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UCRAINA, UN TERREMOTO DIETRO LE QUINTE

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Alcuni fatti, tra loro connessi dalla tempistica e probabilmente concatenati dalle cause, stanno indicando un terremoto che si sta svolgendo dietro le quinte delle dichiarazioni ufficiali. Il nesso che li collega si chiama Poltova, il nome della città che è stata colpita da missili russi e dove hanno perso la vita una cinquantina di militari (altri circa 250 sono stati feriti), tra in quali molti istruttori di paesi occidentali che i rumors indicherebbero come in prevalenza svedesi. Da qui, secondo alcune interpretazioni, le dimissioni del   ministro degli Esteri svedese Tobias Billstrom, massimo artefice dell’adesione della Svezia alla NATO, il quale ora avrebbe dovuto rendere conto dell’arrivo a casa di suoi concittadini nei classici sacchi di plastica nera che avvolgono i defunti. Billstrom ha annunciato le dimissioni dal suo incarico e il suo  definitivo abbandono della politica. “Ho 50 anni – ha dichiarato – e spero di poter contribuire e lavorare sodo in altri contesti”. 

Billstrom è stato, come s’è detto, uno degli artefici dell’adesione della Svezia alla Nato nel marzo di quest’anno. Risultato che ha rivendicato: “Ci siamo lasciati alle spalle più di 200 anni di non allineamento e questo non sarebbe stato possibile senza il duro lavoro svolto dal governo e dal ministero degli Esteri”. 

“È difficile  – ha aggiunto – sottovalutare l’importanza di questo fatto, per la sicurezza della Svezia e dei nostri amici nordici e baltici”, avvertendo però delle sfide significative che attendono il suo successore: “Ci troviamo nella situazione di sicurezza politica più grave dalla Seconda Guerra Mondiale. Apparteniamo al nucleo di Paesi che sostengono l’Ucraina” e in Medio Oriente. Al mio successore non mancano i compiti, gli auguro la migliore fortuna”.

Billstrom ha sottolineato che questa decisione si accompagna al suo allontanamento dalla politica, dove ha trascorso gli ultimi 25 anni svolgendo vari ruoli. “Lascerò il mio seggio nel Riksdag, il parlamento svedese. La mia prossima mossa è ancora da definire”.

In buona sostanza, portata la Svezia, dopo 200 anni di non allineamento, nella Nato, ora la patata bollente dell’Ucraina la consegna al suo successore. 

Per quanto riguarda le dimissioni, questa sono l’altro fatto all’ordine del giorno, questa volta in Ucraina, dopo il disastro di Poltova e la distruzione dell’Istituto Militare di Telecomunicazioni del Comando Militare Superiore, dove si istruiscono gli specialisti in telecomunicazione e, dove, con tutta probabilità, si dirigevano i droni e i missili che hanno colpito in profondità la Russia. 

Sarà anche in questo caso una trana coincidenza, ma nello stesso spazio temporale si sono dimessi “spintaneamente” ministri del governo di Kiev, tra i quali Kuleba, ministro degli esteri, perché Zelensky ha detto che è necessario immettere nuove energie. 

L’ex comico, improvvisatosi stratega, non cessa di scaricare sulle spalle altrui i fallimenti delle sue pensate propagandistiche.  L’ultima, infatti, è quella di aver invaso una porzione minuscola del territorio russo nella zona antistante Karkiv, per dimostrare capacità militare capace di infliggere pesanti perdite di immagine al nemico e, forse anche, ma non è detto, per costringere i russi a spostare truppe dal Donbass. 

Non è andata così. La dimostrazione di Kursk è già finita e la prima risposta, pesante, è quella di Poltova, in una zona vicina a Karkiv, dove è stato distrutto un centro militare che, con tutta probabilità, era il centro che governava droni e missili inviati a colpire la Russia. 

La Russia non ha spostato truppe dal Donbass dove sta sfondando a Pokrovsk. Se le truppe russe dovessero conquistare la città di Pokrovsk farebbero collassare il fronte ucraino, privato delle linee logistiche. 

Zelensky, fallito nella sua iniziativa propagandistica su Kursk e in attesa di un tracollo nel fronte del Donbass, dal quale ha spostato le brigate migliori per la disperata sortita in terra russa, fa dimettere i suoi ministri proiettando le colpe di una sua, ormai, evidente incapacità a fare qualsiasi cosa di utile all’Ucraina. 

Peggio di lui sono i suoi mentori democratici americani che, nella speranza vana di non perdere la faccia, lo spingono verso il baratro. 

Peggio dei mentori Usa ci sono solo gli europei gradassi e guerrafondai, a cominciare dai politici degli stati del Nord che, guarda caso, al primo inciampo, si ritirano dalla scena, lasciando le patate bollenti in mano ad altri. 

In questo quadro desolante di incapaci, si distingue la politica prudente dell’Italia, che, pur sostenendo Kiev, continua a dire che “non siamo in guerra con la Russia”. 

Per fortuna, fra tanti cialtroni, c’è ancora chi ha la capacità di stare entro i confini della politica. 

 

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  • Redazione

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