
di Marco Pugliese
Greta Thunberg come Carola Rackete, simboli di una coscienza occidentale che rischia di trasformarsi in propaganda sterile. Israele mostra i denti e ricorda che, in Medio Oriente, i confini non si attraversano con buoni propositi.
C’è una linea sottile — e sempre più marcata — tra l’attivismo simbolico e la strategia geopolitica. Il sequestro da parte dell’esercito israeliano della nave della Flotilla diretta a Gaza, con a bordo Greta Thunberg, riporta alla mente un altro episodio simbolico della tensione tra morale e sovranità: l’arresto di Carola Rackete al largo di Lampedusa nel 2019. Due donne, due gesti clamorosi accomunati da una stessa idea: mettere in discussione l’autorità di uno Stato in nome di un imperativo etico superiore. Ma il contesto, oggi, è più grave.
Per Tel Aviv, non si tratta di attivismo umanitario ma di provocazione politica mascherata e finanziata da attori ostili. Il ministro degli Esteri Israel Katz è stato esplicito: “È giusto che l’antisemita Greta Thunberg e i suoi amici sostenitori di Hamas vedano cos’è realmente Hamas”. La parola “antisemita” è tagliente, e rappresenta un’escalation verbale volta a delegittimare non solo l’azione, ma l’intera figura pubblica dell’attivista svedese. Non è un dettaglio: in una fase storica in cui la narrazione conta quanto (se non più) dell’azione, Israele ha scelto di colpire simbolicamente chi cerca visibilità a scapito, secondo la sua visione, della sicurezza nazionale.
E qui si apre un tema serio, e scomodo. La geopolitica, per chi la studia e per chi la vive, non è una lavagna dove disegnare buoni sentimenti. È uno spazio conflittuale dove vige il principio di deterrenza, e dove la pace è figlia della diplomazia non delle sceneggiate sui ponti delle barche. I confini, soprattutto in Medio Oriente, non si trattano come linee tratteggiate sulla sabbia: sono muri veri, armati, sorvegliati. E spesso insanguinati.
Ciò che in Europa può generare dibattito e indignazione, altrove si infrange contro il muro della realpolitik. Israele non guarda in faccia a nessuno — né all’ONU, né ai cortei pacifisti, né alle star dell’attivismo globale. In gioco, a suo dire, c’è la sicurezza dello Stato ebraico, minacciata da Hamas, un’organizzazione che Israele (così come l’UE e gli USA) definisce terroristica.
La pace si tratta nelle cancellerie, non sulle navi battenti bandiera ideologica. E se c’è una cosa che in Medio Oriente si è imparata nel sangue, è che la narrazione occidentale del “bene contro il male” raramente coglie la complessità della realtà.
Il caso Carola creò un precedente, perché lo Stato italiano — mal consigliato, mal comunicato — si fece travolgere da una figura che trasformò un atto di disobbedienza in un trionfo mediatico.
Oggi Israele fa l’opposto: stronca il gesto, squalifica l’autrice, rafforza la propria immagine di potenza che non negozia sotto pressione emotiva.
È geopolitica.





