
La Von der Leyen punta dritta al suicidio politico del Ppe.
Parlando a porte chiuse agli eurodeputati, a quanto riferisce l’Ansa, la von der Leyen ha detto che si deve iniziare il lavoro “guardando alla maggioranza che avevamo (con Socialisti e Rnew, ndr). Non è sempre stata facile, ma ha funzionato”.
Il fatto è che le elezioni, al di là della pura aritmetica, hanno sonoramente bocciato la politica della maggioranza Ursula e una riproposizione dello stesso schieramento potrebbe rivelarsi come un suicidio per il Ppe che, nei vari Stati, potrebbe essere sottoposto ad una critica feroce dell’elettorato che lo ha votato e, a ben guardare, lo ha premiato nella sua versione di centro destra.
Parlando del lavoro fatto nei 5 anni, von der Leyen si è soffermata sul Patto di Migrazione e Asilo, dicendosi soddisfatta d’aver portato a termine un negoziato tra i più difficili della legislatura.
Aprendo la prima riunione di gruppo del Partito popolare europeo all’Eurocamera a Bruxelles, assieme alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, il presidente del Ppe Manfred Weber, il quale ha detto: “Abbiamo vinto, le urne di ci hanno dato il mandato per guidare l’Ue”.
Se la guida è a sinistra, il pericolo è di finire fuori strada.
Tentativo di inciucione anche in Francia, dove il presidente francese, Emmanuel Macron, ha detto ieri che la sua maggioranza deve “andare a dialogare con personalità e forze che oggi non ne fanno parte”, ipotizzando un allargamento del governo alle forze moderate.
“E’ una prova di verità”, ha detto Macron, aprendo la sua conferenza stampa organizzata dal partito Renaissance a Parigi. “Si vede – ha aggiunto – la differenza fra chi difende i propri interessi e chi difende quelli comuni”.
Le alleanze a sinistra e a destra sono per Macron “delle costruzioni di apparati, in nessun caso delle maggioranze per governare” e il presidente francese ha invitato a unirsi “al blocco centrale, progressista, democratico e repubblicano. Blocco, che unisce famiglie politiche ognuna con la propria identità e che ha imparato a lavorare insieme da 7 anni. E’ unito e chiaro nel suo rapporto con la Repubblica, con l’Europa e sulle sue priorità. E’ lo zoccolo di un progetto di governo coerente. Lo ritengo utile al paese”.
Macron ha sottolineato le differenza fra i Républicain e il Rassemblement National di Marine Le Pen, in particolare sul programma economico: “Pensate che Ciotti, con i Républicains che lo seguono, lui che spiegava che la maggioranza è troppo lassista e bisognava consolidare più rapidamente la spesa pubblica, governerà con il Rassemblement Natoinal, il cui programma è stato valutato da organismi indipendenti ad un costo di 100 miliardi di euro all’anno per i contribuenti?”.
Quanto alla sinistra, Macron ha affermato che “sulla socialdemocrazia, l’economia sociale di mercato, la gauche si è alleata con l’estrema sinistra che, nella stessa campagna, si è resa colpevole di antisemitismo, di comunitarismo, di antiparlamentarismo e, di rottura di fatto con i valori della Repubblica”.
La scommessa è ricostituire il solito “cordone sanitario” che ha finora impedito al Rassemblement National di salire al potere.
Questa volta, però, sarà molto più difficile, e non solo per via dei numeri, con la formazione di Marine Le Pen che ha raccolto più del doppio dei consensi del partito del presidente, ma anche per l’apertura di Eric Ciotti, capo di Les Republicains, a una collaborazione con il Rassemblement: una svolta clamorosa che sta suscitando reazioni contrastanti all’interno dello stesso campo gollista. Se un simile sodalizio si concretizzasse, si creerebbe un blocco conservatore maggioritario che muterebbe in modo strutturale il panorama istituzionale transalpino.
In questo quadro il leader della Lega Matteo Salvini è volato ieri a Bruxelles per un incontro con Le Pen e Bardella.
Lo ha annunciato in una diretta social spiegando che l’intenzione è quella di portare avanti “l’idea di un’Europa nuova”.
Tra i penalizzati dalle elezioni c’è anche il primo ministro giapponese, Fumio Kishida.
Il suo partito liberaldemocratico ha registrato una deludente performance alle suppletive dello scorso aprile a causa di uno scandalo legato a irregolarità nella rendicontazione dei fondi per la campagna elettorale.
Il premier nipponico, che in autunno si giocherà la riconferma alla presidenza del partito, ha resistito alle richieste di dimissioni e non ha voluto acconsentire a un rimpasto. La stagnazione dell’economia ha inoltre dato nuovo impulso alle critiche interne, e non sono pochi gli alti funzionari liberaldemocratici che desiderano approfittarne per prendere il posto di Kishida.
Altri leader si trovano invece a fine mandato e cercano una difficile riconferma: Joe Biden e il premier britannico, Rishi Sunak.
La stella del premier canadese, il progressista Justin Trudeau, è da tempo appannata e numerose problematiche molto sentite dalle classi popolari, dalla crisi degli alloggi alla crescente immigrazione, hanno messo il vento in poppa all’opposizione conservatrice, che tutti i sondaggi danno destinata alla vittoria alle prossime elezioni, previste nell’ottobre 2025. In Canada, del resto è successo di tutto negli ultimi anni, dalla protesta dei camionisti all’aumento dei morti per ferite da armi da fuoco, dalla surreale polemica sulla “blackface” per una vecchia foto del premier a una normalissima festa di carnevale, fino ai roghi di chiese innescati non dal black metal, ma da una psicosi sulla presunta presenza sotto alcune scuole cattoliche di resti di bambini nativi di cui non è stata poi trovata traccia.
In questo quadretto di trombati, di possibili trombati, di azzoppati, un ruolo dell’eccezione spetta alla padrona di casa. Giorgia Meloni, l’unica leader europea di peso uscita rafforzata dal voto.
Al G7 c’è un convitato di pietra: la cupola tecno-finanziaria, sonoramente bastonata dalle elezioni europee, i cui corifei, e tra questi proprio la baronessa Von der Leyen, vedono bocciata le linea politica che vorrebbero riproporre, con il sostegno della solita maggioranza.
L’Europa della von der Leyen si presenta al G7 con appresso il proprio fallimento e corredata dalla tracotanza con la quale intende riproporsi al comando dell’Unione in barba al responso popolare.
Tra trombati, azzoppati e possibili trombati, anche la von der Leyen appare come una sorta di fantasma che si aggira per il mondo.
C’è da sperare che il G7 sia la fine di un capitolo e l’inizio di una nuova stagione.





