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ALLA RICERCA DEL RE SAPIENS

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di Aldo A. Mola

Fuochi fatui e Roghi veri!

Crepitano gli ultimi fuochi di San Giovanni. Che cosa dicono? Le fiamme furono e  per molti ancora sono messaggio di libertà. Estinguono le impurità. Ma sono anche altro: le vampe del “purgatorio” e quelle dell’inferno, inflitte ai peccatori peggiori, inclusi i colpevoli di atti “contro natura” (quale?). Affinché ne avessero un saggio, venivano arsi vivi: uno tra i supplizi più atroci, qui e là ancora in vigore in un mondo dis-orientato. Dove sopravvive, il rogo viene inflitto soprattutto a miscredenti e a eretici.

   Dopo il crepuscolo del Paganesimo e il suo rimpianto tramonto con gli editti di Costantino e di Graziano, le norme di una “religione” furono adottate dal potere civile e imposte nella vita pubblica e privata, anche dove lo “Stato” aveva cessato di esistere. I luoghi di culto abbondano di affreschi popolati di purganti e di dannati alle fiamme eterne. Il mònito fu ribadito non solo in cattedrali, chiese, cappelle, ma anche nei piloni votivi, eretti ai bordi di strade campestri, là dove le tentazioni debordano.

    Le guerre “di religione” (l’esatto opposto di “religiose”: ma la confusione terminologica continua a imperare anche al vertice di certi governi) si mescolarono alla non meno orrenda “caccia alle streghe” che per secoli afflisse un’Europa imbarbarita. Ricerche accurate d’archivio hanno ridimensionato il computo delle vittime sia delle une sia dell’altra. L’intolleranza rimase dominante sino alla faticosa ascesa di principi ispirati dalla Ragione neognostica e dal rifiuto di regole e pratiche punitive raccapriccianti. L’Illuminismo, cristallizzato nella dichiarazione di indipendenza della Nuova Inghilterra dalla monarchia inglese e in quella dell’uomo e dei cittadini proclamata dall’Assemblea costituente francese, annunciò il Mondo nuovo. I suoi capisaldi, però, impiegarono altri decenni per affermarsi ed essere enunciati in carte costituzionali, come, finalmente, lo statuto promulgato da Carlo Alberto di Sardegna il 4 marzo 1848 e rimasto in vigore sino al 1° gennaio 1948.

   Fuochi e roghi van ricordati perché aiutano a comprendere il ruolo svolto dai Capi dello Stato nato dalle guerre per l’indipendenza e l’unità di un’Italia che, detto nella maniera più semplice, sino a quel momento non era mai esistita.

Un Capo di Stato per tutti gli Italiani

   Ne fu esempio Vittorio Emanuele III. Chi egli sia stato davvero lo confidò Arturo Cittadini, suo primo aiutante di campo, al pari grado Angelo Gatti, che stava raccogliendo materiali per una storia mai scritta. Era l’Equinozio di primavera del 1922.

  “Il re, disse Cittadini, è la persona più complessa che esista. Chi crede di giudicarlo da un punto solo di vista, sbaglia immancabilmente. Fondamentalmente è un uomo di abitudini semplici. Se potesse non si farebbe mai la barba; se la fa per obbligo ogni giorno. La sua giovinezza è stata anche molto costretta dall’educazione molto severa del generale Osio e la sua religiosa da Monsignor Anzino non è stata larga e profonda come avrebbe dovuto essere in un cattolico (ne ha scritto Aldo G. Ricci, NdA).

  Come prima regola il re si impose di essere al di sopra di tutti i partiti. Egli è il re degli Italiani, non di questi o di quelli. Il re è personalmente affettuosissimo; e nella famiglia e con gli intimi assolutamente amico. Quando è sopra pensiero non risponde che a segni; ma quando è di buon umore fa con le sue barzellette e col suo spirito passare delle giornate amenissime. La sua partecipazione vivissima e la sua cultura è enorme. Egli sa egli uomini e le situazioni a menadito. In ciò è aiutato dalla sua memoria, che è portentosa, e dall’utilizzazione del tempo, fatta alla perfezione. Quando la mattina legge numerosissimi giornali, li getta sul pavimento tutti, per risparmiar tempo, sicché dopo pochi minuti lo studio è cosparso di carta, sulla quale egli, quando è sopra pensiero, passeggia sino a quando il domestico non viene a portala via”.

Ma qual era l’indole politica di Vittorio Emanuele III? Il generale Cittadini aggiunse:

“Il re è proprio il tipo di cittadino borghese democratico e libero pensatore. Egli è convinto che in tutto debba dare l’esempio. Perciò egli non interviene mai nelle beghe parlamentari, ma le guarda di fuori.  Infine col sentimento della democrazia va quello del libero pensieri. Il re è in pieno un libero pensatore, e si potrebbe dire un materialista. Siccome è re, osserva e rispetta le forme della religione. Va in chiesa quando necessario, e se nelle valli della Stura e del Gesso incontra una processione si leva il cappello. Ma egli intimamente non crede alla vita futura, né alla ricompensa del Signore. Crede invece per la sua natura  e per ciò che ha letto e pensato, agli obblighi del dovere e all’immortalità del nome. Ha sostituito questa immortalità a quella dell’anima: e spesso, parlando cogli intimi, dice che bisogna far bene non soltanto per dovere, ma per lasciare ai figli e ai posteri un nome onorato, che è tutto ciò che di noi rimane in terra. Questi due cardini di democratico-liberale e di libero pensatore sono venuti fori dalla sua estesissima coltura per certi lati veramente portentosa. Il re studia moltissimo. La mattina si alza alle 6, sempre e alle 7 ha già letto i giornali. La sua coltura è tale che Mussolini, il quale fu da lui due volte (siamo nel marzo 1922, NdA), alla seconda volta andò da Cittadini a dire ‘E’ veramente gran peccato che nessuno racconti chi è il re che abbiamo. E’ un re eccezionale’. E Roosevelt (Theodore, presidente degli Stati Uniti d’America dal 1901 al 1913, NdA), stupito della sua mente e della sua istruzione, accomiatandosi da lui dopo un soggiorno di due o tre giorni, lo felicitò così:’ Maestà, se ella viene in America, lo facciamo subito presidente’”.

 

Fare bella figura, ma senza pesare sui cittadini

   Il re sapeva che l’Italia sarebbe stata libera e sovrana se lo era sotto il profilo economico e finanziario. Doveva essere europea. L’unificazione aveva avuto un  costo enorme per allineare verso l’alto le condizioni dei diversi “compartimenti” del Paese. Il censimento del 1911 indicò i progressi compiuti in mezzo secolo nei settori fondamentali della difesa (ancora in affanno), dell’istruzione elementare (dichiarata obbligatoria e gratuita dal 1877 ma lontana dal traguardo, in specie per le donne), del benessere (alimenti a prezzi contenuti, sanità, vestiario). Bisognava promuovere l’afflusso dei risparmi dai nascondigli privati alle “casse” propiziate da enti pubblici e filantropi, a banche popolari, di credito cooperativo e agricolo, casse rurali e agli sportelli postali, ideati da Quintino Sella.

   Vittorio Emanuele III in persona mostrò che non bisognava fare il passo più lungo della gamba. All’occorrenza, bisognava fare bella figura a costo quasi zero per se stesso e meno di zero per i cittadini. In Roma riceveva capi di Stato e di governo al Quirinale, già palazzo dei Papi, ammodernato e arredato con mobili fatti affluire dal Vecchio Piemonte. Il 23-25 ottobre 1909 accolse in Italia il quasi coetaneo e sfortunato Nicola II, zar  di Russia: non a Roma però, bensì nel Castello di Racconigi, scelto per comprensibili motivi di sicurezza. Era sua proprietà personale. L’aveva “scoperto” dopo l’ascesa al trono. Ci  viveva con il suo stile frugale. Più che agli arredi pensò al parco e ai poderi modelli avviati dal bisnonno Carlo Alberto nel non lontano Castello di Pollenzo.

   Ma come ospitarvi degnamente lo zar? La Regina Elena conosceva di persona la sontuosità dei Palazzi imperiali russi. Vittorio Emanuele III fece rimettere a nuovo le tappezzerie delle camere destinate a ospitare Nicola II. In pochi giorni fece traslocare da altre residenze sabaude arredi, tende, tappeti, candelabri, statue, piante ornamentali…, tutto l’occorrente, insomma, per fare la miglior figura. Tutto “restituito” all’indomani della visita dello zar. In un’intervista rilasciata a Lucio Lami nel 1979 Umberto II rievocò i lavori per abbellire il piazzale antistante il Castello, rullato per la sfilata di reparti militari (anzitutto i bersaglieri)  in onore dello zar. Nicola II vi si trovò come fosse in Russia.

   La mattina del 24 il tempo era nebbioso. Il re gli propose allora di sostituire la partita di caccia, già programmata, con una corsa in automobile alla tenuta di Pollenzo. Ci andarono alla chetichella con i rispettivi aiutanti di campo. Senza disturbare nessuno. Al rientro a una delle due vetture scoppiò una gomma. La riparazione richiese tempo. Arrivarono tardi al “pranzo di Stato” che festeggiò il Trattato destinato a cambiare la posizione internazionale dell’Italia nel quadro europeo. Senza  mettere in discussione l’alleanza difensiva con la Germania e l’Austria-Ungheria e da sempre amico dell’Inghilterra, il sovrano accostò l’Italia alla Francia e alla Russia. Così nel 1911 ebbe mano libera nella guerra all’impero turco per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica, prima che ci sbarcassero altri.

   Tutto si saldava: solidità economica, equilibri più avanzati nella società, potenziamento delle forze armate e recupero della memoria storica. Lo si vide con la sintonia tra Corona-Governo e sindaco di Roma (l’ebreo Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d’Italia), che allo zar, di confessione ortodossa e sovrano della Terza Roma (Mosca, dopo Costantinopoli), recò in dono la Lupa che allatta i Gemelli, emblema della Città Eterna.

   Quell’Italia aveva affrontato la peggiore catastrofe naturale verificatasi in Europa dall’antichità: il terremoto che devastò Messina e Reggio di Calabria. I soccorsi si fondarono sulla catena comando: dal Re al presidente del Governo (Giovanni Giolitti), al ministro della Guerra (Paolo Spingardi, già comandante generale dei Carabinieri) e al capo di Stato maggiore generale (Alberto Pollio, ex allievo della Nunziatella di Napoli, come il re stesso in tempi per lui felici). Nei successi e nei dolori quell’Italia era più unita di come veniva descritta dalle opposizioni anti-sistema e ancora viene narrata da scrittorelli malevoli. Era l’Italia che pubblicava l’edizione nazionale delle opere di Giuseppe Mazzini, capofila dei repubblicani; festeggiava Giuseppe Garibaldi, simbolo della partecipazione dei volontari alle guerre per l’indipendenza; si raccoglieva al Vittoriano e nel Palazzo Senatorio per celebrare il suo primo mezzo secolo di storia; allestiva il museo medievale a Castel Sant’Angelo e quello di Arte Moderna a Villa Giulia. Era l’Italia del premio Nobel per la letteratura a Giosue Carducci e dell’Esposizione nazionale allestita in Roma, a Firenze e in Torino, le sue tre capitali. Era anche lo Stato della leva militare obbligatoria, concepita quale perfezionamento del cittadino come insegna lo storico Oreste Bovio. Per giudizio unanime, i coscritti tornavano migliori dal servizio militare generalmente prestato lontano da casa, come del resto accadeva per tutti i dipendenti statali, che alla nomina venivano sbalestrati in terre remote, affinché conoscessero di persona l’“itala gente da le molte vite”. Era l’Italia di un re che con pochi intimi parlava volentieri in piemontese, intercalando parole napoletane (a lui familiari), lombarde e di altre terre,  i cui “dialetti”conosceva e gustava. Parlava anche con segni impercettibili del volto, certe pieghe della faccia e con la contrazione degli occhi: messaggi limpidi ma indecifrabili per chi non lo conoscesse. Era il cifrario di chi aveva sulle spalle il “brut fardèl” della Corona: un regime scaleno durato sino al cambio della forma dello Stato.

   Se fosse rimasta una monarchia debitamente “aggiornata”, libera dai cortigiani e democratica come la volevano Vittorio Emanuele III e suo figlio Umberto, l’Italia sarebbe come la decina di Paesi europei nei quali (dalla Spagna alla Svezia) la Corona è tutt’uno con la democrazia compiuta. E avrebbe più memoria più di sé, di una storia che non inizia dalla Carta vigente, ma dalla sua costituzione in Stato nel 1861. Non è una “nazione” ma una millenaria composita “civiltà”.            

       

                   

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