
Oggi sono aperti i seggi. C’è chi andrà a votare e chi non andrà. Legittima la prima posizione, legittima la seconda.
Quello che diventa ormai fastidioso (per usare un eufemismo) è l’intervento delle gerarchie ecclesiastiche in relazione con l’andare o non andare a votare.
A pochi giorni dal voto, il vice presidente della Cei, ha rivolto una preghiera agli italiani, sollecitandoli a recarsi ai seggi.
Il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, alla domanda fattagli dai giornalisti se si recherà alle urne ha risposto con un “no” e ha commentato: “Sono molti anni che non voto in Italia”.
Se i preti, invece di occuparsi di politica si occupassero di anime, forse farebbero il loro mestiere.
Non è un caso che la partecipazione degli italiani alle funzioni religiose è in calo.
Nel 2022, l’ISTAT ha rilevato che solo il 19% della popolazione partecipa almeno una volta alla settimana a riti religiosi (per i cattolici, la messa domenicale), mentre il 31% non frequenta mai luoghi di culto, salvo per eventi come battesimi, matrimoni o funerali. Il restante 50% partecipa in modo saltuario (mensile o occasionale).
Rispetto al passato, la frequenza è diminuita significativamente: nel 2000, i praticanti regolari erano il 49,6%, scesi al 25,6% nel 2017. Il calo è più marcato tra i giovani (15-34 anni), con solo il 20-22% di partecipazione settimanale, e nelle regioni del nord-ovest (17,7-19,8%), mentre resta più alta al sud (21,6%) e nelle isole (21,9%), con picchi in Puglia (24,4%) e Sicilia (24%).
Nonostante il 61% degli italiani si dichiari cattolico nel 2023 (in calo dal 74,4% nel 2017), solo il 23% dei cattolici è praticante regolare.
Il declino riflette un processo di secolarizzazione, con un aumento di atei e agnostici (28% nel 2023) e una minore percezione del valore comunitario dei riti.
Non va meglio la situazione delle vocazioni.
Negli ultimi vent’anni, infatti, il numero di seminaristi in Italia è diminuito significativamente, in linea con un trend di calo delle vocazioni sacerdotali che persiste da decenni.
Secondo i dati dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della CEI e dell’Annuario Pontificio, nel 2001 i seminaristi diocesani erano circa 3.000, mentre nel 2021 il numero è sceso a 1.804, con una riduzione di circa il 40% in vent’anni. In particolare, tra il 2009 e il 2019, la flessione è stata del 28%, passando da 2.103 a circa 1.804 seminaristi diocesani nei 120 seminari maggiori italiani. Nel 2014, il numero totale di seminaristi (inclusi religiosi) era di 2.753, indicando un calo ulteriore negli anni successivi.
Se si considera un arco temporale più lungo, dal 1970 al 2019, le vocazioni sono diminuite di oltre il 60%, passando da 6.337 a 2.103. Questo calo non è attribuibile solo al decremento demografico (la popolazione maschile tra i 18 e i 40 anni è diminuita del 18% nello stesso periodo), ma riflette anche cambiamenti socio-culturali e una minore attrattiva della vita sacerdotale. Nel 2025, una ricerca recente indica che i seminaristi diocesani sono ulteriormente scesi a 1.698, con un’età media di 28 anni.
Circa il 10% dei seminaristi, inoltre, proviene dall’estero, principalmente dall’Africa (38,5%, soprattutto Madagascar, Nigeria, Camerun) e dall’Europa (Polonia, Albania, Romania). Il Sud Italia contribuisce con circa il 44,7% del totale dei seminaristi, con regioni come Puglia e Campania che mostrano una maggiore vitalità vocazionale rispetto al Nord e al Centro.
Questi dati evidenziano una crisi vocazionale persistente, che non si risolve solo con numeri, ma richiede, come sottolineano alcuni sacerdoti, un approccio che favorisca l’apertura e l’impegno evangelico per stimolare nuove vocazioni.
Per “vocazioni femminili” si intende, in questo contesto, la chiamata alla vita religiosa consacrata, come suore o monache, all’interno della Chiesa cattolica. Negli ultimi vent’anni (2005-2025), le vocazioni femminili in Italia hanno subito un significativo calo, in linea con la crisi vocazionale più ampia che ha colpito la Chiesa cattolica in Europa. Di seguito, un’analisi basata sui dati disponibili e sulle tendenze osservate:
Non va meglio per le vocazioni religiose femminili.
Nel 2002, in Italia, le religiose erano circa 108.175, ma nel 2012 il numero era sceso a 86.431, con una riduzione di circa il 20% in un decenni Si stima che nel 2025 il numero di suore in Italia sia ulteriormente diminuito, probabilmente al di sotto delle 80.000 unità, con una presenza significativa di religiose anziane (il 46% delle suore aveva più di 70 anni già nel 2016).
Le comunità monastiche femminili, che fino agli anni ’80 avevano mantenuto una certa stabilità, oggi registrano poche o nessuna nuova vocazione.
Rispetto a 50 anni fa, quando le vocazioni femminili erano molto più numerose (ad esempio, negli anni ’70 le suore erano oltre 150.000), il panorama attuale è drasticamente cambiato. La riduzione è più marcata negli istituti femminili rispetto a quelli maschili, e le comunità claustrali femminili sono particolarmente colpite. Fino agli anni ’80, le vocazioni femminili erano sostenute da un contesto sociale più religioso e da una maggiore accettazione della vita consacrata come scelta di vita prestigiosa.
Forse se i preti facessero i preti, se si occupassero dell’anima, dell’Aldilà, del senso della vita, delle domande esistenziali che da sempre sono presenti all’umanità, qualcuno potrebbe essere interessato a frequentare le chiese.
Poco interessante, immagino, per chi vorrebbe fare domande esistenziali, sapere che la Cei invita a votare e che il segretario di Stato vaticano invece non voterà.





