di Antonio Foccillo
In Italia sono accadute in questi giorni due vicende istruttive che fanno capire quali negatività si sono affermate nel nostro Paese: le recenti vicissitudini della nazionale di calcio e l’esito dei referendum. Tutte e due sono risultate disastrose, anche se con valenze diverse.
La prima, nonostante le continue delusioni che la squadra azzurra sta infliggendo ai tifosi con partite scialbe, come con la Norvegia e con la Moldava, senza impegno e prive di contenuti tecnici e agonistici che hanno segnato un arretramento dell’Italia a squadra di rango inferiore, ha pagato solo ancora una volta il Commissario Tecnico. Con il risultato che, anche questa volta, potrebbe essere la terza occasione che non si andrà ai mondiali. A pensare che in passato ne abbiamo vinti ed eravamo una delle potenze mondiali.
Ebbene, abbiamo assistito a giocatori che non amano la maglia, almeno questa è la dimostrazione, una maglia gloriosa che rappresenta una nazione. Super pagati, non ditemi che è la solita retorica, ma questo loro valore non si è tradotto poi in campo. Fa il paio con la scarsa passione dei giovani italiani nei confronti delle istituzioni e delle loro regole, compreso esercitare il loro diritto/dovere di andare a votare.
Quello che emerge in tutte queste debacle che non pagano mai veri responsabili. In questa vicenda le vere responsabilità sono quelle della federazione e del suo presidente, che, nella sua gestione fallimentare (a proposito abbiamo sbagliato anche ai recenti europei), continua imperterrito ad assistere a questi spettacoli indecorosi e scarica le colpe sugli altri. In questi anni della sua gestione non ha modificato niente, non ha avanzato un progetto di cambiamento, non ha preso atto dei suoi errori e non ha mai espresso la dignità di dimettersi!
Lo stesso è avvenuto nelle varie vicende politiche compreso l’esito degli ultimi referendum. I risultati sono chiari: non si è raggiunto il quorum e, quindi, il risultato è stato solo un fallimento e uno spreco di soldi. Ma non se né è preso atto. Anzi hanno dichiarato tutti che hanno vinto! Che facce di tolla!
Avete sentito le dichiarazioni, prima delle forze di governo che hanno invitato a non votare, addirittura la Presidente del Consiglio è andata al seggio e non ha ritirato le schede. Quale esempio si dà ai cittadini. Certamente è possibile che ci si astenga nel voto al referendum, ma non si è pensato che invitare le persone ad astenersi alla fine si delegittima il voto e si aumenta la giustificazione all’astensione. I cittadini sono legittimato a pensare se non vanno loro a votare perché dovrei andare io. Poi le forze di opposizione che hanno sostenuto che il numero dei votanti ai referendum erano più di quelli che hanno eletto la Meloni. Mai, anche in questo caso, non si prende atto dei loro errori e addirittura si dicono soddisfatte.
Qualcuno ancora ha sostenuto che quello che è successo con il non raggiungimento del quorum è la dimostrazione che la democrazia è in crisi. Peccato che se ne è accorto solo oggi!
La democrazia è in crisi da molto tempo. Lo dimostra l’apatia e la non partecipazione alla vita politico e sociale. Questo è il sintomo evidente del rifiuto e della mancanza di fiducia in tutta la classe politica, che viene delegittimata proprio dal crescente aumento dell’astensione al voto.
Tutto ciò è dovuto a molte cause, compreso la stratega di reprimere la partecipazione dei vari soggetti della democrazia. I valori cardine, espressione del popolo sovrano, ovvero il principio di libertà, di uguaglianza, di solidarietà e di coesione sono diventati privi di interesse e subordinati al mercato. Possiamo affermare che, concretamente, la sovranità popolare viene meno anche quando il risultato di un referendum non viene adeguatamente partecipato e viene così disatteso l’unico strumento in mano ai cittadini per abrogare leggi contro di essi o anche quando la definizione e la formazione della realtà economica e politica è spostata in spazi inaccessibili al controllo della cittadinanza.
Delle altre cause di questa sfiducia e insofferenza verso le regole istituzionali e politiche: dalla finanziarizazione dell’economia alla globalizzazione; dalla riduzione della sovranità degli Stati agli attacchi continui alle istituzioni: dalla eliminazione dei partiti alla messa in discussione anche del ruolo dei sindacati; dal pensiero unico che ha ridimensionato qualsiasi possibilità di dialogare, con l’ostracismo di chi dissente alla perdita degli ideali che hanno portato gli italiani a votare per chi per prima manifesta un’idea anti-politica o anti-partito, anche se vacua di contenuti e, chi nell’esporre il suo programma, usa forzature di linguaggio, tanto da arrivare in qualche caso alla trivialità e alla maleducazione; dalla crisi economica e produttiva e alla conseguente riduzione dell’occupazione. Ancora dal modello neoliberista, diventato il sistema di riferimento di tutto l’Occidente e della sinistra europea e italiana, che ha prodotto un sistematico processo di scardinamento ideologico e istituzionale dei valori del novecento.
Di tutto questo né ho scritto dettagliatamente in vari articoli sul nostro giornale. State tranquilli, non lo riproporrò di nuovo. Ho solo citato i titoli di quelle che considero le cause, anche per far opera di affermazione della memoria storica dei problemi. Poi ognuno liberamente può trarre le proprie convinzioni e le proprie conclusioni. Non ho mai pensato di avere la verità!
Se però, sempre a parer mio, non si affrontano queste cause e, conseguentemente, si individua un veloce cambiamento per rilanciare speranze e valori solidali, con politiche che abbiano l’obiettivo di costruire una società diversa che sostenga pari opportunità per tutti, dove siano salvaguardate le persone e i loro diritti di cittadinanza ci sarà sempre un regressione nei diritti e nelle tutele con l’allontanamento di cittadini da tutto quello che dovrebbe interessargli individualmente e collettivamente.
È necessario ridare alle istituzioni la loro autorevolezza in modo che, ancor prima che con le norme, possano divulgare la cultura della legalità, della partecipazione, dell’emancipazione civile, democratica e sociale.
Ritornando all’esito del referendum. Ancora una volta, si è ripetuta la solita litania di tutti i momenti elettorali: hanno vinto tutti. Non è così!
A parer mio, hanno perso tutti. Dalle forze di maggioranza che hanno incitato al non voto ed hanno fatto di tutto per non informare i cittadine dei contenuti dei quesiti posti dai referendum alle forze di opposizione che si vogliono impropriamente affrancare una vittoria che non esiste, in quanto non si è raggiunto il quorum.
E come succede per il calcio anche in politica non si dimette mai nessuno, pur avendo perso e ridimensionato quel poco di democrazia che esiste ancora.
Questa è l’ennesima dimostrazione del vortice negativo in cui, da più di trent’anni, la politica è precipitata. L’attuale politica, infatti, non ha l’onesta intellettuale di assumersi, almeno pro quota, qualche responsabilità del disastro in cui è caduto il nostro Paese nel rapporto cittadini-istituzioni, cittadini-politica, cittadini-partecipazione.
Questo vuoto ha inasprito il confronto e minato le basi per una reale democrazia partecipativa. Se non si avvia un processo di cambiamento dell’attuale pensiero ideale e della proposta politica, magari recuperando i principi della cultura laica e socialista, si lascia alla imposizione dogmatica della finanza in economia il solo soggetto a essere in grado di controllare sviluppo, benessere e prospettive, dimenticando così la centralità dell’Uomo, i suoi diritti e la socialità.




