Foti ricorda i bombardamenti dell’ex Jugoslavia
“È confermato anche dalla risoluzione del Parlamento con la quale abbiamo detto: se vi dovrà essere una richiesta di utilizzo delle basi per un utilizzo, ovviamente, che è quello militare, non faremo quello che fece D’Alema quando andò a bombardare l’ex Jugoslavia”, così il Ministro per gli affari europei Tommaso Foti in un punto stampa in piazza Montecitorio.
I bombardamenti NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (principalmente Serbia e Kosovo) avvennero nell’ambito dell’Operazione Allied Force, dal 24 marzo al 10 giugno 1999 (78 giorni di campagna aerea).
Si trattò di un intervento militare senza mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza ONU, motivato dalla crisi in Kosovo, dalle accuse di pulizia etnica contro la popolazione albanese da parte delle forze serbe di Slobodan Milošević e dal fallimento dei negoziati di Rambouillet.
L’Italia ebbe un ruolo centrale perché ospitava numerose basi NATO e americane sul suo territorio, che divennero la principale piattaforma logistica e operativa per gli attacchi aerei.
La maggior parte dei circa 1.100 aerei coinvolti (da 13 – 14 nazioni) operava da basi italiane, effettuando oltre 38.000 sortite e sganciando circa 23.000 bombe e missili. Tra le basi più utilizzate:
Aviano (Friuli-Venezia Giulia): base USAF principale, da cui decollarono centinaia di F-16, F-15, F-117 e altri velivoli.
Gioia del Colle (Puglia): usata per Tornado italiani, A-10 americani e Harrier britannici.
Altre basi coinvolte: Amendola, Istrana, Ghedi, Sigonella, Brindisi e altre per supporto logistico, rifornimento e difesa aerea.
L’Italia fornì anche un contributo diretto: circa 54 aerei italiani (Tornado IDS/ECR, AMX, F-104, Harrier della Marina dal Garibaldi) effettuarono oltre 1.400 sortite, inclusi missioni di attacco e pattugliamento.
Il governo autorizzò l’uso delle basi e la partecipazione attiva, nonostante divisioni interne nella maggioranza di centrosinistra (con opposizioni da comunisti e verdi).
Nel 1999 il governo era guidato da Massimo D’Alema (DS, centrosinistra, primo ex-comunista a diventare premier). Sergio Mattarella ricopriva il doppio ruolo di Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Difesa.
Il governo decise di mettere a disposizione le basi NATO e di partecipare con forze italiane, nonostante le proteste interne e l’assenza di mandato ONU.
D’Alema, in un incontro con Bill Clinton, rifiutò una partecipazione solo “passiva” (solo basi) e optò per un impegno pieno. Mattarella comunicò ufficialmente al Senato l’avvio dei bombardamenti la sera del 24 marzo 1999 e difese la linea del governo in Parlamento.
Espresse sostegno all’intervento come “ingerenza umanitaria” per fermare le violenze in Kosovo, ma il governo gestì anche tensioni (es. missioni di pace parallele e pressioni per negoziati).
Dopo la fine dei bombardamenti, l’Italia gestì la Missione Arcobaleno per l’accoglienza di profughi kosovari (circa 5.000 trasferiti in Sicilia, a Comiso).




