Il limite delle classifiche applicate al segreto
La classifica pubblicata dal settimanale francese L’Express, che colloca l’intelligence italiana al quindicesimo posto in Europa, ha almeno un merito: riportare al centro del dibattito pubblico un tema cruciale per la sicurezza nazionale.
Ma proprio la natura dell’intelligence rende questo tipo di graduatorie estremamente difficili da interpretare.
A differenza di economia, sanità o istruzione, non esistono indicatori oggettivi capaci di misurare ciò che, per definizione, resta segreto.
Come si assegna un punteggio a un attentato mai avvenuto?
Come si valuta un’infiltrazione riuscita, una rete ostile smantellata o un’operazione di spionaggio economico neutralizzata, se tutto questo rimane classificato?
Nell’intelligence i fallimenti finiscono sulle prime pagine, mentre i successi, nella maggior parte dei casi, restano invisibili.
È quindi inevitabile che classifiche di questo tipo misurino soprattutto reputazione, percezione internazionale e capacità di proiezione, più che l’effettiva efficacia operativa.
L’Italia rappresenta un caso particolare.
Negli ultimi vent’anni il nostro Paese ha evitato attentati terroristici della portata di quelli che hanno colpito Francia, Belgio, Regno Unito, Germania o Spagna.
Questo non significa che la minaccia fosse inferiore. Al contrario, dimostra come il sistema di prevenzione abbia operato in un contesto caratterizzato da rischi costanti.
Intelligence, forze di polizia, magistratura, cooperazione internazionale, monitoraggio finanziario e controllo del territorio costituiscono un modello integrato affinato anche grazie all’esperienza maturata contro terrorismo interno, criminalità organizzata e reti transnazionali.
La sicurezza italiana non si gioca soltanto entro i confini europei, ma anche nei Balcani, nel Mediterraneo allargato, nel Nord Africa, nel Sahel e nel Medio Oriente. Terrorismo, migrazioni irregolari, traffici illeciti, sicurezza energetica, cyberminacce, infrastrutture critiche.
Negli ultimi anni il nostro Paese ha inoltre investito molto nella diffusione di una cultura dell’intelligence.
Un percorso che non riguarda soltanto gli apparati, ma coinvolge università, imprese, ricerca, pubbliche amministrazioni e infrastrutture strategiche.
Oggi la sicurezza nazionale passa anche attraverso la tutela dei dati, della proprietà intellettuale, delle tecnologie dual use, delle filiere industriali e dell’intelligence economica.
Per questo una graduatoria come quella de L’Express può rappresentare uno stimolo, ma non può essere considerata una fotografia scientifica delle reali capacità di un servizio d’intelligence, ridurre tutto a un quindicesimo posto significa applicare la logica delle classifiche sportive a un settore che vive di risultati invisibili.
Nell’intelligence vince chi impedisce che la partita inizi.





