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L’attacco antisemita in Bulgaria non nasconda ciò che accade da noi

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L'attacco antisemita in Bulgaria non nasconda ciò che accade da noi

Il silenzio dei media sull’antisionismo, antisemitismo della sinistra italiana

Viene data, ai telegiornali, vasta visibilità alla notizia dell’aggressione antisemita in Bulgaria, in cui una decina di estremisti di destra ha attaccato un gruppo di ragazzi ebrei nel loro hotel.

Fatto gravissimo ed esecrabile, che merita la massima condanna e che deve essere perseguito con tutta la severità possibile. Non c’è dubbio.

Ma ciò che sorprende – e che dovrebbe far riflettere – è il modo in cui la notizia viene rilanciata.

Perché si prende un attacco di dieci estremisti di destra per dire che l’antisemitismo sarebbe in ripresa, per allarmare l’opinione pubblica su un pericolo che, per quanto reale, è marginale, mentre le manifestazioni antisemite, ben più importanti, in Italia sono all’ordine del giorno e non sono organizzate dall’estrema destra.

Oggi, in Italia, l’antisemitismo è principalmente di sinistra e prende il nome di “antisionismo”. È un antisemitismo travestito da ideologia, che si nasconde dietro la critica a Israele per colpire gli ebrei come popolo, comunità e individui.

In nome dell’antisionismo, che è antisemitismo, gli ebrei vengono sistematicamente – non episodicamente o occasionalmente – allontanati da attività commerciali, da manifestazioni pubbliche, da eventi culturali, da spazi che dovrebbero essere aperti a tutti.

Vengono esclusi, isolati, emarginati. E questo accade non in un Paese terzo ma qui, in Italia, nella nostra democrazia, nelle nostre città, nelle nostre università.

Un esempio recente e simbolico è quello di Keshet a Roma, un’associazione ebraica che si è vista precludere la possibilità di partecipare al Pride per la sola ragione di essere ebraica.

E questo è solo uno dei tanti casi, uno dei tanti episodi che si ripetono quotidianamente, spesso in silenzio, senza che i media ne parlino.

Accade anche nel mondo del lavoro, con contratti che svaniscono, opportunità che si chiudono, carriere che vengono bloccate per il solo fatto di essere ebrei o di avere legami con Israele.

Boy George, con la sua ultima canzone in sostegno a Israele, ha visto svanire contratti e opportunità – non perché la sua musica non fosse più valida, ma perché la sua posizione politica non era gradita a chi detiene il potere culturale.

Allora, certo, preoccupiamoci degli episodi di antisemitismo. Condanniamo ogni aggressione, ogni atto di violenza, ogni manifestazione di odio.

Ma fissiamo il nostro sguardo sull’antisemitismo sistemico, su quello che è strutturale e che non è un fatto di cronaca ma un fenomeno culturale, politico, sociale.

Perché è lì che il pericolo è più grande e si gioca il futuro della convivenza. È lì che si annida il vero nemico della democrazia e della libertà.

E finché continueremo a distogliere lo sguardo, a concentrarci sugli episodi marginali per non vedere il sistema continuando a permettere che l’antisionismo venga spacciato per antirazzismo, saremo complici di un’ingiustizia che, alla fine, colpirà non solo gli ebrei, ma tutti.

Perché quando si comincia a discriminare una minoranza e si accetta che un gruppo di persone venga escluso per la sua identità, si apre la strada a qualsiasi discriminazione.

E quella strada, una volta imboccata, è difficile da percorrere a ritroso.

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