
di Raffaele Romano
Per comprendere la svolta epocale che sta avvenendo in questo periodo occorre che si faccia un rapido excursus storico altrimenti ci si imbatte nei soliti ed inutili schemi: “W QUESTO O W QUELLO”.
Bretton Woods per chi non lo sapesse è una località del New Hampshire negli USA dove, in piena guerra nel luglio 1944 si tenne una conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite con i delegati di 44 nazioni. In questa sede furono poste le basi del sistema monetario internazionale per il dopoguerra e furono costituiti due nuovi organismi, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS), dopo entrata nel gruppo della Banca Mondiale. Obiettivo della conferenza era ricostruire il sistema di scambi internazionali, distrutto dalla guerra. Alla fine del conflitto, gli Stati Uniti, prima potenza militare ed economica, erano anche il principale creditore della comunità internazionale e vantavano un grande attivo di bilancia dei pagamenti. Al contrario l’Europa, distrutta dalla guerra sia nei Paesi vincitori sia in quelli vinti era in cronico deficit esterno. Nell’accordo finale fu stabilito che il FMI doveva raccogliere sottoscrizioni in valute nazionali, prestabili ai Paesi in disavanzo entro stringenti limiti e condizioni. Ma la decisione più importante che pose le basi per l’affermazione del dollaro statunitense furono i cambi fissi fra le valute, così come il rapporto fra la valuta cardine il dollaro e l’oro fissato nella parità prebellica di 35 dollari per oncia. Per cui ogni dollaro era convertibile in oro.
Ma dopo diversi anni il sistema stava per collassare infatti la fine della convertibilità del dollaro statunitense in oro fu annunciata il 15 agosto 1971 dal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon che pose fine al sistema di Bretton Woods del 1944.
Era accaduto che nel marzo del 1968 la direzione centralizzata per l’oro collassò e da allora si crearono due mercati paralleli per l’oro, uno ufficiale e uno aperto: di fatto si poteva comprare un’oncia d’oro a soli 35$ e rivenderla poi a prezzi ben maggiori sul mercato aperto, creando profitti enormi. Così in quell’agosto Nixon decise di chiamare a Camp David il Segretario del Tesoro John Connally e l’allora assistente Paul Volcker. Nixon ordinò una serie di azioni economiche immediate: per primo l’immediata sospensione della conversione del dollaro in oro, poi bloccò i salari e i prezzi per 90 giorni e, dulcis in fundo, l’imposizione di dazi tariffari del 10% sulle importazioni, per far in modo che i prodotti statunitensi non si trovassero in svantaggio soprattutto durante la fase di transizione. Così quel grave giorno alle 21,15, Nixon tenne un teso discorso alla nazione, accusando il sistema allora vigente di aumentare l’inflazione e la disoccupazione e affermando che l’obiettivo primario fosse anche il mantenere la stabilità del dollaro. Così da allora ebbe inizio l’ancora attuale regime di fluttuazione generalizzata dei cambi.
Ed arriviamo a quello che Trump sta facendo oggi ed il perché. Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2024 con un debito pubblico monstre pari a 36.200 miliardi di dollari. La corrispondente eccedenza annuale delle uscite ovvero il deficit di bilancio USA, supera ormai regolarmente il 5%. Se ad esso aggiungiamo il debito privato, quello delle famiglie, si arriva ad altri 16.100 miliardi di dollari dati aggiornati ad agosto 2022. Se si considera che tutta questa situazione economico finanziaria è il centro motore della geopolitica planetaria si può comprendere e non certamente giustificare
il massiccio uso dei dazi annunciati ieri sera dalla Casa Bianca. In estrema sintesi gli Stati Uniti hanno sempre fatto ciò che più era utile a loro: dal dollaro centro del mondo finanziario con la parità aurea, all’eliminazione di questa parità aurea, alla globalizzazione ed ora a frenarla drasticamente. Il problema, quindi, è quello che non hanno fatto gli altri in primis l’Europa.
Nel contempo assistiamo ad una guerra in Ucraina nella quale Trump non è riuscito, ad oggi, non solo a non far passare la “pace” ma nemmeno una “tregua”. Dalle parti di Taiwan la marina e l’aeronautica cinese hanno reso noto di avere simulato “attacchi ad infrastrutture e porti“. In risposta Lai Ching-te, presidente di Taiwan, ha ordinato una “risposta rigorosa” alla Cina. La portavoce americana Karoline Leavitt ha affermato che gli USA sostengono la “pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan e si oppongono a cambiamenti unilaterali dello status quo, incluso quelli tramite la forza e la coercizione“. Ma pochi giorni fa Trump ha ribadito la volontà di prendersi la Groenlandia per motivi di sicurezza. A tutto ciò hanno risposto domenica la Cina, la Corea del Sud e il Giappone che hanno annunciato di aumentare la collaborazione commerciale tra loro, in seguito a un incontro che si è svolto a Seul tra i ministri del Commercio dei tre Paesi. Senza dimenticare i problemi in Medio Oriente e quelli con l’Iran ispiratore e finanziatore di Hezbollah, Houthi e quant’altro oltre al rischio della bomba atomica di Teheran.
L’Europa ha compreso, una volta per tutte, che “deve incominciare a far da sé” ma la cosa non è per niente facile. Iniziare a recitare un ruolo geopolitico attivo e non guidato dagli USA è cosa non semplice e, oltretutto, manca l’esperienza in tal senso. A prescindere dai sospetti incrociati fra i 27 con i soliti tedeschi e francesi in prima fila coadiuvati dall’esterna Gran Bretagna e chi più ne ha più ne metta, l’Italia, come al solito, si è esclusa da qualsiasi decisione. Il risultato dei sedicenti partiti della seconda repubblica ieri ha affossato qualsiasi ruolo al nostro Paese, infatti sul voto al Parlamento UE ognuno ha votato in modo cervellotico: la Lega, al governo in Italia, si è affiancata al M5S e alla residua Sinistra italiana mentre i Fratelli d’Italia della Meloni si sono astenuti. Forza Italia e Pd a favore.
Proprio ora il Dow Jones Industrial Average è crollato di oltre 1.200 punti, giovedì a pochi minuti dall’apertura della borsa. L’indice più ampio S&P 500 è sceso del 3,4%.





