

Nel vertice di Alaska c’era un convitato di pietra: il Dragone cinese a ricordare, agli autori delle idiozie trentennali dell’occidente neocon, finanziario e neo colonialista, che nonostante abbia comperato la maggior parte dei media per manipolare le masse, la realtà si incarica di fare strame delle ideologie.
La grande idiozia dell’Occidente, che trae alimento da un’ideologia malsana, è quella della superiorità della civiltà occidentale talmente evidente da imporsi da sé stessa non appena le masse di altri sistemi ideologici ne vengano a contatto. La civiltà occidentale è concepita come una sorta di acqua di vita, un elisir salvifico, da elargire per il tramite della globalizzazione.
Agli idioti dell’ideologia occidentale non sfiora nemmeno il pensiero che la Cina, ad esempio, uscita dall’impero per entrare nel “comunismo”, non sappia cosa farsene dei prodotti occidentali, a cominciare dall’occidentalissimo marxismo leninismo, “rieducato” in chiave confuciana.
La Cina guarda a Confucio e a Sun Tzu. Non le manca la spiritualità del Tao. Perché dovrebbe abbracciare il modello americano proposto da Clinton o quello tedesco proposto dalla Merkel?
Una civiltà millenaria non ha bisogno per esistere delle formulette democratiche di giovani democrazie come gli Usa e di formule democratiche che si portano dietro i fantasmi del Novecento, come quelle della Germania. E’ di questo che si deve tener conto, quando si parla con gli altri, mentre, tra l’altro, si sputa sulla propria cultura con idiozie bestiali come la cancel culture, il transgender, il climate change, il green, il disprezzo del culto dei morti (cadaveri da compostare), l’utero come oggetto da affittare e le radici d’Europa respinte come inutile bagaglio durante l’impianto dell’Unione Europea di Maastricht.
Sulla base di questa idiozia ideologica Bill Clinton aprì, l’11 dicembre 2000, le porte del Wto alla Cina, asserendo: “Credo onestamente che la globalizzazione rafforzerà la nostra posizione in Asia, riducendo la possibilità di una guerra con Pechino per molto tempo a venire”.[i]
Angela Merkel, autrice della delocalizzazione delle produzioni tedesche in Cina, ha a sua volta affermato: “La Repubblica Popolare giungerà al cambiamento attraverso il commercio”. E’ il principio Wandel durch Handel, cambiamento attraverso il commercio.
Pessima idiozia quella di scambiare le proprie ideologie come realtà. L’Occidente è vittima di sé stesso proprio per questo.
L’espansione commerciale della Cina dal 2000 ad oggi è stata uno dei fenomeni economici più significativi a livello globale, trasformando il paese nella seconda economia mondiale e nel principale esportatore globale. L’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha segnato un momento cruciale, aprendo il paese all’economia globale e favorendo una crescita esponenziale del commercio internazionale. Questo evento ha permesso alla Cina di ridurre le barriere tariffarie e non tariffarie, facilitando l’accesso ai mercati globali; attrarre investimenti esteri diretti (IDE) grazie a politiche favorevoli, come incentivi fiscali e zone economiche speciali (ZES); integrarsi nelle catene di approvvigionamento globali, diventando un hub manifatturiero grazie alla manodopera a basso costo, infrastrutture moderne e politiche governative di supporto.
Dal 2000 al 2023, le esportazioni cinesi sono cresciute di 13,6 volte, passando da 250 miliardi di dollari a 3,4 trilioni di dollari (in termini nominali) e ha mantenuto un consistente surplus commerciale, con un picco di 876,91 miliardi di dollari nel 2022. A luglio 2025, il surplus è stato di 98,24 miliardi di dollari, con esportazioni in crescita del 7,2% su base annua.
La Cina è diventata la “fabbrica del mondo”, producendo beni di consumo come elettronica, abbigliamento e macchinari a prezzi competitivi.
Con la Belt and Road Initiative (BRI o Via della Seta), la Cina ha favorito investimenti in infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade) in oltre 60 paesi, migliorando l’accesso della Cina ai mercati esteri e alle risorse naturali. In Africa, ad esempio, la Cina ha costruito circa 10.000 km di ferrovie, 100.000 km di autostrade e oltre 60.000 km di linee di distribuzione elettrica dal 2000.
Non mancano, per il Dragone, problemi. La linea di crescita del PIL è scesa dal 10% medio annuo (1978-2013) al 6,3% nel 2023, inferiore alle attese del 7,3%. Cause includono la crisi immobiliare (es. il fallimento di Evergrande nel 2021), il calo delle esportazioni (-12,4% a giugno 2023 rispetto al 2022) e la diminuzione della domanda interna. L’invecchiamento della popolazione e il calo del tasso di natalità (da 7,52 a 6,77 per 1.000 persone tra 2021 e 2022) hanno ridotto la forza lavoro, con previsioni di una popolazione sotto il miliardo entro il 2080.
Tuttavia, la crescita militare della Cina dal 2000 a oggi è stata impressionante, trasformandola in una delle principali potenze militari globali.
La spesa militare cinese è aumentata significativamente. Nel 2000 era di circa 42 miliardi di dollari, nel 2010 di 132 miliardi e nel 2020 ha raggiunto i 257 miliardi, con un incremento del 7,2% per il 2024 (1.355 miliardi di yuan, circa 209 miliardi di dollari). La Cina ha registrato 26 anni consecutivi di crescita della spesa militare, rappresentando il 13-14% della spesa militare globale nel 2020.
Sotto la leadership di Xi Jinping, l’EPL punta a diventare una forza armata “di livello mondiale” entro il 2049, con tappe intermedie al 2027 (modernizzazione completa) e 2035 (forza pienamente integrata).
Con circa 2,2 milioni di soldati attivi, l’EPL è il più grande esercito al mondo per numero di effettivi, sebbene abbia ridotto la coscrizione in favore di volontari per migliorare qualità e addestramento. La Marina cinese è diventata la più grande al mondo per numero di unità, con oltre 370 navi e sottomarini nel 2023, incluse tre portaerei (Liaoning, Shandong, Type 003). Si prevede una flotta di 435 navi entro il 2030. La Cina ha potenziato le capacità anfibie e di proiezione di potenza, con nuove navi d’assalto anfibio e droni marittimi come la Zhu Hai Yun. L’Aeronautica cinese è la terza al mondo, con oltre 2.800 velivoli, di cui 2.250 da combattimento, inclusi caccia stealth J-20 e bombardieri nucleari H-6N. La produzione di droni armati e velivoli da trasporto come lo Xi’an Y-20 è in crescita.
La Cina ha inoltre ampliato il suo arsenale nucleare, con oltre 400 testate operative nel 2022 e una proiezione di 1.000 entro il 2030; sta sviluppando missili balistici intercontinentali (ICBM) e ipersonici, con capacità di colpire obiettivi negli Stati Uniti e ha investito massicciamente in guerra elettronica, cybersicurezza e capacità spaziali, con una forza militare dedicata allo spazio e il lancio della stazione spaziale Tianhe nel 2021.
Questi sono i risultati della follia ideologica di Bill Clinton.
Per quanto riguarda la Merkel, la Cina è diventata uno dei principali partner commerciali della Germania. Nel 2022, il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi ha superato i 245 miliardi di euro, rappresentando circa un terzo del commercio totale tra l’UE e la Cina.
La Germania importa dalla Cina beni come elettronica, prodotti chimici, tessili e macchinari, mentre esporta principalmente automobili, macchinari e prodotti tecnologici. Tuttavia, il saldo commerciale è negativo per la Germania, con un deficit di circa 84 miliardi di euro nel 2022, a causa di un aumento delle importazioni cinesi rispetto alle esportazioni.
Negli ultimi anni, l’importanza della Cina come mercato di esportazione per la Germania è diminuita. Nel 2023, la quota delle esportazioni tedesche verso la Cina è scesa al 6% del totale, rispetto a quasi l’8% nel 2020, ma questo è dovuto alla delocalizzazione, ossia alla crescente produzione locale delle aziende tedesche in Cina, che riduce la necessità di esportazioni dirette dalla Germania.
La Germania, inoltre, è fortemente dipendente dalla Cina per alcune materie prime critiche, come le terre rare (85-100% delle importazioni europee), magnesio (97%), litio e altri materiali essenziali per tecnologie come batterie, turbine eoliche ed elettronica. Inoltre, prodotti come laptop (80% delle importazioni), telefoni cellulari (68%) e componenti elettronici presentano una dipendenza significativa dalla Cina, spesso senza alternative immediate. Circa 230 gruppi di prodotti industriali, tra cui sostanze chimiche specializzate (come quelle utilizzate per farmaci e insetticidi), mostrano un’elevata dipendenza dalle importazioni cinesi, con quote di mercato superiori al 50%.
Le imprese tedesche hanno investito circa 122 miliardi di euro in Cina fino al 2022, con un record di 11,9 miliardi di euro di investimenti diretti nel 2023. Grandi aziende come Volkswagen, BMW, BASF e Mercedes-Benz realizzano una parte significativa dei loro profitti in Cina, con alcune che vendono fino al 40% delle loro auto in questo mercato.
La Cina rappresenta un mercato cruciale per i produttori di automobili tedeschi, con Volkswagen che vende il 42% delle sue auto in Cina e Mercedes-Benz il 36%.
Gli investimenti cinesi in Germania sono molto inferiori, pari a circa 5 miliardi di euro, evidenziando un rapporto economico asimmetrico in cui la Germania è più dipendente dalla Cina che viceversa.
La dipendenza da materie prime e componenti cinesi espone la Germania a rischi in caso di crisi geopolitiche, come un potenziale conflitto su Taiwan. Uno studio del IfW Kiel stima che un’interruzione del 97% del commercio con la Cina ridurrebbe il PIL tedesco dell’1% a lungo termine, con effetti più gravi nel breve periodo.
La realtà ha dimostrato che anche la signora Angela Merkel ha visto smentite le sue ideologiche esternazioni.
Il convitato di pietra al vertice dell’Alaska, altro punto fondamentale, domina il mercato globale delle materie prime critiche, come litio, cobalto, terre rare, grafite e magnesio, essenziali per tecnologie verdi, elettronica, automotive e difesa. Grazie a una strategia industriale avviata decenni fa, controlla gran parte dell’estrazione e, soprattutto, della raffinazione di questi materiali (es. 84% del disprosio estratto e 100% della sua raffinazione, 70% della raffinazione globale di litio). Questo dominio deriva da investimenti in miniere estere (es. Congo per il cobalto, Indonesia per il nichel) e da un’espansione della capacità di lavorazione, consolidata tramite la Belt and Road Initiative.
La dipendenza occidentale dalla Cina crea vulnerabilità, amplificate dalle restrizioni all’export imposte da Pechino (es. gallio, germanio, grafite) in risposta a tensioni geopolitiche, come i dazi USA o limitazioni tecnologiche occidentali. La Cina accumula scorte strategiche (92% del rame globale, 51% del grano, 1,3 miliardi di barili di greggio) per garantirsi sicurezza in caso di crisi, aumentando il suo peso sui mercati globali.
L’Occidente, consapevole del rischio, sta reagendo. L’UE ha varato il Critical Raw Materials Act per potenziare estrazione, raffinazione e riciclo interni, mentre gli USA cercano di incrementare la produzione domestica. Tuttavia, la Cina mantiene un vantaggio di almeno 15 anni, grazie a una pianificazione aggressiva e costi competitivi.
Le due cassandre dell’ideologia del primato ideologico occidentale sono state smentite dalla realtà.
Se l’Occidente continua a scambiare la sua ideologia malata con la realtà, così come fanno le cancellerie europee, andrà inevitabilmente verso la propria implosione.
La reazione Usa fa capire che la marcia è stata invertita, che si guarda realisticamente al pragmatismo, alla realpolitik, al multipolarismo. Chi rimane nella bolla ideologica della disfatta sono le cancellerie europee, con la loro dote di media pifferai, comprati e finanziati nella speranza di imbonire le masse e convincerle che le loro idiozie siano la realtà.
La priorità di Trump, con buona pace delle narrazioni dei tromboni dei media della propaganda che lo descrivono come un povero idiota egocentrico, è staccare Mosca dall’abbraccio con la Cina.
La Russia è un’enorme riserva mineraria, energetica e di agricola, con ampia possibilità di sviluppo grazie al disgelo. La priorità del rapporto con Mosca va oltre lo “spaesamento delle cancellerie europee, abituate all’ideologia mai alla realtà” (Dario Fabbri, Domino 7/2025).
Nel 1972 l’accortezza politica di Kissinger seppe tenere la Cina staccata dalla Russia con la storica visita del presidente Richard Nixon a Pechino.
Oggi Trump ha il compito di tenere la Russia staccata da Pechino e la priorità del vertice in Alaska risponde a questa logica. Kiev, in questa prospettiva, è solo una pedina secondaria, da inserire nel quadro più generale e non la priorità delle priorità, come recitano le litanie delle cancellerie europee con allegato coro dei media trombonanti.
[i] Discorso sullo status commerciale permanente con la Cina





