
“Avvertiti di un possibile rapimento, i responsabili della sicurezza di Moro decisero di metterlo su un elicottero e di trasportarlo a destinazione con quello. Nell’auto fu messo un sosia. Nella scena tragica di via Fani non c’era Moro, ma il sosia. Moro, nel frattempo, anziché andare verso la sua destinazione fu trasportato in Toscana, sotto il controllo della Gladio rossa”.
Piero Laporta , generale in pensione, autore del testo “Una raffica di bugie” (le bugie si riferiscono ovviamente al caso Moro), durante una lunga conversazione, mi anticipa quanto scriverà nella seconda edizione del suo libro, ossia la destinazione di Moro, rapito dal team che guidava l’elicottero: la Toscana sotto il controllo della Gladio rossa.
Novità eclatante, che si aggiunge a quelle, numerose, contenute in un libro impossibile da riassumere, data la minuziosa disamina dei fatti, delle prove, delle mancate indagini, della sommaria valutazione dei fatti da parte delle autorità inquirenti.
La tesi del generale Laporta è riassumibile, in modo molto schematico, nel trasferimento di Aldo Moro su un elicottero bianco che lo ha condotto prigioniero in Toscana.
Nel frattempo in via Fani si stava svolgendo la sceneggiata tragica del finto inseguimento con quattro killer professionisti sovietici, i quali hanno sparato sulla scorta.
Il sosia, che era, a sua volta, un agente sovietico sotto copertura, si è involato così come si sono involati i suoi colleghi.
Al fine di evitare di essere presi o intrappolati dopo la sparatoria, i killer avevano piazzato almeno un’auto imbottita di esplosivo che, fatto brillare, avrebbe creato il caos necessario a favorire la fuga. L’esplosivo non fu necessario è sparì dalle indagini e dalla cronaca.
Impossibile, come sé detto, entrare nei dettagli di un’indagine minuziosa, se non segnalare che Aldo Moro sarebbe stato torturato (frattura di quattro costole nascosta dai colpi successivi di arma da fuoco) e che il tutto non può essere avvenuto (questa l’opinione del generale Laporta) senza una correità italiana.
Laporta precisa: nel gergo dei servizi sovietici, i collaboratori italiani di basso profilo ingaggiati erano definiti dei “mangiamerda”, ossia dei pupazzi che, dopo aver servito, potevano anche essere sacrificati. Diverso il ruolo di chi era a livelli strutturali, veri e propri agenti messi in posizioni strategiche.
Probabilmente, a quanto si capisce leggendo le pagine del libro di Laporta , sono stati usati sia i “mangiamerda”, sia gli agenti strutturali.
Prima di entrare nel merito di uno degli aspetti più curiosi e interessanti del libro riguardanti il caso Moro (gli anagrammi), ci sono due questioni che non possono non essere citate.
La prima è nel libro, la seconda esce dalla lunga conversazione con il generale Laporta .
La prima, quella contenuta nel libro, riguarda Comiso, base costruita, secondo il generale, per spostare a sud i missili il cui tragitto, quando erano situati a Gioia del Colle, raggiungeva Mosca.
Messi a Comiso, su suggerimento di Cossiga e benedizione di Berlinguer, i missili avrebbero raggiunto i confini a sud della Libia, ma non la capitale della Russia sovietica.
Poteva accadere tutto questo senza il consenso della Nato e degli Usa? Evidentemente no, tant’è che è proprio di quel tempo la dichiarazione di Berlinguer di sentirsi meglio sotto l’ombrello Nato.
La seconda notizia, di interesse storico strategico, riguarda la possibile invasione sovietica dell’Italia ai tempi della Guerra Fredda.
I progetti sovietici, intercettati dai militari italiani, differivano da quella che poteva essere la logica direzione, ossia l’ingresso dalla Jugoslavia, quindi da est.
Le informazioni dicevano che la direzione riguardava il passo del Tarvisio e il passo del Brennero.
Due passi, osserva il generale La Porta, assai meglio difendibili di quanto non lo fosse il territorio a est. La qual cosa fa pensare che i russi avessero ben presente che in Italia c’erano possibili connivenze ad alto livello.
Il fatto, chiaramente, si collega al caso Moro, in quanto fa capire che l’Unione Sovietica aveva in Italia una rete importante di agenti e di collaboratori a livelli molto significativi dello Stato.
Questione, questa, che meriterebbe un’indagine storica approfondita, considerato che l’Unione Sovietica è finita e che con l’Unione Sovietica è finito anche il Patto di Varsavia.
Torniamo a Moro.
Una delle parti curiose del libro del generale Laporta è quella degli anagrammi.
Moro, nelle sue lettere, avrebbe inviato messaggi utilizzando il metodo degli anagrammi.
Messaggi atti a far sì che chi di dovere potesse capire dove si trovava e lo potesse, quindi, liberare.
Scrive Laporta : “Prigioniero, torturato, vessato da un «dominio pieno e incontrollato», egli trova la forza interiore per tenere valorosamente testa ai nemici che lo tormentarono per conto degli «amici». Con le prime due lettere, quella a Cossiga e quella alla Signora Moro, egli ha già dato importanti e concrete indicazioni di quanto gli è occorso e di quanto ignora”.
Viene da chiedersi, ovviamente, chi siano gli amici per conto dei quali è tenuto prigioniero.
Domanda senza risposta. Laporta qualche idea ce l’ha, ma la tiene per sé.
“Egli – scrive Laporta – dichiara che è un «prelevamento» e alla moglie porge un lieve quanto significativo «intuisco». Le due parole insieme – aggiunge Laporta – sono dinamite sotto la costruzione di bugie che organi dello Stato italiano, la stampa italiana e i BR hanno edificato in quasi mezzo secolo”.
Un esempio molto interessante di anagramma? Laporta sostiene che Moro, “scrivendo la frase palese «soprattutto questa ragione di Stato nel mio caso significa»” genera “l’anagramma «fino quaggiù dopo la masseria isolata con tre tetti nascosti»”.
Se ora aggiungiamo la Toscana non saremmo troppo lontani dal un’identificazione del luogo.
Forse nella prossima edizione del libro Laporta sarà più preciso.
“La probabilità di un anagramma «casuale» – avverte il generale – è pari a 1 diviso un numero che inizia con 784 seguito da 72 cifre. La probabilità di un anagramma casuale è praticamente pari a zero”.
Nel libro, il generale La Porta pone una domanda cruciale. “Chi sono i traditori italiani?”.
Domanda senza risposta? Probabilmente si.
Nel giorno nel quale in Puglia inizia il vertice dei G7, vertice dei cosiddetti grandi del mondo, e in un periodo nel quale si è ricordato l’assassinio di Giacomo Matteotti, ricordare il leader democristiano pugliese è doveroso e significativo. L’ombra di due assassini grava ancora sull’Italia, assieme a quella di Enrico Mattei, la cui figura oggi viene rilanciata nel vertice sull’Africa da Giorgia Meloni.





