sorta di censura al contrario degli scritti di questo spirito universale che ha lasciato decine di migliaia di pagine, in francese e in italiano

la Donna per Casanova

La donna era tutto per Giacomo. Ma un tutto dal quale non doveva avere legami troppo saldi però. Trattava gli amori come fossero affari, dal corteggiamento alla fine del rapporto. E le donne le ha sempre rispettate  e, in un certo senso, mai tradite.

Non vi fu donna che non fu amata da Casanova. Magari per alcuni giorni, mesi, o forse per una sola notte, ma sempre amata. Casanova si infiammava e straziava per ogni amore, e  da molte donne ricevette grandi fortune.

Giacomo non volle mai sposarsi, né comprar mai casa, ed  i suoi amori finivano sempre allo stesso punto, nel momento, che presto o tardi arriva tra gli innamorati, in cui la donna chiede di esser presa in moglie. Durante la sua vita avrebbe voluto sposare solo Henriette, ma fu Henriette stessa  che non volle, forse  perché  aveva appreso la reale natura di Giacomo. Henriette, che conosceva bene Giacomo, temeva che nel tempo il matrimonio avrebbe reso Giacomo infelice. (Molti studiosi della figura di Casanova si sono arrovellati per cercare di risolvere il mistero della identità di Henriette e in molti reputano (senza conferma), che si fosse trattato di Anne Adelaide de Gueidan, nata nel 1725 (come Casanova) e morta nel 1786, figlia dell’aristocratico, parlamentare e avvocato francese Gaspard de Gueidan de Valabre, di Aix-en-Provence).

La marchesa d’Urfè fu la piu’ importante benefattrice di Giacomo. Con la Marchesa  Giacomo ebbe una intesa profonda  nello studio e nella pratica dell’alchimia.  Nel suo celebre libro “Le mie memorie” riporta un colloquio con la marchesa d’Urfè dove “l’iniziato” Casanova ci offre una descrizione bellissima di un laboratorio alchemico, e del modo di trattare i metalli: una vera e propria lezione di alchimia. Sentiamolo a colloquio con la marchesa d’Urfè:

«Dalla biblioteca passammo nel laboratorio e qui devo dire che rimasi veramente sbalordito. La signora cominciò col farmi vedere una sostanza che teneva sul fuoco da quindici anni e che doveva restarci per altri quattro o cinque. Era una polvere di proiezione, atta a trasformare in un minuto qualsiasi metallo in oro. Per alimentare costantemente il fuoco, aveva fatto costruire un tubo dal quale, per effetto del peso, scendeva nel fornello la quantità necessaria di carbone, cosicché qualche volta stava anche tre mesi senza mai entrare nel laboratorio ma non rischiava per ciò di trovar spento il fuoco. Le ceneri di scarto, invece, scendevano da un piccolo condotto che si trovavano sotto il fornello. Per lei, la calcinazione del mercurio era un gioco da bambini. Me ne mostrò un po’ calcinato e mi disse che, quando ne avessi avuto voglia, mi avrebbe insegnato come ottenerlo. Mi mostrò poi l’albero di Diana (si tratta del c.d. albero metallico che gli alchimisti ottenevano mescolando due metalli e un solvente), che la polvere di proiezione trasforma in oro del famoso Taliamed di cui era scolara. Taliamed, come tutti sanno, era il dotto Maillet e, secondo lei, non era morto a Marsiglia come aveva fatto credere l’abate  Le Maserier, ma era ancora vivo: anzi con un lieve sorriso aggiunse che riceveva spesso sue lettere. Se il Reggente di Francia gli avesse dato retta, secondo lei non sarebbe morto. In proposito mi raccontò che il Reggente era stato il suo primo amico e che era stato lui a darle il soprannome di Egeria (la ninfa che secondo la legenda dava i suoi consigli al re Numa Pompilio, nel bosco di Ariccia) e a farla sposare al Marchese d’Urfé. Possedeva anche un commento di Raimondo Lullo (mistico, poeta e missionario catalano – 1232/1316 – autore  di parecchie opere come l’Ars magna et ultima, che trattano di alchimia) che spiegava ciò che aveva scritto Arnaldo di Villanova dopo Ruggero Bacone e Geber, i quali, sempre secondo lei, non erano morti. Il prezioso manoscritto stava in un cofano d’avorio di cui lei custodiva la chiave, anche se nessuno metteva piede nel laboratorio. Mi mostrò quindi un barile pieno di platino del Pinto (platino estratto dal Pinto, in Giamaica, il Vood che aveva fornito il platino alla marchesa d’Urfé, e che fu sempre un mistero per i commentatori di Casanova, è stato identificato da J.R. Childs in Charles Wood, che nel 1741 scoprì in Giamaica dei campioni di platino provenienti dal rio Pinto de Cocho e che per primo lo introdusse in Europa tra il 1741 e il 1743), che poteva tramutare in oro  a piacere. Glielo aveva regalato personalmente, nel 1743, Vood. Mi fece vedere lo stesso platino in quattro vasi diversi: in tre il platino s’era conservato intatto nell’acido solforico, nitrico e sodico; nel quarto, dove la signora aveva usato acqua regia (miscela di acido nitrico  e di acido cloridrico), non aveva resistito. Lo fondeva con lo specchio ustorio e mi spiegò che era il solo metallo che non si potesse sciogliere diversamente, e questo, a suo parere, dimostrava che era superiore all’oro. Me lo fece anche vedere precipitato con sale ammonico, con il quale non si era mai ottenuta la precipitazione dell’oro. Aveva un athanor (un grande forno, fatto di terra e di mattoni e alimentato a carbone) in funzione da quindici anni. Il camino era ancora pieno di carboni neri e ne arguii che la signora lo aveva adoperato un paio di giorni prima.»

( G. Casanova, Historie de ma vie, BnF, Départcmcnt dcs Manuscrits, MS NAF 28604, Tomo III)

Casanova ed il Demone Avventuriero

Ma dentro di sé, Casanova aveva un daemone avventuriero che lo spingeva essenzialmente alla ricerca del sapere per sé stesso.

Questa è stata la vera ossessione di Giacomo Casanova:  cercare il Sé, scavare nel proprio essere andando dentro  le personali debolezze, con una fame di avventure continue, per tirare fuori dalla propria anima le parti piu’ nere: la nigredo alchemica, la prima delle fasi alchemiche.

E nel suo girovagare alla ricerca del Sé, il nostro eroe (perché di eroe qui si deve parlare) fu, oltre che Giacomo Casanova, anche  vari personaggi e nomi intrapresi:  fu Farussi, nel suo fermarsi in Romagna quando usò questo nome spacciandosi per un mago capace di estrarre un tesoro, fu anche Paralis, il suo nome iniziatico, e questo era anche il nome del suo spirito guida che gli permetteva di realizzare la piramide divinatoria cabalistica di sua invenzione; divenne anche Paralisèe Galtrinarde, nome cabalistico che usò per procurare l’ipostasi alla marchesa d’Urfè. E fu anche il cavaliere di Seingalt.

Casanova vero divoratore di libri.

Quasi come in una Commedia dell’Arte, per citare un suo conterraneo, il Goldoni, a lui molto vicino, nella sua vita divenne un abate, un avvocato, un falso capitano, un generale, fu mago, letterato, filosofo, fu impresario teatrale, ricchissimo finanziere quando inventò la lotteria in Francia che lo rese un pari del Re. Fu consigliere della zarina di Russia quando ideò il nuovo calendario. Fu un baro al gioco ed una spia dell’inquisizione veneziana. Fu l’unico uomo capace di evadere dai Piombi.

Casanova massone

Come dichiarato da egli stesso:

“Un respectablc personnage, que j’ai connu chez M. de Rochebaron, me procura la gracc d’étre admis parmi ccux qui voicnt la lumièrc.Jc suis devenu francmeton apprenti. Dcux nlois après j’ai regu à Paris le second grade, et quelques mois après le troisièmc, qui est la maîtrise. C’est le supréme. Tous les autres titres que dans Ia suite du temps on m’a fait prendre sont des inventions agréables, qui quoique symboliques n’ajoutent ricn à la dignité dc maître.” (da G. Casanova, Historie de ma vie,BnF, Départcmcnt dcs Manuscrits, MS NAF 28604, Tomo III)

(Un personaggio rispettabile, che conoscevo da M. de Rochebaron, mi ha dato la grazia di essere ammesso tra coloro che vedono la luce e sono diventato un apprendista indipendente. Poi dopo ho ricevuto la seconda (“Iniziazione” nota del testo) elementare a Parigi, e pochi mesi dopo la terza, che è il master (maestro, 3° grado). È il supremo. Tutti gli altri titoli che nel corso del tempo mi hanno fatto prendere sono piacevoli invenzioni, che sebbene simboliche non aggiungono molto alla dignità di un maestro.) Ultime parole in riferimento al fatto che Casanova, nonostante non ne riconoscesse pienamente il valore, riusci’ a  conseguire gli alti gradi nel Rito Scozzese Antico ed Accettato, una delle Ritualità massoniche piu’ importanti in Europa, sebbene non sia noto fino a quale grado sia stato elevato.

Nonostante le dichiarazioni autobiografiche, numerosi studiosi ritengono che egli frequentasse le logge veneziane (ed in particolare quella che aveva come maestro venerabile Parmenione Trissino e che vedeva tra gli affiliati più illustri Carlo Goldoni ) ben prima della sua iniziazione ufficiale di Lione.

Lione, città tra le piu’ attive, allora come oggi, nel campo dell’esoterismo alchemico e dove nella stessa epoca di Casanova erano attivi personaggi di primo piano dell’esoterismo francese come Jean-Baptiste Willermoz, iniziato massone anche lui a Lione, 1750 o 1753, personaggio esoterista di primo ordine, iniziato Rosa-Croce, Martinista della scuola di Martines de Pasqually, suo Maestro, alchimista kabalista,  Maestro anche di Louis Claude de Saint-Martin.

Questi tre personaggi, a Lione, costruirono il piu’ importante ordine esoterico del periodo e forse del tempo, il Martinismo, seppur il fondatore dell’Ordine Martinista è stato dai piu’ riconosciuto successivamente in Gerarde Encausse, alias Papus.  E certamente, le basi alchemico-kabalistiche dell’esoterismo cristiano martinista arrivarono a Venezia, verosimilmente portate dallo stesso Giacomo Casanova.

Peraltro, ci sono testimonianze di Logge Massoniche attive in Venezia aderenti al “Rito Scozzese Rettificato”  che lavoravano “…studiando i principi della Gnosi ebraico-cristiana  trasmessaci dal Fratello Martinez de Pasqually con la sapienza ermetica egizia che ci è stata  consegnata dal Fratello Giuseppe (Giuseppe Balsamo , conte di Cagliostro, nota) …” da un estratto da una lettera di Avise Almoro’ Pisani  in occasione della ri-fondazione della Loggia di San Giovanni  della Fedeltà  (1789) a Venezia, da  “Sotto il velo di Venezia: Pillole di storia, segreti, leggende, curiosità di una città unica al mondo” di Pierpaolo Cocchi, marzo 2025.

Il Rito Scozzese Rettificato fu di fatto ideato in sei gradi massonico-cavallereschi,  messo in pratica dallo stesso Jean Baptiste Willermoz ed ufficializzato durante il Convento di Lione nel 1778.

E lo stesso Conte di Cagliostro pratico’ Lione dove  fondo’ la sua  prima Loggia massonica nel 1786 secondo il personale Rito Egizio, piu’ propriamente Misraim, che porto’ anche a Venezia.

Mi pare doveroso ricordare, seppur brevemente, che per le fonti del Rito Egizio di Cagliostro, in seguito alla distruzione dei manoscritti “originali” da parte del Sant’Uffizio nel 1791, per lungo tempo del testo del rituale nulla si saprà fino sulla riscoperta alla fine dell’Ottocento del resoconto di Tommaso Vincenzo Pani redatto durante il processo inquisitoriale, che cita estratti dal mano-scritto contenente gli statuti e i catechismi, ossia il Ms. 245 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Roma, relativo all’illustrazione del “sistema” di Cagliostro. La fortuna del Rito Egizio nel contesto della massoneria ermetico-occultista della seconda metà del Settecento va inserita nella crisi prodotta all’indomani del Convento di Wilhelmsbad del 1782, in cui il mito di fondazione neo-templare fu accantonato. Il Rito Egizio attinse a piene mani dal concetto di “religio duplex” che tanta fortuna ebbe negli ambienti massonici dell’epoca, rispondendo al bisogno di un nuovo mito di fondazione.

Il contatto tra Casanova e Cagliostro fu durante uno dei suoi peregrinare all’estero.

Dopo una visita alla Sacra Sindone, Giacomo fece un incontro importante: nel 1769 in una locanda di Aix en Provence conobbe una coppia. il marito Giuseppe Balsamo, la moglie, una bellissima giovane di nome Lorenza Serafini Feliciani, che Balsamo sposò il 21 Aprile 1768 a Roma; entrambi provenivano da un pellegrinaggio dal Santuario di Campostela.

Cagliostro, ai primi occhi di Casanova, appare “…come un tipo interessante, ma con una faccia patibolare che presto finirà in galera”.

Correva l’anno 1769, Casanova aveva preso una camera ai Tre Delfini di Aix-en-Provence. Scrive Casanova:

«ad Aix, la compagnia alla tavola comune era eccellente e quindi vi pranzavo e cenavo tutti i giorni.  Un giorno, a pranzo, tutti parlavano di un pellegrino e di una pellegrina italiani che erano appena arrivati in albergo, ai piedi di san Giacomo di Galizia: doveva trattarsi di persone di alta condizione, perché arrivando in città, avevano distribuito ai poveri molto denaro. La pellegrina, poi, si diceva che fosse incantevole: una ragazza sui diciotto anni che, stanchissima, era subito andata a letto. La curiosità di tutti noi che alloggiavamo nell’albergo era grande e, come italiano, dovetti mettermi  alla testa della compagnia per andare a far visita a quei due che dovevano essere devoti fanatici o grandi imbroglioni. La pellegrina era seduta su un seggiolone, con l’aria di una persona spossata dalla fatica, ma era indubbiamente un tipo che attirava  l’attenzione per la sua giovanissima età, per la sua bellezza che era accentuata da un velo di mestizia e anche per il crocifisso di metallo giallo, lungo sei pollici, che reggeva in mano. Appena ci vide entrare, comunque,  la ragazza depose il crocifisso e si alzò per accoglierci gentilmente, mentre il pellegrino, che stava attaccando delle conchiglie su un mantello di tela cerata nera, non si mosse e, anzi, sembrava suggerirci, guardando di sfuggita la moglie, di interessarci solo di lei. Piccolo di statura e ben fatto, l’uomo, dimostrava cinque o sei anni più della moglie e a giudicare dal suo aspetto  appariva  un  tipo  piuttosto  baldanzoso,  sfrontato  e impertinente: insomma, un vero e proprio delinquente, tutto il contrario delle moglie, che ostentava nobiltà, modestia, ingenuità e pudore. I due riuscivano a stento a farsi capire in francese e quando mi rivolsi loro in italiano, tirarono un sospiro di sollievo. La donna mi disse che era romana, ma in verità non c’era bisogno che lo precisasse, giacché il suo accento grazioso lo dimostrava chiaramente. Quanto a lui, lo giudicai siciliano, benché mi assicurasse essere napoletano. Il suo passaporto, rilasciato a Roma, dichiarava che il suo nome era Balsamo, mentre la ragazza si chiamava Serafina Feliciani, e mentre lei non ha mai cambiato nome, il lettore ritroverà questo Balsamo, tra una decina d’anni, sotto il nome  di Cagliostro. La ragazza ci raccontò che stava ritornando a Roma insieme a suo marito, felice del devoto pellegrinaggio che insieme avevano fatto a San Giacomo di Compostella e a Nostra Signora di Pilar: aveva viaggiato a piedi sia all’andata sia al ritorno ed era sempre vissuta di  elemosina, invano desiderando la miseria per avere ed ottenere maggior merito di fronte a Dio, che durante la sua vita aveva tanto offeso. «Inutilmente» aveva continuato, «chiedevo non più di un soldo: tutti mi hanno sempre dato oro e argento, e così, arrivando in città, ci siamo  visti costretti, per assolvere fedelmente il nostro voto, a distribuire ai poveri tutto il denaro che ci restava, giacché, se l’avessimo tenuto, ci saremmo resi colpevoli di una mancanza di fiducia nell’Eterna Provvidenza.» Quindi ci confidò che suo marito, che era un uomo vigorosissimo, non aveva sofferto, mentre lei, invece, aveva patito pene terribili, perché aveva dovuto camminare sempre a piedi e dormire in letti scomodi, per di più quasi sempre vestita, per timore di contrarre malattie della pelle da cui sarebbe stato difficile guarire. Sentendole dire queste cose, non potei fare a meno di pensare che ce ne parlasse per metterci addosso la curiosità di vedere come fosse fatta la sua pelle in parti diverse dalle braccia e dalle mani, di cui intanto ci lasciava intravedere gratis la bianchezza e il perfetto lindore. Di fatto, era molto bella, e aveva un unico difetto: le palpebre un po’ cispose, che nocevano alla dolcezza dei sui begli occhi azzurri. Comunque, continuando nel suo discorso, la ragazza aggiunse che contava di riposarsi tre giorni ad Aix e di ripartire poi per Roma, previa una sosta a Torino per venerare il Santissimo Sudario: sapeva che in Europa c’erano parecchi Sudari, ma le avevano assicurato che l’unico vero era quello esposto a Torino, che era lo stesso di cui Santa Veronica si era servita per asciugare il viso grondante di sangue del nostro Redentore, che vi aveva lasciato l’impronta del suo volto divino. Alla fine della conversazione uscimmo tutti molto contenti di aver visto una graziosa pellegrina, ma piuttosto perplessi circa la sua devozione. Quanto a me, debole com’ero ancora per la malattia, non feci su di lei  alcun  pensiero,  ma  tutti  quelli  che  erano  con  me  avrebbero volentieri cenato con lei, se appena ne avessero avuto l’occasione. Comunque, l’indomani il pellegrino scese a domandarmi se volevo salire a pranzare insieme a sua moglie e a lui, o se preferivo che scendessero loro. Ovviamente, a quel punto, sarebbe stato scortese rifiutargli una cosa e l’altra, e così gli risposi che mi avrebbe fatto piacere se fosse sceso a mangiare. A tavola l’uomo, a una mia domanda circa la sua professione, mi confidò di essere disegnatore a penna, specializzato in quello che si chiamava chiaroscuro. Tutta la sua bravura, insomma, consisteva soltanto nel ricopiare una stampa, non nel crearla, ma mi assicurò che, nella sua arte, era molto stimato, giacché sapeva copiare qualsiasi stampa così bene da sfidare chiunque a scoprire quale differenza ci fosse tra l’originale e la copia.

«Mi compiaccio con lei. Con un talento come il suo, in caso di bisogno, si guadagnerà abbondantemente il pane dovunque le venga in mente di stabilirsi.»

«Me lo dicono tutti, ma si sbagliano. Talento o non talento, in questo mestiere si fa la fame, perché in un giorno intero di lavoro, a Roma e a Napoli, riesco a guadagnare solo mezzo testone, e non basta certo per vivere.»

“Dopo avermi fatto questa confidenza, mi mostrò alcuni ventagli disegnati da lui e devo ammettere che erano davvero belli: erano a penna, ma sembravano stampati. Quindi, per convincermi della sua bravura, mi fece vedere anche la copia di un Rembrandt che aveva fatto e che era più bella, se possibile, dell’originale. Malgrado tanta perizia, egli, che indubbiamente eccelleva nel suo mestiere, mi giurò che questo non gli bastava per vivere. Personalmente, però, non gli credetti, perciò mi parve uno di quei geni fannulloni che preferiscono la vita vagabonda alla vita laboriosa. Comunque sia, quando feci per dargli un luigi in cambio di uno dei suoi ventagli, non volle vendermelo e mi pregò di accettarlo gratis e di fare una questua a tavola per lui, perché aveva intenzione di partire l’indomani stesso. Accettai il regalo e, quanto alla questua, gli raccolsi cinquanta o sessanta scudi, che la pellegrina venne a ritirare di persona  alla tavola dove eravamo seduti.

Quella giovane donna non aveva assolutamente un aspetto libertino e anzi, si comportava da persona riservata e per bene. Invitata a segnare il suo nome su un biglietto della lotteria, si scusò dicendo che a Roma non si insegna a scrivere alle fanciulle che si volevano far crescere oneste e virtuose. Tutti risero, tranne me, perché mi faceva compassione, e non volevo vederla avvilita. Ne dedussi, comunque, che doveva essere di origine contadina. Il giorno seguente, la ragazza venne nella mia camera a chiedermi una lettera di raccomandazione per Avignone. Gliene feci subito due, una per il banchiere Audifred, e l’altra per l’albergatore del San Omer, ma la sera, dopo cena, lei venne a restituirmi quella per Audifred, dicendomi che suo marito le aveva detto che non era necessaria, e nel darmela mi invitò a controllare se la lettera che mi restituiva era la stessa che le avevo consegnato. Dopo aver osservato più attentamente la lettera, risposi che si trattava senza dubbio della stessa, ma la ragazza rise e mi fece notare che mi ingannavo, perché si trattava soltanto di una copia. Protestai che non era possibile e lei allora fece scendere suo marito, che mi mostrò la mia lettera e mi convinse di quell’imitazione prodigiosa, ben più difficile di una copia di una semplice stampa. Non nascosi all’uomo tutta la mia ammirazione e gli dissi che poteva indubbiamente trarre grandi vantaggi dalla sua abilità, ma che, se non fosse stato ben attento, essa avrebbe anche potuto costargli la vita. Il giorno successivo, la coppia partì”.

Appare evidente, dalla lettura delle memorie, che Casanova fosse assai più interessato alla pellegrina che al pellegrino. Il più grande dei falsari, ecco come appare Cagliostro agli occhi di Giacomo Casanova. Non a caso Cagliostro, proprio per le sue doti di falsario, fu cacciato da Roma, per aver falsificato delle cedole, denunciato da Ottavio Nicastro e da suo suocero, il padre di Serafina. Poi, per la sua famigerata passione per i diamanti, sarà coinvolto nel caso della Collana della regina che gli aprirà le porte della Bastiglia. Casanova fu in un certo qual modo profetico con Cagliostro. Aveva diciott’anni più di lui essendo nato nel 1725. Probabilmente fu proprio la differenza d’età che permise a Casanova di intuire la vera natura dei pellegrini incontrati ad Aix, e di non subire il fascino di Giuseppe Balsamo.

Casanova Ambasciatore Massonico

Il Francovich arriva ad ipotizzare per Casanova un ruolo di ambasciatore massonico, il che spiegherebbe perché egli fosse quasi sempre ospitato – nelle sue peregrinazioni nelle varie città europee – dal maestro venerabile della locale loggia. (C. Francovih, Storia della Massoneria in Italia. Dalle origini alla rivoluzione francese, Firenze, La Nuova Italia 1974, p. 134).

 Della stessa opinione il Bozzola: “Si crede con buon fondamento che egli si facesse agente segreto della massoneria. (…) I troppo rapidi e continui spostamenti, l’accoglienza e gli appoggi che trovava dappertutto, la borsa ben fornita fanno pensare che viaggiasse per assolvere missioni segrete che la setta gli affidava”. () A. Bozzola, Casanova illuminista, Modena, Soc. Tipografica Editrice Modenese 1956,p.119).

Non va poi dimenticato che Casanova è l’autore di quella che è una tra le più citate frasi sulla massoneria:

“Ceux qui ne se déterminent à se faire recevoir magon que pour parvenir a savoir le secrct Peuvent se tromper, car il leur peut arriver de vivre cinquante ans Maître Magon sans janrais parvenir à pénétrer le se cetret de cette Confréric ; le secret de la Magonnerie est inviolable par sa propre nature, puisque le magon qui le sait ne le sait que pour l’avoir deviné. Il ne l’a appris de personne. Il l’a découvert à force d’aller en loge, d’observer, de raisonner et de déduire. Lorsqu’il y est parvenu, il se garde bien de faire part de sa découverte à qui que ce soit – fùt-ce à son meilleur ami magon, puisque s’il n’a pas eu le talent de le pénétrer, il n’aura pas non plus celui d’en tirer parti en l’apprenant oralement. Ce secret sera donc toujours secrct. Tout ce qu’on fait en loge doit étre secret ; mais ceux qui par une indiscrétion malhonnéte ne se sont pas fait un scrupule de révéler ce gu’on y fait, n’ont pas révélé l’essentiel : comment pouvaient-ils le révéler s’ils ne le savaient pas ? S’ils l’avaient su, ils ne l’auraient pas révélé” (G. Casanova, Historie de ma vie,BnF, Départcmcnt dcs Manuscrits, MS NAF 28604, Tomo III.)

“Coloro che sono determinati a ricevere il riconoscimento solo per conoscere il segreto possono sbagliarsi, perché possono capitare di vivere per cinquant’anni il Maestro Massone senza riuscire a penetrare nel cuore di questo Fratello; il segreto della Massoneria è inviolabile per sua stessa natura, poiché il magone che lo conosce lo sa solo per averlo indovinato. Non l’ha imparato da nessuno. Lo scoprì andando al lodge, osservando, ragionando e deducendo. Quando ha avuto successo, sta attento a non condividere la sua scoperta con nessuno – persino il suo migliore amico Masson, poiché se non avesse il talento per penetrarlo, non lo farebbe Né sarà in grado di trarne vantaggio imparandolo oralmente. Questo segreto sarà quindi sempre segreto. Tutto ciò che facciamo nella scatola deve essere segreto; ma quelli che per disonesta indiscrezione non si sono fatti scrupoli di rivelare ciò che abbiamo fatto lì, non hanno rivelato l’essenziale: come potrebbero rivelarlo se non lo sapessero? Se lo avessero saputo, non lo avrebbero rivelato.”

Il Childs sostiene l’appartenenza del Casanova a un movimento rosacrociano, all’interno del quale avrebbe appreso i rudimenti della alchimia. (“Casanoviana : an annotated world bibliography of Jacques Casanova de Seingalt, and of works concerning him “ da Childs J. Rives (James Rives), pubblicato 1956,  Vienna, C.M. Nebehay)

Probabilmente si trattava di quell’ “Aurea e Rosea Croce” che aveva i suoi vertici in Venezia sin dal 1600, con Federico Gualdi nel ruolo di Imperator. (come racconta una leggenda, sembra che un saggio gnostico alessandrino, chiamato Ormus, nell’anno 46 d.c.  si convertì al Cristianesimo assieme a suoi sei discepoli per opera di S. Marco, divenuto poi  il Santo Protettore della Serenissima, fondando una religione  cristiana  in cui  confluivano anche  i misteri egiziani:   religione che rimase nascosta ai più fino all’anno 1407, quando un pellegrino Tedesco, Christian Rosenkreuz (1378-1484) tornato  in Germania dopo un suo pellegrinaggio in Terrasanta, dove avrebbe studiato occultismo, ed appreso misteri cabalistici e alchemici, fondò nel 1407 l’ordine cosiddetto dei Rosacroce).

la Venezia esoterica

L’ambiente della Venezia settecentesca nel 1725, anno di nascita di Giacomo, non era più quello del sontuoso impero marittimo che rendeva la città ricca. Ciononostante, gran parte della società veneziana era benestante, amava le feste, il gioco d’azzardo, musica, arte, lusso, libertinaggio, e molti erano gli appassionati di teatro.

In quegli anni erano dodici i teatri a Venezia mentre ce ne erano solo tre a Parigi.

Ed il nostro Giacomo, giovanissimo, frequento’ assiduamente i palazzi veneziani ricchi di libri storici ed  entro’ in contatto con personaggi veneziani cultori dell’arte magica, in possesso di libri rari di alchimia e di Kabbalah, i quali libri alimentarono per Giacomo, e per il suo spirito irrequieto, la continua ed affannosa ricerca delle verità, e  della ricerca di sé stesso.

Quindi, seppur giovane, inizio’ a  padroneggiare l’alchimia, la cabala e le scienze occulte, sempre con lo spirito eroico di un grande ed impenitente amatore, un’instancabile viaggiatore, un impavido avventuriero.

Venezia è stata, e tuttora lo è, seppur oggi solo in alcuni ambienti, una città di atmosfere e di nebbie esoteriche. La Venezia al tempo di Casanova era città con un nebbioso groviglio di canali che ospitava feste, gentiluomini e dame mascherati. E il giovane Casanova viveva in Venezia e il suo interesse verso l’alchimia si mantenne sempre vivo.

Il simbolismo e l’aria mistica a Venezia regnavano, e regnano tutt’ora, in ogni sua calla. E nei salotti riservati per pochi si parlava di simboli ermetici, di pratiche teurgiche. E si operava con le Ritualità, riservate solo a chi poteva leggerne il significato.

Quella era la Venezia di Casanova, prodotto di anni ed anni di lavoro di personaggi molto influenti nella storia dell’ esoterismo.

Uno di questi era stato il nominato Federico Gualdi, che comparve misteriosamente nella Repubblica di Venezia, a metà del ‘600 per poi scomparire di nuovo nel Mistero, intorno al 1680.

Gualdi è citato tra i Maestri Passati della Tradizione Rosacruciana. La sua attività si è esplicata dunque nel pieno del “furore rosicruciano” scatenato dalla pubblicazione dei Manifesti, di cui “Fama Fraternitatis”, stampato nel 1614 e attribuito a Johann Valentin Andrete, rappresentava. Nonostante il nome italiano, Gualdi affermava di provenire dalla Germania alludendo ad una connessione con gli originari fratelli di Padre Christian Rosenkreutz.

Gualdi fu un alchimista conosciuto nei circoli teosofici, come il Maestro Veneziano. Egli era noto per il suo dominio del Regno Minerale, e dal 1663 al 1666 esercitava il mestiere di mercante di minerali e gestiva un’azienda mineraria della ricca famiglia Crotta, proprietaria di giacimenti metalliferi nella Valle Imperina (Provincia di Belluno)  avendo inventato un processo di fusione dei minerali secondo i principi alchemici della Via Secca e della Via Umida, riuscendo così ad estrarre più rame di quanto non fosse possibile a suo tempo. Anticipando di diversi secoli le opere ingegneristiche, propose alla Serenissima Repubblica di Venezia l’arginamento del fenomeno dell’acqua alta, che tuttavia, nonostante le amicizie nei circoli della più alta società di Venezia, non fu presa in seria considerazione.

Il suo alto tenore di vita a Venezia suscito’ numerose gelosie che sfociarono in una denuncia presso il Tribunale dell’Inquisizione per attività esoteriche ed appartenenza alla sfera d’influenza ermetico-alchimistica dell’«Aurea Croce». Tra i discepoli di quel sodalizio cabalistico figurava tra l’altro il marchese e poeta Francesco Maria Santinelli (fedele della regina Cristina di Svezia). Interrogate alcune persone della cerchia di Gualdi, l’Inquisitore nemmeno lo convoco’. Il processo dunque non ebbe luogo, il che conferma le relazioni altolocate del Gualdi nei circoli del potere della Serenissima.

Le attività mondane permisero al Gualdi di dedicare la sua vita alla ricerca dell’Elisir di Lungavita. Egli rappresento’ una figura centrale dell’ordine massonico “Aurea Rosa+Croce”, quel cenacolo di alchimisti e cabalisti operativi, attivi sia nelle principali città italiane che tedesche.

Nel periodo a cavallo tra la seconda metà del 1600 e primi anni del 1700, i circoli massonici degli “accettati” presero ormai il sopravvento definitivo sulle antiche corporazioni e applicarono metodi “scientifici” alla massoneria soprattutto di natura “scozzese”, quindi francese e dell’Italia settentrionale. Il Gualdi intorno al 1660 organizzò l’Ordine Rosacrociano veneziano al fine di farne un struttura formativa ed operativa per gli alchimisti dell’epoca, i Cavalieri dell’Aurea Rosa+Croce, una rete di iniziati e collaboratori sparsa in tutta Italia.

I protagonisti dell’ Ordine studiavano il linguaggio segreto della Steganographia di Tritemio, così come le branche dell’esoterismo occidentale quali alchimia e cabala, ma anche arte, cultura e politica internazionale. Molti Cavalieri erano ben inseriti nelle diverse corti europee ed erano infatti parte dell’élite culturale, medici, scienziati, letterati, e nobili della corte romana della Regina Cristina di Svezia.

Gualdi con questa organizzazione, non solo di ordine esoterico, sperava di portare a compimento la Rinascita Rosicruciana dell’Europa del tempo.

La struttura dell’Ordine era fondamentalmente divisa in due cerchie: un’ampia cerchia composta da 72 iniziati ed una più ristretta, di 12 adepti, riunita intorno al Gualdi stesso, che fungeva da Tredicesimo, nonché fulcro dell’Ordine. Tutti,  il 72 (i nomi di potenza di D°o secondo la Tradizione cabalistica) ed il 12 (numero degli apostoli, piu’ 1 il Cristo), numeri dal potente significato esoterico.

Come ogni adepto rosicruciano, Gualdi fu anche soggetto all’Inquisizione da parte dei Gesuiti, che tuttavia non riuscirono nemmeno a sfiorare la sua attività, talmente potenti erano le sue amicizie. Ebbe relazioni perfino con diversi importanti sovrani europei: compì una trasmutazione alchemica innanzi agli occhi di Re Augusto II di Polonia, ebbe rapporti con Re Federico II Re Prussia. La sua fama arrivò anche in Russia alla corte dello Zar Pietro il Grande e divenne occulto consigliere, tramite carteggio, della futura imperatrice di Russia, Anna Ivanovna.

Gualdi raggiunse l’VIII° grado di Magister Templi, ovvero di Maestro del Tempio dei Rosacroce. Quattro le parole di passo che dovrà imparare: Immortalità, Speranza, Forza e Virtù. Egli raggiunse l’Immortalità attraverso la Speranza, in grado di riempirlo di Forza atta a conquistare la Virtù. Aveva infatti molta parte della conoscenza esoterica, ma nel corso della sua opera era la Speranza nella bontà del lavoro occulto lo portava costantemente avanti nella sua Grande Opera, imparando tanto dai risultati positivi che negativi, in quanto entrambi sono espressione della totalità del Cosmo.

Questo era la Venezia in cui nacque e crebbe Giacomo Casanova.

Casanova e l’ Ermetismo Alchemico

Ricordiamo brevemente che l’alchimia è la scienza della trasformazione e si interroga principalmente dei processi inerenti all’uomo ed alla natura. Lo scopo dell’ alchimista è appunto comprendere questi processi e utilizzarli a vantaggio dell’uomo, che si tratti di trasformare il piombo in oro o che si tratti, e questo è il vero scopo dell’alchimista, di trasformare  l’uomo in essenza di Dio.

In uno dei piu’ importanti Dizionari della Lingua Italiana, il Devoto-Oli, si legge della Alchimia: ”pretesa scienza per mezzo della quale gli uomini ritenevano di poter convertire i metalli vili in nobili e di creare medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre i suoi termini naturali…” Trovo tale definizione  leggermente limitativa, quasi offensiva per chi ha donato la propria vita per tale “scienza”.

Per contro, san Tommaso D’Aquino, Dottore della Chiesa, grande studioso di alchimia, descrive che “l’ alchimia è una attività morale e religiosa prima che scientifica e pratica (Laboratorium est Oratorium)

Nel 1330 Pietro Bono da Ferrara definì il lavoro dell’alchimista ” ricerca di ciò che non c’è ancora”.

Quindi, in estrema sintesi, una alchimia operativa e, soprattutto, una alchimia spirituale.

A Venezia esiste la Biblioteca Marciana, uno dei luoghi fondamentali per le testimonianze delle opere sull’alchimia.

Gli scritti  alchemici piu’ antichi e rari , redatti in lingua greca, si conservano in copie bizantine del X – XI secolo, la più famosa delle quali è costituita dal Codex Marcianus, conservato appunto nella Biblioteca Marciana di Venezia.

Quando nel 1453 Costantinopoli cadde in mano ai Turchi, il Cardinale Bessarione si assunse la responsabilità di salvaguardare per i posteri il patrimonio letterario greco, prendendo così a cuore preziosi manoscritti.

Egli raccolse numerose copie del Corpus Hermeticum ed una copia dell’Aselepus latino. La copia latina del corpus Hermeticum venne pubblicata , sotto il titolo di Primander nel 1497 a Treviso, e poi ripubblicata diverse volte a Venezia.  Infatti, Bessarione nel 1468 donò la propria biblioteca alla città di Venezia; la raccolta divenne il patrimonio iniziale della Biblioteca nazionale Marciana. La lettera di donazione, redatta in latino (col titolo Acta ad munus literarium D. Bessarionis cardinalis Nicaeni, episcopi Tusculani et patriarchae Constantinopolitani, in Serenissimam rempublicam Venetam collatum spectantia) e datata 31 maggio 1468 ex balneis Viterbiensibus, è conservata nel codice Lat. XIV, 14 (= 4235) ai ff. 1r-4r.[2] Nel 1489-90 Aldo Manuzio si insediò a Venezia, dove svolse la sua attività editoriale, per dare alle stampe i volumi della raccolta di Bessarione. (da  Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo, Garzanti, Milano 2012, pag. 95).

Dei manoscritti ermetici da Bessarione donati alla Biblioteca veneziana, possiamo nominare un esemplare di Kyrandes, accanto ad alcune raccolte alchemiche tradotte dall’arabo in latino.

Alcuni sono molto noti, come l’Aureum Opusculum, il Septem Tractatus Hermetis e, il più importante Hypnerotomachia Poliphili, qui conservati anche nella loro versione originale. Quasi del tutto ignoto invece  il Liber Hermetis de arte alchimiae con il commento di Galienus Alpochin, e Ermete l’Expositio dictorum Aristotelis, ed Hermetis super secreta secretorum de mutatione naturae contenente per la prima volta la versione “vulgata” della Tavola Smeragdina (o Smeraldina) di Ermete Trismegisto.

In un altro manoscritto, Secreta Hermetis vengono discusse le corrispondenze tra metalli e pianeti. Alla Marciana è pure esposta la biografia di Ermete in cui si parla non solo delle tre figure nate sotto questo nome, ma anche dei suoi allievi Aesculapio, Ammone Empedocle e  Platone.

Casanova desiderava ardentemente essere ricordato come uomo di lettere, ma nonostante i suoi auspici è oggi ricordato nella storia delle letteratura quasi soltanto per la sua autobiografia, che fu peraltro redatta in francese (come la maggior parte delle sue opere) e la cui traduzione piu’ completa  commentata in italiano si deve a Piero Chiara.

La scelta del francese in Casanova, come più volte sottolineato dallo stesso Chiara, non ha nulla a che fare con una sorta di snobismo culturale, ma era motivato dalla sola speranza di poter essere letto da un più vasto pubblico.

i riferimenti alchemici nell’opera Icosameron

L’Icosameron è stato il lavoro su cui Casanova ha impegnato piu’ che in altri, soldi, tempo e ricerca. Era, nei suoi auspici, l’opera che avrebbe dovuto decretargli imperitura fama nella Repubblica delle Lettere, ma che si rivelò un fiasco sia letterario che commerciale. Il titolo completo dell’opera, nella traduzione italiana, è “Icosameron, ovvero storia di Edoardo e di Elisabetta).

L’Icosameron è la storia di Edoardo e di Elisabetta che passarono ottantun anni presso i Megamicri abitanti indigeni del Protocosmo nell’interno del nostro globo (Icosameron ou histoire d’Edouard, et d’Elisabeth qui passèrent quatre vingts ans chez les Mégramicres habitante aborigènes du Protocosme dans l’interieur de notre globe), edito in italiano anche come Edoardo ed Elisabetta, è un romanzo filosofico fantastico-fantascientifico del 1788 di Giacomo Casanova scritto in lingua francese.

È una storia divisa in cinque volumi che descrive un viaggio immaginario all’interno della Terra cava. Come molti viaggi fantastici, è presentato come un resoconto, di cui Casanova si dichiara traduttore dall’inglese. Il romanzo anticipa il genere del “mondo perduto”, ma fu un clamoroso insuccesso e venne riscoperto solo nel 1921.

Casanova la pubblicò a Dux (l’attuale Duchnow in Boemia, dove si trovava al servizio del conte di Waldstein in qualità di bibliotecario, nel 1788 e ne finanziò la stampa. L’opera non ebbe alcun successo, a causa di vari fattori, primo fra tutti la lunghezza sterminata (1.800 pagine), causata in gran parte da descrizioni di ambienti e rituali prolisse e piene di digressioni. L’insuccesso affondò definitivamente la già non florida situazione finanziaria dell’autore. Malgrado gli sforzi dei volenterosi sottoscrittori, si accumulò una perdita di duemila fiorini (secondo una nota autobiografica rinvenuta a Dux) o di ottocento zecchini (secondo una lettera a Pietro Antonio Zaguri), cifre comunque di grande rilievo, che costrinsero l’incauto scrittore e improvvisato editore a ricorrere a prestiti elargiti da usurai, che si garantì dando in pegno i pochissimi beni residui e perfino capi di vestiario.

Il libro cadde nel dimenticatoio per oltre un secolo quando ne venne riscoperta una traduzione tedesca nel 1921.  Successivamente ne fu pubblicata una edizione fedele all’originale, sempre in cinque volumi, a Spoleto nel 1928 curata da Claudio Argentieri. Alla fine degli anni ottanta è stata ripubblicata una edizione in francese ridotta a circa 800 pagine.

Fin troppo facile accostare l’Icosameron  ai “Viaggi di Gulliver” di Johnathan Swift ed al “Micromega” di Voltaire, ma il lavoro di Casanova non è soltanto un romanzo di utopia quanto piuttosto il racconto di un’esperienze iniziatica, a partire dalle avventure che i due fratelli vivono entro una strana cassa che attraversa i quattro elementi dei viaggi di iniziazione massonica: la terra, l’acqua, I’aria e il fuoco, ed in piu’, il romanzo è inoltre un concentrato di simbolismi numerici che meriterebbero di essere approfonditi (da L’Icosameron di Casanova: viaggio massonico al centro della Terra, Giorgio Nicoletti giugno 2020).

Edoardo (ma con lui anche la sorella Elisabetta, che ne rappresenta il complemento femminino dell’elemento androgino ) simboleggia in questo romanzo l’iniziato che entra in un mondo imperfetto (spesso reso tale e causa dell’istituzione religiosa che ne fissa a propria discrezione le regole morali) e con il suo cammino iniziatico contribuisce a rendere migliore.

D’altra parte il ritorno nel mondo è un punto centrale della filosofia ermetica, nella finalità di migliorare i singoli uomini affinché essi, tornati nel mondo profano, possano migliorare la società.

Le simbologie alchemiche (alle quali d’altra parte la massoneria stessa attingerà a piene mani nel proprio percorso di creazione dei miti), sono il nucleo della storia.

La coppia dei protagonisti rappresenta in modo palese l’androgino ermetico, ossia una dualità  che si completa vicendevolmente e da cui nasce una nuova genìa. Non a caso, i due si accoppiano senza vergogna, in quelle che simbolicamente rappresentano le nozze chimiche degli opposti:

Non dovete credere, infatti, che accaduta la cosa, ci sentissimo confusi o schiacciati dalla vergogna: potreste a buon diritto pensarlo, ma non fu così.

Non sentimmo alcuna umiliazione, neppure il più piccolo pentimento o rimorso alterò la serenità delle nostre anime. E noi ci amiamo oggi né più né meno di  quanto ci amassimo quel giorno.”

Cosi’ come la Crisalide e la Farfalla, la Morte, la Polvere e poi l’  Uovo, sembrano riprodurre le fasi dell’Opera alchemica (nascita, sviluppo, morte, putrefazione, rinascita), Nigredo, Albedo, Citrinitas e Rubedo.

La durata del loro viaggio viene specificato che dura ottantuno anni: il numero 81 è “il cubo di tre per tre” (come recita il rituale in grado di Maestro Segreto del Rito Scozzese Antico ed Accettato), dove “il cubo di tre” rappresenta la perfezione spirituale nelle tre dimensioni della vita, mentre il successivo “per tre” indica la proiezione dell’Uomo iniziato verso una dimensione nuova.

Anche la citazione in exergo di Re Salomone,” Gloria Dei est celare uerburn et gloria regis investigare sermonem”, rappresenta un esempio di riferimento esoterista. Salomone è figura di primissimo piano nella storia dell’ermetismo alchemico rinascimentale e della mitologia massonica, e specialmente in quella del Rito Scozzese cui Casanova apparteneva.

Ed importante  è “il simbolismo del viaggio che Edoardo ed Elisabetta compiono all’interno di uno strano baule, che rappresenta simbolicamente la bara in cui l’Uomo vecchio muore per far posto all’Uomo nuovo nella ritualità massonica, attraversando simbolicamente i quattro viaggi che il profano compie nei quattro elementi durante il rituale di iniziazione massonica, riproposti  nell’ ordine: Terra, Aria, Acqua, Fuoco.

  1. Il viaggio nella Terra:

In pochi secondi ci avvicinammo rapidissimamente alla terra. (…) Ci parve di sprofondare (…) in una spessa fanghiglia. Un nauseabondo odore di zolfo mi indusse…

  1. quello nell’Acqua:

Il mio primo pensiero fu di sfilare subito une lente, ma con viva costernazione vedemmo sgorgare dal foro un’acqua limpida e rossa. Rimisi subito la lente a posto, non senza aver gustato prima il sapore dell’acqua. Mia sorella ebbe la stessa curiosità e, in fede, la trovammo più buona di quella del Tamigi…

  1. quello nell’Aria:

Pensate che gioia, che lacrime di consolazione , quando avvertimmo (…) il soffio dell’aria che giungeva dal disopra e che, in un attimo, liberò dai miasmi la nostra scarsa atmosfera, rendendoci le forze…

  1. quello nel Fuoco, simbolicamente rappresentato dal Sole :

Ciò che per prima cosa ci colpì fu un raggio di sole, che entrò attraverso una lente situata al di sopra delle nostre teste. Il raggio, perfettamente perpendicolare, mostrava che in quel momento e in quella regione in cui Dio ci aveva sbalestrati per mezzogiorno esatto.

Altri esempi di richiamo alla simbologia esoterica di carattere numerico/massonico sono nel richiamare lo svolgimento della seconda giornata  incentrato sul numero 3, massonicamente il numero dell’Apprendista, ovvero del primo grado della Libera Muratoria: le case cubiche, i feudi triangolari ecc…

Nella terza e quarta giornata c’è il richiamo al grado di Compagno d’Arte, simboleggiato dal numero 5: ecco allora la scala che fa cinque volte il giro del tempio, il riferimento ai cinque sensi, la tavola apparecchiata con cinque piatti e cinque cucchiai, i cinque megamicri a testa per nutrirli, dai quali succhiano il latte cinque volte, e così via.

La quinta e la sesta giornata sembrano essere dedicate al grado di Maestro, simboleggiato dal numero 7, con una modo di proporre più storico/filosofico piuttosto che numerico.

Nella quarta giornata Edoardo ed Elisabetta mangiano i frutti proibiti e sfidano i pericoli della conoscenza, mentre nella sesta giornata va in scena la resurrezione iniziatica:

“…è  certo che senza l’intervento di Edoardo sarebbe morto. Non si può dire, è vero, che egli lo abbia resuscitato, ma si può affermare, senza mentire, che gli ha ridato la vita”…(il risorgere del nuovo uomo)

Dopo questa avventura, Edoardo ed Elisabetta passano sette mesi al chiuso. Infine, riottenuta la libertà, Edoardo diventa maestro in varie arti e contribuisce così a migliorare il mondo: esattamente ciò che un Maestro massone è chiamato a fare.

 Il libro è pervaso di una spiritualità e di un’etica di chiara matrice massonica: partendo dalla premessa che “L’errore, l’abuso e il pregiudizio sono i veri padroni del Mondo”,  ma il personaggio creato da Casanova non  appare allontanato dal nucleo forte dell’insegnamento cristiano:

“Ho fatto di molti megamicri dei cristiani, ma non nel modo che intendiamo noi, perché la nostra fede è per essi inconcepibile (…) I miei stessi figli non sanno ciò che la parola cristiano significa (…) La salvezza eterna dipende dalle buone opere e dalla fede, ma ho creduto di dover risparmiare loro quest’ultima facoltà con tutte le mie forze, Li ho lasciati, infatti, in una perfetta ignoranza di quasi tutte quelle verità soggette alla fede che non ho ritenuto necessarie alla salvezza eterna. Se ho fatto male, spetterà a me e non a loro, spero, di portarne la pena: la mia ragione, almeno, mi dice che altrimenti non sarebbe giusto.”.

“L’ultimo passaggio è una splendida metafora dell’assunzione di responsabilità dell’Uomo dotato di ragione di fronte alle proprie scelte, anche a quelle contrarie alla Chiesa cattolica.

Non stupisce quindi I ‘atteggiamento mistificatore, a tratti venato di livore, che questa ha assunto nei confronti della figura di Casanova”. (da Giorgio Nicoletti)

Vorrei concludere affermando che certamente molti uomini hanno dedicato la vita alla ricerca della pietra filosofale, sovente al fine di possedere ricchezze e l’elisir di lunga vita, ma in pochi l’hanno trovata.

Giacomo negli anni giovanili fu un affascinato operatore di alchimia materiale, pensiamo alla minuziosa descrizione del laboratorio alchemico, l’Athanor della Marchesa d’Urfè.

Ma è negli ultimi anni della sua vita che  Giacomo riesce verosimilmente a raggiungere l’ obiettivo della propria ricerca alchemica, allontanando e delimitando il suo Ego, arricchito nelle rappresentanze massoniche della vita stessa. Ed è in questi ultimi  anni di solitudine che Giacomo scopre il proprio Sé.

Qui Casanova arriva alla verità, alla quintessenza, riuscendo cosi’ a completare la sua Opera Magna.

2 aprile 2025 

                                                                                                                                              

Principali riferimenti:

  • “Mémoires de J. Casanova de Seingalt, écrits par lui-même”, vecchia edizione delle memorie autobiografiche del celebre avventuriero veneziano Giacomo Casanova. Scritte in lingua francese, tra il 1789 e il 1798, furono pubblicate postume attorno al 1825 in una versione censurata.
  • Storia della mia vita (22 voll.), traduzione di Enrico Dall’Oglio (v.1-7, 13-22) e Decio Cinti (8-12), Milano, Corbaccio, 1924-1926. – Cassini, Roma, 1961-1963; Collana I Corvi, Dall’Oglio, Milano, 1964 [Traduzione completa del testo censurato Laforgue, Prima traduzione integrale italiana; esaurita]
  • Storia della mia vita/Giacomo Casanova, introduzione di Piero Chiara, a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni, Mondadori Editore, 1983
  • Gnocchini, L’Italia dei Liberi Muratori, Roma, Erasmo editorie 2005, p.71.
  • Giorgio Nicoletti, L’Icosameron di Casanova, 27 giugno 2020 sitografia http://www.loggiagaribaldi1436.it/

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