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UMANITA’ E FINITEZZA

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di Sergio Restelli

Sono convinto che sia a partire dalla consapevolezza della morte che possiamo davvero comprendere noi stessi e relazionarci al mondo e agli altri. La morte, ponendo un limite alla vita, le conferisce forma e la possibilità di avere un significato. Solo ciò che muore può davvero considerarsi vivo, mentre ciò che non muore non vive affatto.

La certezza della morte, come affermava sant’Agostino con le parole “incerta omnia, sola mors certa” (tutto è incerto, solo la morte è certa), è sempre stata alla base della cultura umana. Tuttavia, oggi in Occidente, questa certezza viene messa radicalmente in discussione, vivendo in quella che i sociologi definiscono una “società postmortale”.

È una società che rifiuta i limiti e, grazie alla tecnologia e ai progressi medici, cerca di ritardare la morte, intervenire sulle sue cause, modificare i confini e spingere sempre più in là i limiti della longevità umana. Di fronte a un’umanità che può concepirsi come “a-mortale”, ci si pone delle domande sulle conseguenze di questa rimozione.

Cosa è diventata la morte? Ma soprattutto, chi siamo diventati noi se la morte non rappresenta più il ricordo del limite? C’è il rischio che, nutrendo il sogno di essere onnipotenti, l’uomo contemporaneo si trovi ancora più solo e smarrito di fronte alla morte? È proprio in questo punto di svolta che dobbiamo riscoprire la saggezza che nasce dal riconoscimento dei limiti, non solo come un fine, ma anche come un confine, una soglia che rappresenta la possibilità di un nuovo inizio.

Viviamo in una società in cui il diritto esclusivo di rispondere alle domande fondamentali per la vita e costitutive per la comunità viene attribuito alle scienze biomediche. Il transumanismo, la postmortalità, l’idea di una generazione senza padri e madri: questi sono segni inquietanti, camuffati da “diritti” e “libertà”, che derivano da un’assoluta fiducia nei confronti degli apparati tecno-scientifici e del nichilismo giuridico che li sostiene.

Ma è solo a partire dalla consapevolezza della morte che l’essere umano può davvero comprendere sé stesso e il mondo che lo circonda, stabilendo relazioni autentiche con gli altri. La morte, ponendo un limite alla vita, conferisce a questa un senso profondo e la possibilità di esistere appieno. Solo attraverso il riconoscimento della nostra finitezza possiamo apprezzare appieno la bellezza e il valore della vita.

Non dobbiamo dimenticare che la morte è sempre stata un elemento fondamentale nella cultura umana, eppure oggi sembra che si stia cercando di negarne l’importanza. Nella società postmortale, che si sforza di sconfiggere la morte e di allungare indefinitamente la nostra vita, dobbiamo porci delle domande cruciali: che significato ha assunto la morte in questa nuova prospettiva? E soprattutto, quale impatto ha avuto su chi siamo diventati noi?

Se la morte non rappresenta più il ricordo dei nostri limiti, corre il rischio che l’uomo contemporaneo si trovi ancora più solo e smarrito di fronte alla sua inevitabilità.In questa società che alimenta il sogno di onnipotenza, c’è il pericolo di perdere di vista la nostra umanità e di diventare alienati dalla realtà. La morte, intesa come confine naturale della vita, ci obbliga a confrontarci con il nostro destino e ci ricorda la fragilità e la preziosità dell’esistenza. Se cerchiamo di sfuggire alla morte e di negarne l’importanza, rischiamo di perdere la consapevolezza della nostra finitezza e di trasformarci in esseri distanti, privi di autenticità e compassione.

È proprio in questo momento cruciale che dobbiamo riscoprire la saggezza che deriva dal riconoscimento dei limiti. Non dobbiamo considerare il limite come un ostacolo insormontabile, ma come una soglia che apre la possibilità di un nuovo inizio. Accettare la morte come parte integrante della vita ci aiuta a vivere in modo più consapevole, a valorizzare il tempo che ci è concesso e a stabilire relazioni più profonde e significative con gli altri.

Dobbiamo riflettere attentamente sul ruolo che assegniamo alle scienze biomediche e alla tecnologia nella nostra società. Se concediamo loro un potere illimitato nel determinare il nostro destino, rischiamo di perdere il senso di responsabilità individuale e collettiva. Non possiamo delegare completamente a queste sfere il compito di rispondere alle domande ultime sulla vita e sulla morte, ma dobbiamo invece coinvolgerci attivamente, interrogarci e cercare una comprensione più profonda di noi stessi e del mondo che ci circonda.In conclusione, il riconoscimento della morte come confine e la consapevolezza dei nostri limiti sono fondamentali per una vita autentica e significativa. Dobbiamo resistere alla tentazione di negare la morte e di cercare l’onnipotenza, poiché solo abbracciando la nostra umanità e accettando la nostra finitezza possiamo trovare vera pienezza e un nuovo inizio.

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  • Redazione

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