Una singolare dialettica di autonegazione dei propri diritti
Partiamo da una premessa, per non essere fraintesi, ossia che il dialogo tra cristiani e musulmani, all’interno della società occidentale e, in generale, di tutte le società pluraliste, è necessario.
Nessuna confessione religiosa oggi è in grado di esercitare una primazia tale da escludere il diritto all’esistenza delle altre. Se aggiungiamo che in molte società dominate dall’Islam vi è la segregazione sociale dei cristiani, allora deduciamo che questo dialogo diventa indispensabile anche e almeno per tentare di creare i presupposti di una migliore convivenza in futuro in quelle regioni.
Questa è la premessa al discorso che andiamo sviluppando, il quale verte invece su una degenerazione del rapporto tra cattolici e musulmani, specie in Occidente e, ad oggi, anche in Italia.
Una degenerazione per la quale i primi sono artefici di una singolare rivoluzione, in quanto rivolta contro se stessi, in una singolare dialettica di autonegazione dei propri diritti, la cui diagnosi conferma e radicalizza i paradigmi interpretativi della Scuola di Francoforte, in quanto qui il despota che toglie i diritti e colui che li perde è lo stesso gruppo socio culturale.
Per capire ciò che sta accadendo oggi dobbiamo tuttavia prendere le mosse dal secolo scorso, quando è cominciata a formarsi nella coscienza collettiva l’idea della necessità di un dialogo tra cristiani e musulmani, a fronte del vicolo cieco in cui si era giunti con la semplice controversia e a complemento del movimento ecumenico, già allargatosi extra Ecclesias mediante il confronto con la Sinagoga.
Lo scopo era raggiungere reciproca conoscenza e mutua stima. Il contesto storico era promettente perché ancora non era avvenuto il risveglio del fondamentalismo.
I precursori cattolici di questo dialogo interreligioso su base culturale e non teologica – non avendo Cristianesimo e Islamismo le medesime fonti della Rivelazione, non è possibile fare altrimenti – sono stati Louis Massignon e il Padre Demeersman, fondatore dell’Istituto delle Belle Lettere Arabe di Tunisi.
All’epoca, il Maghreb era ancora dominazione francese e nemmeno il nazionalismo arabo dava segni di insorgenza. Il punto di arrivo di questa riflessione e di questa presa di consapevolezza è stata la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II nel 1965.
La Curia si era già attrezzata per istituzionalizzare il dialogo con la creazione del Segretariato per i non cristiani del 1964, divenuto Pontificio Consiglio e infine Dicastero per il Dialogo Interreligioso.
La Nostra Aetate non è una Costituzione, quindi non pose principi dottrinali, né un decreto e quindi non pose nemmeno principi canonici, ma è appunto una dichiarazione che andava a sostituire una differente precedente attitudine, legata ai secoli dell’assalto islamico al mondo cristiano e a quelli della reazione di quest’ultimo, chiusa al dialogo e incline al contrasto, che nel corso del tempo era andata scemando e che quindi aveva bisogno di una correzione di rotta per adattarsi al presente.
I principi della Nostra Aetate sono principi molto chiari, anche se molto generici, e non riguardano soltanto l’Islam, ma anche l’Ebraismo, l’Induismo e il Buddhismo, esplicitamente menzionati e a cui sono dedicati dei paragrafi, mentre possono essere applicati anche a tutte quelle altre religioni che non sono citate.
Sono quei presupposti dai quali è possibile costruire una relazione reciproca di rispetto, ma non implicano nessuna particolare reciproca concessione, a prescindere da quanto statuito dallo stesso Concilio in relazione al diritto alla libertà di coscienza di ognuno – in particolare dei cristiani – all’interno dell’altra dichiarazione celebre della grande assise ecumenica, ossia la Dignitatis Humanae.
Passati i tempi della legittima difesa dei Cristiani dalla Jihad islamica, la Chiesa esorta alla reciproca convivenza e al rispetto, valorizzando la consapevolezza che i musulmani hanno conservato intatta la Rivelazione ad Abramo, pur rigettando quella mosaica e cristiana, e sebbene quella di Maometto non sia riconosciuta come tale perché dopo il Vangelo per la Chiesa non vi è altra verità da annunziare agli uomini.
Un dialogo onesto e limpido, auspicabile, sul cui binario si muoveva anche quello del World Council of Churches, del quale la Chiesa Cattolica non fa parte e che ha creato una sezione per l’Islam nella sottocommissione per il dialogo con le credenze e le ideologie del nostro tempo, la DCI, sotto i cui auspici si sono svolti dal 1969 diversi incontri misti cristiano-islamici.
La Chiesa Cattolica, dal canto suo, non ha smesso di organizzare eventi analoghi, dei quali si sente sempre più il bisogno: gli Incontri del Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica, quelli dell’Arab Group for Christian – Muslim Dialogue di Beirut, Le Giornate del Dialogo Cristiano Islamico in Italia, i Convegni di Studi Arabo Cristiani del Gruppo di Ricerca Arabo Cristiana del Pontificio Istituto Orientale, gli Incontri Teologici del Mediterraneo di Fiume e quelli del Progetto Coranica.
Il PISAI e il Centro Studi Interreligiosi della Pontificia Università Gregoriana di Roma sono gli epicentri di questo dialogo culturale, a cui non manca la sponda di qualificati enti culturali islamici internazionali.
Sono stati anche prodotti documenti la cui efficacia si misurerà nel tempo ma che costituiscono importanti acquisizioni intellettuali, come Una Parola Comune tra Noi e Voi, una lettera aperta inviata da leader musulmani ai leader cristiani, in cui l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono poste come basi comuni fondamentali; o il Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ad Abu Dhabi, che condanna la violenza, sostiene la cittadinanza piena per le minoranze e promuove la cultura del dialogo; o la Dichiarazione di Marrakesh incentrata sulla protezione dei diritti delle minoranze religiose nei Paesi musulmani, promuovendo il concetto di cittadinanza inclusiva.
Chi nega l’importanza di questi testi non conosce la gravità della situazione dei cristiani in certi paesi del mondo islamico e chi ci vede errori non li legge alla luce dei principi dogmatici della Chiesa.
Essa, peraltro, segue con costanza il dialogo con al-Azhar, la massima istituzione sunnita, per la collaborazione e la conoscenza reciproca, riaffermando la fede in un unico Dio creatore.
E però, dopo la dichiarazione Nostra Aetate, la situazione si è modificata insensibilmente e inconsapevolmente, in modo parallelo rispetto all’egregio binario del quale abbiamo tracciato or ora il percorso, per ragioni che andiamo ad esporre.
Innanzitutto è venuto al compimento un progetto di infiltrazione del mondo religioso, sia cristiano che islamico, organizzato dall’URSS sin dagli anni Trenta e poi, sistematicamente, attraverso l’ORGINFORM dal 1951, il quale aveva diverse scuole sparse in diversi centri per formare un clero che in realtà rispondeva agli ordini di Mosca, un clero di infiltrati, cristiani, musulmani, buddhisti e forse anche ebrei.
La scuola di Odessa era quella che doveva formare un finto clero islamico, anch’esso agente al servizio del governo sovietico. L’infiltrazione delle religioni è stato uno dei piani perseguiti con più tenacia dall’Unione Sovietica, allo scopo di assoggettarle, di neutralizzarle e di farne uno strumento per i propri scopi.
Questa azione di penetrazione insensibile ha danneggiato sia l’Islam che il Cristianesimo nel processo di dialogo, ma in modo molto diverso sui due fronti. All’interno dell’Islam, infatti, sono stati incoraggiati predicatori radicali che hanno trasformato l’antica indole guerriera di quella religione in una inclinazione al terrorismo, la quale, anche se circoscritta in alcune frange o, almeno, in alcune aree geografiche, è purtroppo molto influente ed estesa, perché ha estremizzato tendenze presenti in precedenza in scuole come quella dei Wahabiti o dei Salafiti, puntate appositamente per l’infiltrazione.
Nel Cristianesimo Cattolico, invece, è nata la Teologia della Liberazione ed è proprio da essa e dal suo humus che ci dobbiamo muovere per comprendere quello che sta accadendo nel presente nella Chiesa.
La Teologia della Liberazione rappresenta una cristianizzazione delle istanze del socialismo e una recezione da parte del Cristianesimo stesso dell’ermeneutica marxista.
In quest’ottica, ciò che viene compiuto dai paesi emergenti, dai popoli poveri e semplicemente da tutti quelli che non appartengono alla comunità dell’Occidente, viene considerato un mezzo di rivoluzione sociale, compresa la professione delle religioni tradizionali.
In concomitanza con la nascita della Teologia della Liberazione, poi, si è diffuso in tutto l’Occidente il movimento del Sessantotto – anch’esso in parte fomentato dai servizi dell’est e alimentato dal maoismo e dal marxismo extraeuropeo – il quale ha preteso di modificare la società modificando prima la sovrastruttura e dopo la struttura, ossia capovolgendo gli assiomi fondamentali del marxismo.
In conseguenza di ciò, il femminismo, l’omosessualismo, l’ambientalismo, il migrazionismo e, si badi, anche il rapporto con l’Islam, sono stati completamente rivisitati, passando da una fase liberale per la condivisione e la diffusione dei diritti della persona a una comunista, in cui le parti in lotta rivendicano prerogative a discapito degli antagonisti, proprio secondo lo schema della lotta di classe, alle cui spalle, giova ricordarlo, c’è la dialettica servo – padrone di Hegel.
Assimilati alle classi sfruttate dal capitalismo, i musulmani sono stati considerati in blocco come portatori di una forza rivoluzionaria. E questo dipende semplicemente dal fatto che abbiamo ingabbiato la loro realtà nella nostra visione. Da quel momento in poi, per l’Occidente – o meglio per quella parte di Occidente che si era formata nel marxismo del ’68 – l’Islam è diventato una forza rivoluzionaria da tutelare, da coccolare e da promuovere. Tramite il cavallo di Troia della Teologia della Liberazione, questa idea bislacca è entrata nel Cattolicesimo.
Questa prassi che va invalendo sempre più è completamente smentita dai fatti, perché ha mistificato una analisi del nazionalismo arabo come se fosse valida per tutti i popoli islamici e, tramite essi, per la loro religione, partendo dalla semplificazione che per i musulmani la comunità religiosa e quella politica sono un tutt’uno e dimenticando che in moltissimi casi questa è una mera dichiarazione di principio. Ma andiamo per ordine.
Dalla caduta dell’Impero Turco, il mondo arabo ha avuto nei confronti, in particolare dell’Occidente, una doppia attitudine: o quella di volerlo emulare, o quella di volersi separare da esso. Questa doppia attitudine è stata scambiata per attitudine del mondo islamico, ma in realtà riguarda essenzialmente il nazionalismo arabo.
Nel caso del tentativo di imitazione, esso si è sostanziato in una prima fase in una forma di convivenza ancillare del mondo arabo con l’Occidente, nelle forme delle monarchie – per fare un esempio – dell’Egitto, dell’Iraq o della Libia, e in una seconda fase più rivoluzionaria nelle quelle invece tipiche del partito e del movimento Baath, che ha modernizzato i paesi arabi in chiave laica, senza poter però prescindere completamente dalla loro cultura religiosa, che non aveva subito in quei paesi l’erosione progressiva che il Cristianesimo aveva avuto in Occidente dall’Illuminismo in poi.
Tanto è bastato per far credere che il nazionalismo arabo fosse un nazionalismo religioso e che un Gheddafi o un Nasser o un Mubarak o un Sadat o un Saddam Hussein o un Saleh o un Bourghiba o un Ben Ali o un Assad potessero essere paragonati all’Ayatollah Khomeini.
L’altra attitudine, quella della conservazione, si è manifestata invece soprattutto nelle monarchie del Golfo, dove le forme più rigide di Islam legate alla setta dei Wahabiti hanno mantenuto la società del tutto immutata rispetto alla tradizione islamica classica, facilitando uno sviluppo puramente esteriore grazie alle enormi risorse economiche garantite dalle riserve petrolifere.
In questo caso, la pacifica apparente convivenza globale di quella frangia dell’Islam arabo con il mondo è stata intesa come acquiescenza, mentre in realtà è lì che si osserva la maggiore ostilità nei confronti delle altre confessioni religiose e del modello pluralistico occidentale, ed è da lì che oggi in molti casi viene il flusso di denaro che finanzia i gruppi islamici politici dissidenti che operano in Occidente, ed è lì che, come vedemmo, la Chiesa ufficiale si sforza di dialogare con le influentissime autorità religiose perché ispirino un mutamento di mentalità.
Nel Medio Oriente vi è stata poi l’anomalia della Repubblica Teocratica dell’Iran, la quale ha espresso in maniera religiosa il nazionalismo del popolo persiano, irritato dall’eccessiva cedevolezza del regime dello Shah alle imposizioni economiche dell’Occidente. In questo caso c’è stata rivoluzione, peraltro sostenuta dall’URSS ma anche dalla Francia, ma con un dichiarato intento restauratore di un ordine archetipico.
Paradigmatico il caso dell’altro Stato indoeuropeo del Medio Oriente, quell’Afghanistan che fu una monarchia evoluta e filo occidentale, per diventare poi un paese comunista contro il quale nacque e si affermò il regime reazionario dei Talebani. Anche i Paesi africani a maggioranza islamica hanno vissuto la loro emancipazione a partire dall’afro-marxismo, che ha valorizzato il nazionalismo ma in cui il ruolo religioso è stato in gran parte marginale.
I pochi Stati che hanno preso a modello la teocrazia islamica lo hanno fatto per creare una società religiosa e non per sovvertire un ordine socio economico capitalista. Anche il più grande Stato islamico del mondo, che è l’Indonesia, ha conosciuto l’indipendenza alla luce dei principi della Pancasila di Sukarno, all’interno dei quali ha collocato la fede nell’unico Dio come unico riferimento alla tradizione islamica.
Come si vede da questa piccola panoramica, l’emancipazione politica nel mondo islamico, quando è avvenuta, non ha avuto quasi nulla a che fare con la religione in quanto tale. E la realtà più dinamica e più originale di questo processo di emancipazione, che è appunto il Baath arabo, è nata per mano di maroniti e ha fatto proprie, per quanto possibile, le istanze del socialismo senza però sacrificare ad esse le caratteristiche identitarie del mondo arabo. In sintesi, non c’è nessuna ragione perché l’Occidente consideri l’Islam una forza rivoluzionaria, semplicemente perché non lo è nel senso che noi diamo a questa espressione.
E però purtroppo la logica ideologica del neomarxismo, entrata anche nel Cattolicesimo tramite il cavallo di Troia della Teologia della Liberazione, continua a leggere tutti i fenomeni in chiave di tesi e antitesi e sintesi, laddove quest’ultima è tutta già nell’antitesi, come vuole ogni processo rivoluzionario. E qui veniamo al dunque.
Un processo rivoluzionario si articola e viene scomposto in tre fasi: 1.tutto ciò che è mio è tuo, 2. io sono uguale a te, 3. io sono te. All’ultima fase non siamo ancora giunti, però le due precedenti sono già compiute in quella parte del Cattolicesimo che si è ibridato con il marxismo e ora sta per trasmigrare nell’Islamismo. Innanzitutto bisogna sottolineare che, da parte cattocomunista, l’accoglienza nei confronti dell’Islam e la sua mitizzazione come forza rivoluzionaria – e però nel contempo pacifica – avviene a prescindere da qualunque classificazione teologica dei suoi adepti. A fronte di una dozzina abbondante di scuole teologiche, l’Islam rimane una religione all’interno della quale pochi, ma influenti gruppi sono tutt’altro che integrabili. Un wahhabita, un salafita, uno sciita khomeinista, un qaedista, un talebano non è come un islamico africano confraternale o come un sufi, non può essere integrato perché non vuole esserlo. Queste distinzioni non vengono mai fatte e l’offerta di integrazione allo straniero in quanto islamico, a prescindere dalle sue caratteristiche culturali, cultuali e storiche, viene fatta senza differenziazioni.
In questa prospettiva avviene la prima delle tre tappe che ho scandito, e cioè quella per cui tutto ciò che è mio in campo religioso è anche tuo. Ciò significa l’apertura dei luoghi di culto cristiani a quello islamico. Ora, che questo avvenga è di una gravità assoluta perché significa che la Chiesa Cattolica ha perduto il senso della propria specificità, pur sapendo ancora che cosa si intende per specificità. Infatti non chiede alle moschee di accogliere i propri seguaci in caso di necessità – né qui, dove ancora tale necessità non c’è, né altrove, dove pure potrebbe esserci. Il luogo sacro è il recinto nel quale nasce il rapporto tra uomo e Dio, secondo il veicolo soteriologico di ogni religione. Aprirlo agli altri significa implicitamente affermare che anche il veicolo soteriologico degli altri è simile al proprio e che quindi in realtà nessuno dei due è vero, o al massimo è vero solo il secondo, perché quello che è stato accolto è quello che a sua volta non accoglie. La seconda condizione di questo processo di assimilazione – io sono uguale a te nella religione – avviene nel momento in cui tutto ciò che caratterizza la cultura dell’accolto viene fatto proprio anche a dispetto della propria identità. Pensiamo ad esempio a come si sta autodistruggendo in modo grottesco il concetto di laicità. Le feste religiose cristiane sono espulse dalle scuole o sono censurate e con esse la loro ricca simbologia, ma in nome dell’accoglienza le manifestazioni più cospicue della spiritualità islamica sono non solo accettate ma anche e soprattutto incoraggiate. A dimostrazione del fatto che ormai la società non è più laica, è soltanto anticristiana, senza che i cristiani stessi si oppongano. Lo step definitivo avverrà nel momento in cui, per rendersi completamente aderenti a coloro che vengono accolti, per non farli sentire diversi, per fare proprie la loro presunta essenza di trasformazione sociale e morale, in queste comunità cattoliche di ferventi fanatici cadranno anche le differenze dottrinali. E la cosa non paia lontana perché è già avvenuta nel processo di islamizzazione dell’Africa del Nord, iniziato proprio alla fine delle grandi dispute cristologiche. La teologia islamica è molto più semplice di quella cristiana e in un momento storico di grande confusione dottrinale e di secolarizzazione molti potrebbero cercare nell’Islam quella semplicità e nello stesso tempo quella compattezza che il Cattolicesimo ha dimenticato o perduto, prendendo lo spunto da quanto incautamente insegnato da certo clero e praticato da certi laici.
Va detto che completare un simile processo non sarà né univoco né uniforme né irreversibile; anzi, molti immigrati di seconda generazione in Europa, si convertono da ora al cristianesimo. Ma questo dimostra, ammesso che ce ne fosse bisogno, che l’impalcatura religiosa congruente alla società dei diritti che noi abbiamo costruito è cristiana e non islamica, non fosse altro perché all’interno del mondo musulmano non è avvenuto nulla di paragonabile all’illuminismo o al positivismo o alla secolarizzazione. Ciò, buono o cattivo che sia, giusto o sbagliato che lo si giudichi, fa è la differenza. Perciò la cultura islamica religiosa arriva in Occidente senza essere stata né levigata né erosa da nessun fattore esterno e laddove si configura come integralista nel senso comune del termine questa parola, essa non ha la possibilità di essere immunizzata da anticorpi, semplicemente perché essi non sono mai stati sviluppati. La cedevolezza della costruzione post-moderna, aliena da qualunque certezza al di fuori del proprio relativismo, può favorire l’incistamento nella nostra società proprio delle forme di islamizzazione radicale, a dispetto e scapito di quelle che invece sono più inclini a ibridarsi con la nostra cultura e quindi potrà sicuramente creare dei problemi, non da poco, nella convivenza. Questo ci porterebbe a discutere della mancata conservazione coerente dei principi interni del Cattolicesimo unitario e a un discorso più politico, cioè alla gestione mal accorta, disgraziata e spesso interessata del fenomeno migratorio, ma non è l’argomento sul cui mi voglio dilungare.
Voglio invece ritornare al processo triadico di formazione di una nuova sintesi in cui l’Islam assurga a modello di trasformazione sociale, e che quindi deve essere recepito per migliorare il mondo, e soffermarmi su un aspetto. La tesi, ragionando in termini hegeliano-marxisti, è costituita dai cattolici che accolgono, i quali sono evidentemente anche i protagonisti del processo di assimilazione all’altro – l’antitesi – considerato evidentemente portatore di valori perduti da chi accoglie. Ora, se il processo di assimilazione rivoluzionario viene compiuto da chi accoglie, vuol dire che esso è sovvertito e sostituito da se stesso, ossia che siamo arrivati a una fase che possiamo definire del cupio dissolvi. Tanta è la disaffezione che noi abbiamo per la nostra essenza, per la nostra identità, tanto è il disprezzo che abbiamo alimentato nei confronti di noi stessi, tanto è lontano il nostro paradigma interpretativo dei fatti dalla loro realtà, che siamo capaci di pilotare noi stessi un processo di autoestraniamento che può portarci in tempi molto rapidi, se non in autodissoluzione totale, almeno in una parziale annichilazione culturale. Le chiese vuote potrebbero diventare delle moschee, i religiosi senza vocazione potrebbero diventare musulmani, gli orfani del relativismo diventare integralisti e in gran parte già questo è avvenuto. Il problema, come si vede qui, è chiaramente culturale: al di là della preoccupazione religiosa che un cattolico confessante può avere dinanzi a questo processo, ciò su cui bisogna riflettere è che l’identità dell’Occidente, invece di essere capace di sintetizzare una nazione più vasta con all’interno più culture e più popoli, a causa del pernicioso influsso del comunismo travestito da Cristianesimo, del marxismo che deteocratizza la Bibbia, potrà diventare una succursale del Medio Oriente più litigioso e più illiberale.
La crisi sistemica che potrebbe derivare, talmente grande da portare persino a sommovimenti, a sedizioni, a guerre civili aperte, sarebbe tanto più grave se si considera che, paradossalmente, questa strana dialettica rivoluzionaria è in realtà, in ultima istanza, gestita da forze conservatrici, se non addirittura reazionarie. I grandi patroni del vapore, che si sono impossessati delle leve culturali dell’Occidente, non sono certo i nipotini di Carlo Marx, ma sono invece gli epigoni della più tetra tradizione liberista, in cui ogni uomo è lupo per il suo simile. David Rockefeller diceva che la lotta di classe esiste e che la sua classe l’aveva vinta. I mondialisti cui si sono impossessati delle linee interpretative del marxismo, scientificamente, per sovvertirle, utilizzandone tutte le categorie per poi capovolgerle a proprio uso e consumo. Non esiste nessun movimento migrazionista assimilazionista, non esiste nessuna cultura mainstream che nel suo complesso consideri l’Islam come una realtà esclusivamente positiva, abbandonando ogni senso critico, che non possa essere ricondotta a un finanziamento e a un sostegno del grande capitalismo globalista. Una visione ritenuta corretta e da cui esso vuol trarre una società indebolita nelle sue strutture costitutive, che sia più facilmente governabile dalla propria organizzazione transnazionale. La ricezione passiva da parte delle masse di questi concetti propagandistici attesta la validità dei mezzi che il mondialismo adopera. La funzione suppletiva, in tale propaganda, di una parte della Chiesa attesta che suffraga la tesi da cui siamo partiti all’inizio, ossia che si tenti una sorta di autoannessione del Cattolicesimo all’Islam.
Una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica, della natura proteiforme dell’Islam e anche del Cattolicesimo, con una conseguente diversa modulazione dei rapporti tra le due confessioni religiose è l’antidoto principale che dobbiamo prendere contro questa malattia che corre il rischio di distruggere completamente l’identità cristiana e occidentale, pregiudicando anche le speranze di tanti musulmani di vivere in una società liberale, diversa da quella da cui magari essi hanno voluto allontanarsi, diversa da quella che essi stessi vorrebbero costruire. Poi però è indispensabile ed è necessario mantenere i confini tra i due perimetri del sacro, senza che l’esercizio fattivo della carità cristiana che laicamente si è tradotta nella solidarietà, non pregiudichi la sopravvivenza di quegli stessi principi teologici e filosofici su cui essa si fonda. Il punto di arrivo di questa revisione della coscienza collettiva starà nella coraggiosa consapevolezza che il dialogo non si fonda sulla fine dell’identità di uno dei due parlanti, ma nella sua riproposizione in termini non ostativi all’altro, tali da garantire la loro coesistenza. Un dialogo cioè come è stato tratteggiato da colui che fu il vero architetto del Concilio Vaticano II – il cu insegnamento invece è stato oggi dimenticato e mistificato – e cioè Paolo VI, che nella grande enciclica sul dialogo, anteriore anche alla dichiarazione Nostra Aetate, e cioè l’Ecclesiam Suam del 1964, ebbe a scrivere che esso deve essere prudente e accorto, due aggettivi di cui oggi la Chiesa italiana, o buona parte del suo clero, non sanno più nemmeno che significa.






