
Che la leadership europea faccia, a dir poco pietà, è un fatto, ma che arrivi a subire il gioco delle tre carte contenta, cornuta e mazziata, è davvero il segno di un declino irreversibile e impressionante. La leadership europea è una montagna di menzogne.
Come riferisce Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, “meno di un mese dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha commissionato agli Stati Uniti 90 miliardi di ordini per armi, munizioni ed altri equipaggiamenti militari che pagheranno, consenzienti, gli alleati europei”, il 13 settembre “il ministro della Difesa di Kiev, Denys Shmyha ha reso noto che l’Ucraina ha bisogno di oltre 100 miliardi di euro per finanziare la sua difesa nel 2026. A scanso di equivoci, l’ex premier del governo ucraino, ha precisato che tale somma sarà necessaria sia in caso la guerra continui sia nel caso si arrivi a un accordo di pace”.
“Se la guerra continua, avremo bisogno di almeno 120 miliardi di dollari per il prossimo anno”, ha affermato Denys Shmyha, visto che gli sforzi di pace restano in una fase di stallo.
Ma non è finita: anche se i combattimenti cessassero, “avremo bisogno – ha aggiunto Denys Shmyha – di una somma leggermente inferiore” per “mantenere il nostro esercito in buone condizioni” in caso di un nuovo attacco russo.
“Il ministro non ha specificato – commenta Gaiani – quanto di questa somma l’Ucraina sarà in grado di finanziare con risorse proprie, che di fatto non esistono dal momento che l’Ucraina sarebbe già in bancarotta secondo gli standard finanziari comuni e sopravvive grazie ai donatori internazionali”.
Considerato che gli Usa hanno già fatto sapere che non intendono più finanziare la guerra in Ucraina, il costo del conflitto e anche del mantenimento dell’esercito post conflitto sarà sulle spalle degli Europei.
Il deputato Roksolana Pidlasa, presidente della commissione bilancio del Parlamento, ha affermato che “un giorno di guerra costa attualmente all’Ucraina 172 milioni di dollari”, rispetto ai 140 milioni di dollari di un anno fa.
Mentre escono le cifre del conto e mentre ufficiali Usa assistono alle manovre Zapada 2025 in Bielorussia, si apprende che l’attacco di droni ucraini a una raffineria russa a 1.500 km dal confine è soltanto l’ultimo capitolo della guerra dei droni, un fronte tecnologico dove l’Ucraina, secondo l’inviato statunitense Keith Kellogg, ha superato persino gli Stati Uniti.
Secondo quanto detto da Keith Kellogg alla conferenza sulla strategia europea di Yalta, che non si capisce quanto faccia sul serio e quanto ci stia prendendo per i fondelli (ormai tra l’una e l’altra cosa c’è poca distanza), ci sarebbero una superiorità ucraina nella tecnologia dei droni e la debolezza russa sul campo di battaglia.
Dove stia con la testa l’ex generale statunitense, che viene mandato a parlare laddove si consuma l’inutilità, è tutto da capire.
Secondo l’intelligence militare ucraina (Hur), un attacco di droni kamikaze ha preso di mira la raffineria di Bashneft-Novoyl, uno dei principali impianti di lavorazione del petrolio della Russia. La distanza, circa 1.500 km dal confine, sottolinea la crescente capacità dell’Ucraina di colpire obiettivi strategici in profondità nel territorio russo.
Parallelamente agli eventi sul campo, a Kiev, l’inviato statunitense Keith Kellogg ha fatto una dichiarazione che non è passata inosservata: “L’Ucraina sembra ora essere leader mondiale nella tecnologia della difesa. È, di per sé, un argomento piuttosto valido per renderla membro dell’Unione Europea”.
Non male.
Kellogg, inviato speciale di Donald Trump per l’Ucraina e uno dei suoi principali collaboratori per la negoziazione di un accordo di pace, ha sottolineato che gli Stati Uniti sono “molto indietro” in questo settore.
Sembrerebbe un complimento, ma è un avvertimento. Cari europei, visto che siete più avanti, arrangiatevi.
E tu, Ucraina, visto che sei leader mondiale non ha più bisogno degli Usa. Fai pure da sola.
L’affermazione di Keith Kellogg sembrerebbe trovare riscontro nei progressi compiuti da Kiev, che dall’inizio dell’invasione russa ha ampliato la produzione di droni per aria, terra e mare, con l’obiettivo di produrne 30.000 a lungo raggio nel 2025. Un’industria in piena espansione che ha attirato l’interesse degli Stati Uniti, tanto che il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato un potenziale contratto di vendita agli USA del valore di 10-30 miliardi di dollari.
Attenzione. E qui si svela la verità delle dichiarazioni di Kellogg. L’Ucraina ha siglato un accordo di coproduzione con l’azienda statunitense Swift Beat.
In buona sostanza l’Ucraina è all’avanguardia della produzione dei droni, gli Usa sono indietro, ma guarda caso l’Ucraina produce i droni con gli Usa.
Il gioco delle tre carte è perfetto.
Eccoci al punto. Business. Europei cornuti e mazziati.
Sempre dalla conferenza di Yalta, Kellogg ha offerto una prospettiva critica sulle dinamiche del conflitto. Sebbene la Russia stia ottenendo modesti guadagni territoriali nell’Ucraina orientale, il generale in pensione ha ribadito che Mosca è “ben lontana dalla vittoria sul campo di battaglia”.
“La Russia, di fatto, sta perdendo questa guerra”, ha dichiarato Kellogg, pur riconoscendo i progressi a Donetsk e nel Donbass, ma definendoli “avanzamenti a metri, non a miglia”, che hanno un “costo che stanno pagando è enorme”.
Un’altra vulnerabilità cruciale evidenziata da Kellogg è la dipendenza di Mosca dalla Cina. Descrivendo la Russia come il “partner minore” di questa alleanza, l’inviato americano ha affermato che “se la Cina interrompesse oggi il suo sostegno alla Russia, la guerra sarebbe finita domani”.
E qui le esternazioni di Kellogg si agganciano al tema vero della questione: la Cina.
In questo quadro, anche il fronte diplomatico si muove. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha imposto un divieto quasi totale di esportazione verso una trentina di aziende – cinesi, turche, degli Emirati Arabi Uniti, indiane, singaporiane e taiwanesi – accusate di aiutare la Russia ad aggirare le sanzioni. Il Dipartimento ha dichiarato che queste entità hanno fornito beni al settore militare-industriale russo, agendo “in contrasto con la sicurezza nazionale o gli interessi di politica estera degli Stati Uniti”.
Andrii Yermak, capo dell’ufficio del presidente ucraino, ha ringraziato gli USA per questo “altro passo importante per smantellare la capacità del Cremlino di sostenere la sua macchina da guerra”.
Il teatrino è in piena attività.
Nel frattempo, a cacciare i droni arriva il cacciatore di droni promesso da EOS: il laser Apollo capace di abbattere fino a 50 droni al minuto.
Eos (Electro Optic Systems) è un’azienda australiana. Il debutto ufficiale è avvenuto a Londra, durante il salone internazionale DSEI, dal 9 al 12 settembre.
L’annuncio di Apollo segue di poche settimane un contratto con un Paese membro della NATO, che ha acquistato il primo laser da 100 kW per l’export, aprendo di fatto una nuova fase nell’impiego operativo delle armi a energia diretta.
EOS definisce Apollo come “la soluzione più economica sul mercato” per la difesa contro gli sciami di droni. E i numeri diffusi dall’azienda sembrano confermare la portata della novità: il sistema può abbattere da 20 a 50 droni al minuto, mantenendo una capacità di fuoco pressoché illimitata quando collegato a una fonte elettrica esterna. Anche in modalità isolata, il container di 20 piedi che lo ospita conserva energia sufficiente per oltre 200 ingaggi.
Un attacco con piccoli droni commerciali modificati può costare poche migliaia di euro, mentre intercettarli con missili tradizionali può richiedere spese 50 volte superiori. EOS sostiene che un colpo di laser ha un costo marginale vicino a quello dell’energia consumata, rendendolo drasticamente più sostenibile rispetto a un missile da centinaia di migliaia di euro.
Dal punto di vista tecnico, Apollo è scalabile fino a 150 kW e garantisce una copertura completa a 360 gradi. Può neutralizzare droni di piccole e medie dimensioni (classi 1-3) fino a 3 chilometri di distanza, ma anche accecare i sensori di velivoli più grandi oltre i 10 chilometri, interrompendo così la loro capacità di trasmettere dati a munizioni circuitanti o di coordinare attacchi di gruppo. L’agilità del sistema è assicurata da un tempo di riposizionamento inferiore a 1,5 secondi per una rotazione di 60 gradi, fondamentale quando si affrontano sciami numerosi.
La scelta di un contenitore ISO standard da 20 piedi ne semplifica la mobilità: può essere trasportato su camion, treni o navi e messo in funzione in meno di due ore. Questa flessibilità lo rende adatto sia alla difesa di siti sensibili sia a operazioni in aree avanzate. EOS sottolinea inoltre che Apollo è compatibile con i sistemi di comando e controllo NATO e può essere integrato in difese stratificate accanto a cannoni automatici o missili.
La storia dell’azienda nel settore non è nuova: già nel 2023 EOS aveva lanciato un “laser dazzler” non letale, capace di disturbare i sensori dei droni. Apollo rappresenta quindi l’evoluzione naturale di questa ricerca, con l’obiettivo di fornire una risposta concreta a una delle minacce più pressanti dei conflitti contemporanei: gli sciami di droni a basso costo.
Il CEO di EOS, Andreas Schwer, ha parlato di “tecnologia salvavita”, destinata a giocare un ruolo centrale nelle strategie di difesa.
Il gioco dei droni è come quello delle tre carte. Nel frattempo al fonte si muore.





