L’iniziativa dell’Associazione Gioberti pone al centro l’Anticristo e il Katechon
Le quattro “lezioni” tenute a Roma da Peter Thiel nei giorni scorsi hanno, con tutta evidenza, colpito nel segno, attivando una raffica di commenti.
Viviamo in un tempo caotico, dove il vecchio mondo sta cadendo a pezzi e il nuovo è ancora magmatico, informe, alla ricerca di un nuovo paradigma interpretativo della realtà che faccia da sestante per la navigazione.
Per fare un esempio, i riferimenti filosofici di Peter Thiel, sono, oltre al suo maestro René Girard, Leo Strauss, uno degli autori del neoconservatorismo (neocon) e Carl Schmitt.
Le quattro lezioni romane di Peter Thiel hanno messo al centro della riflessione politica, filosofica e teologica due concetti: quello dell’Anticristo e quello del Katechon, che si prestano alle più varie interpretazioni e, pertanto, ci inducono a pensare all’ambiguità, se non alla fluidità, dell’attuale momento storico.
Come ho scritto nel mio “Il serpente ha due teste: monarchia colonialista e finanza ebraica”, “sebbene il neoconservatorismo non possa essere ricondotto a un pensatore in particolare, il filosofo politico Leo Strauss (1899 – 1973) effettivamente conservatore e il sociologo Irving Kristol (1920 – 2009) trotskista, sono generalmente considerati i suoi fondatori”.

Un conservatore e un trotskista alle origini del movimento neocon. Forse è necessario cominciare a registrare la cassetta dei paradigmi, anche per comprendere cosa bolle nel pentolone delle idee che accompagnano la transizione tra globalismo e capitalismo nazionale.
“Leo Strauss – come ho scritto nel mio “Il serpente ha due teste: monarchia colonialista e finanza ebraica” – nacque da una famiglia ebrea nella provincia tedesca di Nassau. Fu un attivo sionista durante gli anni di studio nella Germania del primo dopoguerra. Nel 1934, Strauss emigrò in Gran Bretagna e nel 1937 negli Stati Uniti, dove fu inizialmente nominato alla Columbia University di New York.
Nel 1938 – 1948 fu professore di filosofia politica alla New School for Social Research di New York e nel 1949 – 1968 all’Università di Chicago. Irving Kristol era figlio di ebrei ucraini emigrati a Brooklyn, New York, nel 1890. Nella prima metà degli anni Quaranta, come sé già detto, fu membro della Quarta Internazionale dell’ebreo Leon Trotsky (1879 – 1940), il leader bolscevico ebreo espulso dall’URSS da Stalin, che combatté con questo movimento comunista rivale.
Molti importanti intellettuali ebrei americani aderirono alla Quarta Internazionale. Kristol era anche membro dell’influente New York Intellectuals, un collettivo di scrittori e critici letterari ebrei trotskisti di New York, ugualmente anti-stalinista e anti-URSS.
Oltre a Kristol, ne facevano parte Hannah Arendt, Daniel Bell, Saul Bellow, Marshall Berman, Nathan Glazer, Clement Greenberg, Richard Hofstadter, Sidney Hook, Irving Howe, Alfred Kazin, Mary McCarthy, Dwight MacDonald, William Phillips, Norman Podhoretz, Philip Rahy, Harold Rosenberg, Isaac Rosenfeld, Delmore Schwartz, Susan Sontag, Harvey Swados, Diana Trilling, Lionel Trilling, Michael Walzer, Albert Wohlstetter e Robert Warshow. Molti di loro avevano frequentato il City College di New York, la New York University e la Columbia University negli anni Trenta e Quaranta.
Inoltre, vivevano principalmente nei distretti newyorkesi di Brooklyn e del Bronx. Durante la Seconda guerra mondiale, questi trotskisti si resero conto che gli Stati Uniti potevano essere utili per combattere l’URSS, che odiavano. Alcuni di loro, come Glazer, Hook, Kristol e Podhoretz, svilupparono in seguito il neoconservatorismo.
La maggior parte dei neocon discende da intellettuali ebrei trotzkisti dell’Europa orientale (soprattutto Polonia, Lituania e Ucraina). Poiché l’URSS mise al bando il trotskismo negli anni ’20, è comprensibile che siano diventati attivi negli Stati Uniti come lobby anti-URSS all’interno del Partito Democratico di sinistra e di altre organizzazioni di sinistra”.
Arriviamo alla politica dei giorni scorsi. “Se guardiamo alle famiglie d’origine di Victoria Nuland, George Soros, Anthony Blinken – ho scritto nel mio “Il serpente ha due teste: monarchia colonialista e finanza ebraica” – i protagonisti di Euromaidan, delle rivoluzioni colorate, non possiamo non notare la loro origine ebraica in Paesi dell’Est.
Victoria Jane Nuland è figlia di Sherwin B. Nuland, il cui nome originario era Shepsel Ber Nudelman e proveniva da una famiglia ebrea immigrata negli Stati Uniti dalla Bessarabia, una regione che all’epoca faceva parte dell’Impero Russo (oggi corrispondente in gran parte alla Moldavia, con porzioni in Ucraina).
Victoria Nuland è sposata con Robert Kagan, storico e politologo neoconservatore statunitense, figlio di Donald Kagan, un eminente studioso della Grecia antica. Le origini di Robert Kagan sono anch’esse legate all’ebraismo dell’Europa orientale, con radici familiari in Lituania. L’ebreo George Soros è nato a Budapest, in Ungheria, con il nome di György Schwartz da famiglia di origini ebraiche e suo padre, Tivadar Schwartz, avvocato e scrittore, cambiò il cognome da Schwartz a Soros per sfuggire al crescente antisemitismo.
Nel 1947, all’età di 17 anni, Soros lasciò l’Ungheria, allora sotto l’influenza sovietica, e si trasferì in Inghilterra dove studiò alla fabiana London School of Economics. Antony John Blinken, noto come Anthony Blinken, ha origini familiari profondamente radicate in un contesto ebraico con legami all’Europa dell’Est.
I suoi genitori sono Judith Frehm e Donald M. Blinken, quest’ultimo un noto diplomatico e uomo d’affari che ha servito come ambasciatore degli Stati Uniti in Ungheria durante l’amministrazione Clinton. Sul lato paterno, il nonno di Blinken, Maurice Henry Blinken, era un ebreo ucraino emigrato negli Stati Uniti, dove divenne uno dei primi sostenitori della creazione dello Stato di Israele. Maurice contribuì a fondare l’American Palestine Institute e commissionò studi sulla fattibilità economica di uno stato ebraico indipendente.
Il bisnonno paterno, Meir Blinken, era uno scrittore yiddish che fuggì dai pogrom in Europa orientale, arrivando a New York nel 1904. I nonni materni di Blinken, invece, erano ebrei ungheresi, aggiungendo un ulteriore strato di eredità dell’Europa centrale alla sua storia familiare. La vita di Blinken è stata segnata anche da un’esperienza transnazionale.
Dopo il divorzio dei genitori, quando aveva nove anni, si trasferì a Parigi con la madre Judith e il patrigno Samuel Pisar, un avvocato ebreo di origini polacche sopravvissuto all’Olocausto, unico della sua famiglia a scampare ai campi di concentramento di Auschwitz e Dachau. Un approfondimento ulteriore di questi filoni di pensiero e di esperienze generazionali può aiutarci a comprendere molte cose di quanto avviene oggi”.
Tenere presente questo panorama ebraico è importante in ragione di quanto vedremo in seguito in rapporto ai commenti di Alexander Dugin sulla presenza in Italia di Peter Thiel.
Thiel è arrivato in Italia per un incontro di quattro giorni organizzato dall’Associazione Gioberti, che, come dichiara in un suo comunicato, “promuove ricerche e incontri fondati sulla grande tradizione del pensiero classico e cristiano”.
L’Associazione Gioberti è nata a Brescia grazie all’impegno di giovani cattolici tradizionalisti e, dopo un periodo di impegno locale, con la quattro giorni di Peter Thiel a Villa Taverna a Roma, è uscita allo scoperto, ponendosi come punto di valorizzazione della proposta culturale del presidente di Palantir, che è stato allievo e sostenitore delle idee del filosofo francese René Girard e, come detto, anche di Leo Strauss e di Carl Shmitt.
“Pensiamo – dicono in un comunicato stampa i dirigenti dell’associazione – che nel panorama conservatore italiano l’Associazione Gioberti rappresenti un’alternativa autentica e capace, proprio per la forza della sua visione, di comprendere e valorizzare la proposta intellettuale di Peter Thiel”.
Non v’è dubbio che l’operazione romana dell’Associazione Gioberti abbia suscitato interesse.
Lo dimostra il commento di Alexander Dugin (https://alexanderdugin.substack.com/p/thiels-eschatological-error-when) il quale scrive: “È positivo che Thiel parli di Anticristo e di Katechon: sono temi davvero rilevanti oggi. Tuttavia ciò che dice appare come una totale confusione. Egli riduce l’Anticristo soltanto al globalismo liberal-di sinistra (Governo mondiale, Soros, Greta). È solo una parte della verità. Lo sono. Ma la sua interpretazione del Katechon, identificato con l’IA, l’alta tecnologia e l’accelerazionismo post-liberale, è bizzarra e del tutto inadeguata. Per Carl Schmitt il Katechon è lo Stato organizzato verticalmente, il Leviatano. La sua versione più autentica è l’Impero cristiano — bizantino, o per i cattolici romano. Il cambiamento post-umanista dei corpi, il controllo totale di Palantir, la genetica e le élite alla Epstein che governerebbero il mondo dai loro bunker non hanno assolutamente nulla a che fare con il Katechon. Piuttosto rappresentano l’altro lato dello stesso Anticristo. L’Anticristo è il Nemico (antikeimenos) del Katechon. Così la Russia katecontica combatte contro il governo globale, ma il progetto di Thiel non è un’alternativa: fa parte dello stesso Anticristo. Peraltro la profezia cristiano-ortodossa identifica anche il Messia ebraico con l’Anticristo. Questo è un terzo elemento che spiega il nostro atteggiamento verso il sionismo. La teologia dispensazionalista protestante e il sionismo cristiano evangelico appartengono allo stesso insieme di concetti. È interessante che l’escatologia islamica (non solo sciita ma anche sunnita — eccetto salafiti, wahhabiti e ISIS controllato dal Mossad) coincida più o meno con quella cristiano-ortodossa. I musulmani interpretano il sionismo e l’Occidente moderno in generale come il Dajjal (= Anticristo), esattamente come noi. Secondo alcuni hadith, la battaglia finale sarà tra il Dajjal (sionismo / dispensazionalisti USA) da una parte e l’alleanza dell’Islam (il Mahdi) e del Rum (il cristianesimo ortodosso — il Katechon) dall’altra. I “tech bros” (Alex Karp e altri) sono chiaramente dalla parte dell’Anticristo. Invitano semplicemente a gettare via le maschere del liberalismo e a imporre direttamente il dominio dell’Anticristo. Esiste inoltre l’Israelismo britannico, secondo cui gli anglosassoni sarebbero le dieci tribù perdute dell’antico Israele. Da qui deriverebbero il messianismo anglosassone “puro”, l’egemonia, Cecil Rhodes e la geopolitica talassocratica di Mackinder / Brzezinski. Un altro volto dell’Anticristo. È questo il punto in cui ci troviamo”.
Come si può ben vedere Dugin condivide l’analisi di Thiel sull’Anticristo come globalismo liberal-di sinistra (Governo mondiale, Soros, Greta), cosa difficilmente contestabile, ma poi con un salto mortale gioca una carta antisemita e filo musulmana che fa a pugni con la realtà e che non sta in piedi nemmeno con quanto la letteratura ci racconta in all’ebraismo e anche al sionismo.
Sembra di avere a che fare con l’Okhrana, la polizia segreta zarista che confezionò “I Protocolli degli Anziani di Sion”. I Protocolli furono pubblicati per la prima volta in un giornale dell’Impero russo nel 1903. L’editore sosteneva di aver scoperto un documento che dimostrava l’esistenza di un complotto mondiale ebraico. Questo non era vero. Giornalisti, tribunali e governi hanno da allora screditato i Protocolli come un documento falso che promuove menzogne antisemite. I Protocolli furono usati dal nazismo per giustificare lo sterminio degli ebrei.
Alexander Dugin, in questi giorni, ha anche scritto: “La nostra visione della storia è grecocentrica, ellenistica. Perciò vediamo l’Iran con gli occhi del nemico. Se cambiamo prospettiva (come ci invita a fare Henri Corbin) scopriremo l’immenso universo del genio iraniano. Filosofia, religione, storia, metafisica, tempo, luce, dualità sono iraniani. La religione iraniana è fondamentale nell’ebraismo post-babilonese e nel cristianesimo. L’influenza iraniana sull’ellenismo e sull’Impero romano è decisiva. Gli aspetti migliori della tradizione islamica – al-falsafa, sufismo, sciismo, cultura, poesia, scienza – hanno in gran parte radici iraniane. L’Iran è grandioso. L’Iran è molto più dell’Iran, più dello sciismo. È lo Stato-Civiltà”.
E fin qui possiamo anche assentire, ma ancora una volta Dugin utilizza una parte condivisibile e storicamente accertata per giustificare l’attuale regime degli ayatollah, che con quel che ci invita a capire Corbin non ha nulla a che fare, essendo una dittatura di assassini.
Scrive Dugin: “Il posto dello Stato-Civiltà islamico è ormai vuoto. Quando l’Iran vincerà, avrà più diritto di chiunque altro a esserne il nucleo. Il coraggio del popolo iraniano è incredibile. Se sconfiggi il drago, diventi il Maestro supremo. Anche se perdi, ottieni la vittoria in cielo. Coloro che cadono sulla via del Mahdi, si rialzano e volano. Una volta ottenuta la vittoria, non sarà solo lassù, ma anche qui. Questa è chiamata Zuhur. Quando conti gli sprechi di denaro, gli angeli contano le anime dei giusti. Ci sono due economie. L’Occidente materialista è condannato. Meglio fare TACO. Non scherzare con gli angeli. Tra l’altro, anche i concetti di Angelo e Paradiso sono iraniani. La tradizione farisea di Esdra è persiana. Anche il razzismo mistico ebraico è persiano. L’idea del Messia è iraniana, zoroastriana (Re-Salvatore – Saoshyant). La teoria del tempo lineare è iraniana. Il concetto di Dio come Intelletto, Logos, è persiano (Ahura Mazda, menog). L’idea di Luce è persiana. L’idea di Resurrezione è persiana. E anche l’idea del diavolo è persiana. Quasi tutto ciò che la tradizione occidentale apprezza di più ha origini persiane. Molte cose che apprezziamo nei Semiti, negli Ebrei e negli Arabi (o Aramei) sono persiane. Le cosiddette caratteristiche “orientali” dell’ellenismo sono persiane. Possiamo parlare di ellenismo o di iraniano con la stessa cognizione di causa. È estremamente triste e tragico scoprire l’Iran in guerra contro di esso. L’Iran come Idea, come Missione, come Potenza metafisica globale, come Civiltà Ariana (=Iraniana) vincerà. La profonda identità iraniana è perfettamente e armoniosamente radicata nella dottrina politica di Vilayat-e Fakih. È quindi inutile opporsi al regime degli ayatollah e all’Iran dello Scià. Reza Pehlevi è un simulacro, una figura simile a Epstein, uno strumento della CIA e del Mossad. Non ha nulla a che fare con il vero Iran”.
Il pastone di Dugin, alla fine, serve a piegare la cultura, la storia, la filosofia, al sostengo ad una banda di assassini. Pessimo metodo, che si chiama menzogna propagandistica.
Riprenderemo Dugin e le posizioni della Russia e della Chiesa ortodossa più avanti, e occupiamoci, invece, ora, di due questioni che l’iniziativa dei giovani bresciani dell’Associazione Gioberti hanno messo al centro dell’attenzione del dibattito politico, filosofico e teologico: l’Anticristo e il Kathecon.
Il concetto di Anticristo trae origine dall’apostolo Paolo, il quale, nella seconda lettera ai tessalonicesi scrive: “Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando sé stesso come Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità”.
Nella finzione del racconto di Solov’ëv, l’Anticristo è un uomo di genio che conquista il potere nei futuri Stati Uniti d’Europa presentandosi come un convinto spiritualista, umanitario, attento a fare soltanto il bene di tutti, perché memore degli insegnamenti di Cristo. È pacifista, ecologista, filantropo, animalista, crede nei benefici della scienza e nel perdono per tutti.
Con sguardo profetico Solov’ëv ha previsto quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo grazie ai filantropi del globalismo e a tutte le ideologie perverse che il globalismo finanziario ci ha propinato.
Le masse, conquistate dal suo messaggio, scrive Solov’ëv dell’Anticristo, lo seguono. Rimane dubbioso, in disparte, un piccolo resto di cattolici, ortodossi, e qualche protestante che intuisce che qualcosa non va, che non è soddisfatto, che infine riconosce l’ultimo papa, Pietro II quando s’accorge dell’inganno supremo.
Ecco la parte finale del testo di Solov’ëv sull’Anticristo: “Ne ricordo soltanto i tratti principali. Dopo che i capi spirituali e i rappresentanti della cristianità si furono ritirati nel deserto dell’Arabia, dove da ogni parte affluirono a loro folle di fedeli zelatori della verità, il nuovo papa [quello nominato dal filantropo imperatore Anticristo, ndr] poté senza alcun ostacolo corrompere, attraverso i suoi prodigi e miracoli, tutto il resto dei cristiani superficiali che non si erano ricreduti circa l’Anticristo. Egli dichiarò che, con la potenza delle sue chiavi, aveva aperto le porte fra il mondo terrestre e quello d’oltretomba e in effetti divenne un fenomeno abituale la comunicazione dei vivi coi morti e anche degli uomini coi demoni; inoltre si svilupparono nuove forme inaudite di orgia mistica e di demonolatria. Ma non appena l’imperatore cominciò a credere di essere saldamente sistemato in campo religioso e dopo che sotto la pressante suggestione della misteriosa voce «paterna» ebbe a dichiararsi unica e vera incarnazione della divinità suprema universale, gli capitò una disgrazia nuova da parte di chi nessuno si sarebbe aspettato: si erano ribellati gli Ebrei. Questo popolo, il cui numero aveva raggiunto a quel tempo i trenta milioni di individui, non era del tutto estraneo alla preparazione e all’affermazione dei successi universali del superuomo. Quando si era trasferito a Gerusalemme, aveva fatto segretamente correre la voce nei circoli ebraici che il suo obiettivo principale era di stabilire il dominio di Israele su tutto il mondo; e allora gli Ebrei lo avevano riconosciuto come il Messia e la loro entusiastica dedizione per lui non ebbe limiti. All’improvviso si erano ribellati spirando collera e vendetta. Questo brusco voltafaccia, senza dubbio predetto e dalla Scrittura e dalla tradizione, è presentato da padre Pansofio forse con eccessiva semplicità e soverchio realismo. Il fatto si è che gli Ebrei, i quali ritenevano l’imperatore come un perfetto israelita per razza, avevano scoperto per caso che egli non era nemmeno circonciso. Quello stesso giorno a Gerusalemme e l’indomani in tutta la Palestina scoppiò la rivolta. La dedizione ardente e senza limiti verso il salvatore di Israele e il Messia annunciato si tramutò in un odio altrettanto ardente e senza limiti nei confronti dell’astuto truffatore e dello sfrontato impostore. Tutto l’ebraismo si sollevò come un solo uomo e i suoi nemici scopersero con sorpresa che l’anima di Israele nel suo fondo non vive di calcoli e delle bramosie di Mammona, ma della forza di un sentimento sincero, nella speranza ed il corruccio della sua eterna fede messianica. L’imperatore che non si aspettava una simile esplosione così all’improvviso, perdette la padronanza di sé stesso ed emanò un decreto che condannava a morte tutti i ribelli ebrei e cristiani. Molte migliaia e decine di migliaia di uomini che non avevano fatto in tempo ad armarsi, furono spietatamente massacrati. Ma ben presto un esercito di un milione di Ebrei si impadronì di Gerusalemme e costrinse l’Anticristo a rinchiudersi in Haram-es-Scerif. Questi non aveva a sua disposizione che una parte della guardia e non poteva spuntarla contro la massa dei nemici. Mediante le arti magiche del suo papa, l’imperatore riuscì a filtrare attraverso le linee degli assedianti e ben presto egli ricomparve in Siria, alla testa di uno sterminato esercito di pagani di varie razze. Gli Ebrei, anche se le probabilità di vittoria erano scarse, gli mossero incontro. Ma non appena le avanguardie dei due eserciti ebbero iniziato il combattimento, ecco che si produsse un terremoto di inaudita violenza; sotto il Mar Morto, presso il quale si erano schierate le truppe imperiali, si aperse il cratere di un enorme vulcano e torrenti di fuoco, fusi insieme in un lago di fiamme, inghiottirono lo stesso imperatore, tutte le sue innumerevoli schiere ed il suo inseparabile compagno, il papa Apollonio, cui la magia non recò alcun soccorso. Frattanto gli Ebrei corsero a Gerusalemme, spaventati e tremanti, invocando la salvezza del Dio di Israele. Quando la santa città apparve ai loro occhi, un grande baleno squarciò il cielo da oriente a occidente ed essi videro il Cristo che scendeva loro incontro, in veste regale, con le piaghe dei chiodi sulle mani distese. Intanto dal Sinai si mosse verso Sion la folla dei cristiani guidati da Pietro, Giovanni e Paolo, mentre da altre parti accorrevano altre folle entusiaste: erano tutti gli Ebrei e tutti i cristiani mandati a morte dall’Anticristo. Erano risuscitati e si accingevano a vivere con Cristo per mille anni. È con questa visione che il padre Pansofio voleva finire il suo racconto che aveva per soggetto non già la catastrofe dell’universo, ma soltanto la conclusione della nostra evoluzione storica: l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo”.
Il pensiero del moscovita Solov’ëv è ben distante da quello di Dugin, la qual cosa ci invita, in questo momento di ricerca fluida di nuovi paradigmi di interpretazione del mondo, alla massima prudenza nel catalogare, etichettare, esorcizzare.
Nel numero di Limes di febbraio 2026, Lucio Caracciolo, a proposito dell’America che sta vivendo la fase post globalista scrive: “Nella prima fase fondativa, l’America è guidata da élite regionali centrate sui rispettivi Stati; quel pluralismo finisce nella guerra civile. Nella seconda fase, è guidata da una élite nazionale che lega i propri destini a consolidare ed espandere il paese; vince due guerre mondiali e diventa la massima potenza del pianeta. Nella terza fase, dal 1945 a oggi, è guidata da varie élite cosmopolite che hanno come riferimento il mondo, inteso sia come mercato sia come progetto geopolitico (leadership globale). Il fallimento di quel progetto implica una spietata guerra civile tra fazioni, geograficamente sparse, per posizionarsi e per proteggersi da ciò che verrà dopo l’America-mondo. Forse, per imporre la loro agenda i fautori del capitalismo nazionale dovranno attendere catastrofi simili ad altre del passato che hanno rimescolato le élite. D’altronde, l’Eastern establishment ascese con la guerra civile, crollò con la Grande depressione”.
Siamo in una fase storica nella quale alle élite globaliste stanno per subentrare le élite del capitalismo nazionale e questo significa anche che le idee, i riferimenti filosofici, i paradigmi, sono in fase di mutazione. Siamo in una situazione fluida, in gran parte ambigua, come ambiguo è il concetto di Katéchon.
Il termine greco Katéchon è tradotto con “ciò che trattiene” o “colui che trattiene” ed è un concetto biblico legato all’idea di dilazione: è il tempo dilatato della proiezione escatologica e apocalittica dell’esperienza terrena, che è stato successivamente sviluppato anche come nozione di filosofia politica.
Il Katéchon in un contesto escatologico indica il potere che tiene a freno l’avanzata dell’Anticristo prima dell’apocalisse finale e della nuova venuta di Cristo, ma è anche il potere che dilaziona nel tempo la Parusia.
Alcuni studiosi hanno collegato il concetto di Katéchon alla forza frenante dell’impero romano, altri hanno escluso che l’Impero romano o l’imperatore possano essere identificati con il Katéchon paolino, che alluderebbe invece al popolo dei Giudei e alla sua eroica opposizione al tentativo sacrilego di Caligola di collocare una propria statua nel tempio di Gerusalemme.
A partire dall’inizio del Novecento il concetto di Katéchon diviene decisivo per il pensiero politico, in quanto è una forza che allontana la fine incombente del mondo (o della storia) garantendo l’ordine e impedendo il prevalere del caos ed è un concetto teologico-politico centrale nella riflessione di Carl Schmitt, il quale lo identifica con la forza storica, spesso coincidente con l’impero o lo Stato forte, che frena l’avvento dell’Anticristo e la fine dei tempi, mantenendo l’ordine. Schmitt, uno dei riferimenti filosofici di Thiel, adatta il concetto escatologico paolino alla storia politica, vedendo la storia come una dilazione apocalittica in cui il Katéchon posticipa la fine (fine della storia).
L’idea di Katéchon diventa cruciale in un’epoca di crisi. E noi siamo immersi in un periodo di crisi.
Perché abbiamo preso in considerazione il pensiero di Dugin? Anzitutto per registrare la eco internazionale avuta dall’evento promosso dai giovani bresciani dell’Associazione Gioberti, ma anche per il fatto che Aleksandr Dugin è un filosofo politico, geopolitico e ideologo russo di estrema destra, considerato uno dei principali teorici del neo-eurasianesimo contemporaneo.
La sua influenza diretta su Vladimir Putin è stata sopravvalutata da molti media occidentali, ma le sue idee hanno certamente circolato in ambienti nazionalisti, militari e conservatori russi e in parte hanno contribuito al clima ideologico che ha circondato l’invasione dell’Ucraina.
Dugin è assertore del neo-eurasianesimo, con la Russia intesa come polo civilizzatore autonomo, opposto all’Occidente atlantista e teorizza il superamento di liberalismo, comunismo e fascismo in nome di un’ideologia basata su tradizione, identità collettiva, spiritualità e multipolarismo. La sua visione geopolitica è di contrapposizione tra potenze terrestri (Eurasia, Russia al centro) e potenze marittime (Atlantismo, anglosfera).
Dugin è inoltre assertore del multipolarismo (mondo diviso in grandi civiltà sovrane (Russia-Eurasia, Cina, India, mondo islamico, America latina) contro l’unipolarismo americano (leggi globalismo) e ha influenzato (direttamente o indirettamente) parti dell’élite militare, degli ambienti ultra-ortodossi e dei circoli conservatori russi. Il suo libro più importante in ambito strategico-militare è Fondamenti di geopolitica (1997), usato per anni in alcune accademie militari russe.
Dugin è una figura estremamente controversa in un mondo che sta per abbandonare vecchi paradigmi e ne cerca di nuovi e che è filosoficamente nel caos.
Dugin interpreta il pensiero russo del potere politico e di quello religioso? No.
La posizione ufficiale della Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca) sugli ebrei e sull’ebraismo è complessa, con una combinazione di elementi teologici tradizionali, dichiarazioni pubbliche di condanna dell’antisemitismo e una certa reticenza a riformulare profondamente la tradizione patristica anti-giudaica.
La Chiesa Ortodossa Russa mantiene in gran parte la visione patristica classica (ereditata dai Padri della Chiesa dei primi secoli): gli ebrei sono considerati il popolo che ha rifiutato il Messia (Gesù Cristo); nei testi liturgici e nelle omelie storiche persiste il tema della “responsabilità” per la crocifissione (anche se non sempre in senso collettivo moderno); non esiste un equivalente ufficiale russo al documento cattolico Nostra Aetate (1965), che ha radicalmente rivisto l’atteggiamento verso gli ebrei e l’ebraismo.
A differenza della Chiesa Cattolica post-conciliare, la liturgia e la predicazione ortodossa russa non hanno subito una revisione sistematica per eliminare o mitigare le espressioni anti-giudaiche.
Il patriarca Aleksij II (1990-2008) in un discorso ai rabbini di New York (fine 1991) ha chiamato gli ebrei «fratelli» e ha condannato decisamente l’antisemitismo in tutte le sue forme. Questa è stata la dichiarazione più chiara e citata come posizione “ufficiale” della Chiesa.
Il patriarca Kirill (dal 2009) ha ripetutamente condannato l’antisemitismo e l’estremismo, ha partecipato a incontri con leader ebraici russi (soprattutto con la FEOR – Federazione delle Comunità Ebraiche di Russia, legata a Chabad); ha espresso solidarietà per le vittime della Shoah (ha visitato memoriali e partecipato a cerimonie); ha paragonato il genocidio degli ebrei al genocidio contemporaneo dei cristiani in Medio Oriente.
La Chiesa ortodossa russa riconosce ufficialmente l’ebraismo come una delle religioni tradizionali della Russia (insieme a ortodossia, islam e buddhismo) secondo la legge del 1997 sulla libertà di coscienza.
Nonostante queste dichiarazioni di vertice, permangono forti contraddizioni. Molti testi patristici e omelie popolari continuano a contenere toni fortemente anti-giudaici. In alcune cerchie conservatrici, nazionaliste e monastiche russe (non solo marginali) circolano teorie cospirazioniste, accuse di “giudaizzazione” della società o della Chiesa stessa, e simpatie per idee come i Protocolli dei Savi di Sion (ancora stampati in ambienti “ortodossi”). La gerarchia tende a non intervenire duramente contro queste derive, limitandosi a dire che si tratta di “opinioni personali” (come fece con le predicazioni antisemite del defunto metropolita Ioann Snychev negli anni ’90). Molti osservatori (storici, ebrei russi, analisti religiosi) descrivono la posizione della Chiesa come ambigua o non chiara che condanna l’antisemitismo, ma evita una profonda revisione teologica del rapporto con l’ebraismo.
La posizione ufficiale del Cremlino sugli ebrei è complessa e contraddittoria, specialmente negli ultimi anni (fino al 2026).
Si possono distinguere due livelli principali. Un livello formale e propagandistico interno. Il Cremlino (Putin in primis) continua a presentarsi come protettore degli ebrei russi e nemico dell’antisemitismo.
Putin ha ripetutamente affermato che in Russia non esiste antisemitismo di Stato e mantiene rapporti stretti con il rabbino capo Berel Lazar (Chabad-Lubavitch) e con alcune istituzioni ebraiche. Putin ha inoltre sostenuto progetti come il Museo di Storia Ebraica a Mosca.
Un livello reale. La retorica è diventata sempre più problematica, con elementi chiaramente antisemiti o che riattivano stereotipi classici. Questo è legato soprattutto alla guerra in Ucraina e alla propaganda anti-occidentale.
I rapporti tra Russia e Israele nel marzo 2026 sono complessi, pragmatici e tesi, caratterizzati da una cooperazione storica in alcuni ambiti, ma da una crescente divergenza strategica, soprattutto a causa della guerra in corso tra Israele (con sostegno USA) e Iran.
Israele ospita quasi 2 milioni di cittadini originari dell’ex URSS/ex Federazione Russa (molti russofoni). Putin ha più volte definito Israele “quasi un paese di lingua russa”, e questo fattore influenza ancora la politica russa verso Tel Aviv.
Dal 2015 esiste un meccanismo di deconfliction in Siria (hotline per evitare incidenti tra forze aeree israeliane e russe). Anche se nel 2026 alcuni report indicano che il canale è diventato meno efficace o parzialmente interrotto, non è mai stato ufficialmente chiuso. Netanyahu ha mantenuto un dialogo regolare con Putin anche nel 2025-2026. A fine 2025 ha dichiarato in Knesset che questo canale serve a proteggere gli interessi di sicurezza israeliani al confine nord. La Russia si è più volte proposta come mediatore tra Israele e Iran (già nel 2025 e ancora nei primi mesi del 2026), offrendo di aiutare a delineare “linee rosse” e evitare un’escalation totale.
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca (gennaio 2025) le relazioni Israele-Russia hanno inizialmente conosciuto una fase di miglioramento relativo. Israele ha persino fatto lobbying negli USA affinché la Russia mantenesse basi militari in Siria (come contrappeso alla Turchia).
Ora la Russia ha condannato duramente gli attacchi congiunti USA-Israele contro l’Iran, parlando di «aggressione non provocata», «violazione della Carta ONU», «ciclo senza precedenti di violenza» e vittime civili «in migliaia».
Come si può ben capire l’iniziativa dei giovani bresciani della Associazione Gioberti ha aperto alcune finestre di riflessione che interessano la politica, la geopolitica, la filosofia, la teologia.
Riflessione che merita qualcosa di più di un articolo, in quanto riguarda l’emergere possibile di nuovi paradigmi di interpretazione di un mondo che non sarà più come quello che abbiamo conosciuto.





