di Savino di Scanno
L’Enciclopedia Treccani illumina circa il significato dell’aforisma di tradizione francese “a la guerre comme a la guerre” inteso come ogni situazione che deve essere accettata per ciò che essa è e che bisogna accontentarsi delle risorse che sono offerte dalle circostanze.
Solo folli, psicopatici e disadattati sociali possono inneggiare alla guerra mentre solo chi la conosce ne scrive con prudenza.
Altresì è follia per una Nazione non essere preparata a difendersi, magari contando su aiuti esterni, nella considerazione che ciò è sancito da un dettato Costituzionale.
Si assiste continuamente alle “lezioni ” dei soliti professori di turno che vogliono insegnare come si fanno le cose ignorando l’ aforisma partenopeo delle “sciabole appese ed i foderi a combattere”.
Nella cronistoria recente a partire dal Ministro della Difesa fino all’ultimo docente delle Società Accademiche specializzate ci dicono che non siamo pronti ad eventi bellici.
Eppure di “Libri Bianchi” sulla Difesa ne sono stati scritti in numero industriale negli anni, non mancano Istituti di Alta Formazione, le nostre Accademie sono qualificate, abbiamo generali ed ammiragli che numericamente superano di gran luga quelli presenti negli altri paesi, eppure non si capisce come è perché è sempre un “8 settembre “.
Si è stanchi di ripetere sempre le stesse opinioni, ma si proverà a dare una interpretazione. Si partirà da un esempio sportivo. La nostra nazionale di Rugby partecipa da anni al Trofeo Internazionale delle “6 Nazioni”. I nostri atleti hanno pari preparazione atletica, stesse capacità, una tifoseria appassionata ma i risultati sono sempre modesti. Quindi cosa manca? Poi, sempre scrivendo di sport cosiddetti marziali, nel Tiro o nella Scherma abbiamo risultati “individuali ” di eccellente prestigio.
Anche il calcio, sport nazionale è in crisi, dimenticando che nel periodo della Rinascita Nazionale del dopo guerra era il ciclismo lo sport più amato tanto da meritare un giornale “Rosa” come la Gazzetta dello Sport in onore della “Maglia Rosa”.
Cosa manca al Belpaese? Scriviamolo senza timore.
Manca lo “Spirito “. Manca il sentimento comune di sentirci un “unicum” come popolo pur nel rispetto delle varie sensibilità politiche, sociali, umane.
Si ha sempre necessità di “altri ” che si chiamino americani, inglesi, francesi, tedeschi, russi o cinesi.
Sembra che si sia incapaci di riconoscerci una identità, una autonomia di valori, interessi, visioni.
E ciò a cascata si riversa “in primis” sulle dinamiche della pubblica amministrazione, basta assistere ad esempio alla vicenda dei dossieraggi di Perugia, alle ruberie sugli incentivi statali, alle malversazioni politiche.
In dinamiche di “Guelfi e Ghibellini ” tutto diventa polemica, dimenticando che si presta il fianco a chi ha ridotto questo Paese a postribolo Internazionale.
Avevamo Mattei, avevamo l’IRI, avevamo una decente credibilità internazionale ed ora, dopo decenni di sub cultura di governo, cosa ci troviamo?
Sempre parlando di temi di sicurezza, non deve ricordarlo Gratteri che noi abbiamo la migliore polizia giudiziaria del mondo, grazie al sacrificio di pochi come i ROS dei Carabinieri, autori di un’altra eccellente operazione ieri a Genova.
Chi scrive, di recente, è stato ospite della Scuola di Specializzazione al Tiro di Orvieto della Guardia di Finanza ed è stata una esperienza straordinaria, visto il livello di assoluta qualità di personale e strutture.
Vogliamo aggiungere il lavoro eccellente dei “ragazzi ” delle DIGOS sempre nelle piazze a gestire l’impossibile?
Cosa manca? Manca il sentirci “Italiani”.
Noi non siamo i giapponesi con il loro Bushido, ma non ci si può rassegnare ad essere considerati i “traditori” di turno di una comunità Internazionale, che non può insegnarci nulla.
Rendiamo testimonianza e merito ai molti, uomini e donne con e senza divisa, privi di raccomandazioni, offesi nella mancanza di riconoscimento di meriti individuali di assoluta eccellenza, maltrattati da dirigenze di incapaci e compromessi, che ogni giorno fanno il loro dovere, che ogni giorno difendono il nostro Paese spesso non meritorio del loro sacrificio.
Chi scrive lo scrive perché li conosce, come conosce chi li dirige e considera un miracolo che queste persone ogni giorno vanno in caserma ad onorare il loro impegno.
Speriamo nello “Spirito ” che per noi credenti è solo lo “Spirito Santo ” perché l’impegno dei singoli di questi tempi non è più sufficiente.




