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UCRAINA: DELIRIO E CASTIGO

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Zelensky: “La Russia dovrà essere obbligata a partecipare a tutti i costi perché è giusto distruggere i terroristi russi ovunque si trovino”.

Delirio.

Putin: “Hanno intrapreso la strada dello sterminio degli stessi ucraini”.

Castigo.

Un primo risultato immediato l’infiltrazione ucraina in territorio russo lo ha ottenuto: interrompere i possibili negoziati, con affermazioni di Zelensky che costituiscono un esempio eclatante di come si può essere deliranti.

Dire, infatti, che la Russia deve essere obbligata a sedersi ad un tavolo di trattativa, alla quale stanno di nuovo lavorando gli svizzeri e, al contempo, dire che bisogna distruggere i terroristi russi ovunque si trovino, è pensiero sconnesso da ogni logica da scrivere al delirio.

Il presidente russo Vladimir Putin ha osservato che l’attacco ucraino a Kursk “rende chiaro il motivo per cui il regime di Kiev ha respinto le nostre proposte di tornare ai negoziati per una soluzione pacifica, così come le proposte di mediatori neutrali interessati”.

“A quanto pare – ha aggiunto Putin – il nemico sta eseguendo gli ordini dei suoi padroni occidentali con il loro aiuto, mentre l’Occidente ci sta combattendo attraverso gli ucraini (…) e sta cercando di migliorare le sue future posizioni negoziali”, sottolineando che “non c’è più nulla di cui parlare”.

La parola è alle armi, ossia ai rapporti di forza, così come accade da sempre quando la diplomazia non funziona e non ci sono regole condivise tra potenze.

La guerra continua.

Cosa effettivamente vogliano fare e ottenere gli ucraini è difficile da capire, salvo entrare nell’ordine di idee del delirio e della disperazione di Zelensky e del suo entourage, del quale Oleksandr Stanislavovyč Syrs’kyj, dall’8 febbraio 2024 comandante in capo delle Forze armate ucraine e uomo di stretta di fiducia del presidente ucraino, è parte integrante.

Oleksandr Stanislavovyč Syrs’kyj ha sostituito Valerij Fedorovyč Zalužnyj, mandato in esilio a Londra, in quanto ritenuto possibile concorrente di Zelensky.

Alcune cose sono chiare, altre no.

La prima cosa chiara è che sono stati infranti linee rosse e tabù.

Si può invadere un territorio altrui? Si. Lo hanno fatto i russi? Si, ma anche gli ucraini.

L’operazione ucraina su Kursk legittima l’invasione.

I territori possono essere merce di scambio? Si. Invadere territorio russo per un possibile scambio con territorio ucraino significa, da parte ucraina, legittimare lo scambio di territori.

Il concetto di integrità territoriale è archiviato, con buona pace della propaganda occidentale e grazie a Zelensky e Syrs’kyj.

Il diritto internazionale, tanto sbandierato, è stato buttato alle ortiche. L’Onu esce, anche da questa vicenda, completamente delegittimato: non conta nulla, come è ormai chiaro da tempo.

La logica di potenza è messa in primo piano come risolutrice del conflitto.

Con questa azione Zelensky e Syrs’kyj hanno messo alle corde Nato, UE e, soprattutto, gli Usa, costretti a fare i salti mortali con avvitamento triplo per sostenere e non essere coinvolti.

In buona sostanza, il vero vulnus inferto da Kiev con la marcia su Kursk non è alla Russia, ma all’Occidente, costretto ora a fare l’equilibrista su un precipizio.

Zelensky e Syrs’kyj hanno ridotto il conflitto con la Russia all’essenza di un confronto di pura potenza.

E qui, a mio modesto parere, sta il delirio di Zelensky.

Si è discusso nei giorni scorsi sulle motivazioni possibili dell’azione: spostare truppe da fronte sud per ridurre la pressione, dare il segnale di una ripresa dell’iniziativa ucraina, affermare la capacità di effettuare sortite a sorpresa, mettere in evidenza la capacità di intelligence e via discorrendo.

Rimane il fatto che per effettuare la sortita Zelensky e Syrs’kyj hanno spostato e impiegato uomini di cinque brigate di eccellenza della riserva.

Una brigata equivale a 3.600 uomini ed è formata da 2 reggimenti.

Un reggimento equivale a 1.800 uomini ed è formato da 3 battaglioni.

Un battaglione equivale a 600 uomini ed è formato da 4 compagnie.

Una compagnia equivale a 150 uomini.

Se fossero stati impiegati tutti gli uomini delle cinque brigate saremmo di fronte alla presenza di circa 20 mila soldati.

Dalle analisi di Parabellum, di solito molto precise, in quanto basate su geolocalizzazioni, sono stati messi in campo all’incirca dieci mila uomini, dei quali 3-4 mila effettivamente combattenti.

Con forze di questo genere è possibile manovrare velocemente, conquistare territori, ma non è possibile, o comunque è assai difficile, mantenerli.

Il rischio, per gli ucraini è che un’azione pesante dal cielo possa annientare le cinque brigate.

I militari russi, ad esempio, secondo la Tass, ieri hanno distrutto con un attacco ad alta precisione un centro di controllo delle forze armate ucraine in un edificio residenziale vicino a Kupyansk, nella regione di Kharkiv.

La possibilità di attacchi aerei e missilistici esiste, in quanto un imminente e più volte annunciato attacco iraniano a Israele costringe gli Usa a dirottare su Tel Aviv tutti i sistemi di difesa aerea, rendendo impossibile aumentare quelli in dotazione a Kiev.

Dopo qualche segnale su un accordo più vicino per una tregua a Gaza, lo Stato ebraico ha comunicato agli americani che Teheran è intenzionata ad attaccare a breve, forse anche prima dell’incontro del 15 agosto tra i mediatori del conflitto nella Striscia.

Biden ha sentito i leader di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, per poi lanciare un appello congiunto all’Iran: «Faccia un passo indietro».

La tattica dell’Iran di temporeggiare potrebbe essere collegata con il fronte ucraino, in quanto apre una finestra temporale per gli Usa atta all’invio di tutti i sistemi possibili di difesa aerea, anche in considerazione del fatto che droni e missili iraniani, uniti a quelli di Hezbollah, potrebbero saturare le difese.

Tutto ciò che arriva in Israele non arriva a Kiev. Un favore di Teheran a Mosca.

I due teatri di guerra sono, pertanto, chiaramente collegati.

Secondo quanto riportato dalla Bbc, che ha citato il segretario alla Difesa Lloyd Austin, Washington ha inviato nell’area il sottomarino con missili guidati Uss Georgia e ha ordinato al gruppo d’attacco della portaerei Uss Abraham Lincoln, che trasporta jet da combattimento F-35C, di accelerare il suo viaggio verso il Mediterraneo orientale.

La radio dell’esercito israeliano ha nel frattempo annunciato che Israele ha inviato nei giorni scorsi un messaggio agli Stati Uniti e a diversi Paesi europei affermando che a qualsiasi attacco diretto da parte dell’Iran risponderà con un attacco sul territorio iraniano.

Fonti non ufficiali riportano che Gerusalemme ha chiarito di essere determinata ad attaccare l’Iran anche se i raid iraniani non causeranno vittime nel Paese.

Anche in questo caso, tutti i bei discorsi sull’integrità territoriale saltano.

Non viene meno, in questa guerra ibrida e su più fronti, anche la propaganda. Un rapporto del Servizio di intelligence straniero russo Svr, riportato dall’agenzia di stampa Ria Novosti, afferma che l’amministrazione americana intenderebbe lanciare una “potente campagna d’informazione” per “screditare” Volodymyr Zelensky e “costringerlo a lasciare il suo incarico”.

Secondo lo stesso report sarebbe stato individuato anche il suo successore: l’ex ministro degli Interni Arsen Avakov, considerato idoneo “per i suoi stretti legami con le formazioni nazionaliste ucraine e i suoi continui contatti con i leader dei Paesi europei”.

L’evolversi convulso degli eventi lascia ampio spazio ad aggiornamenti continui, ma una cosa è certa: il delirio di Zelensky.

In un colpo solo ha fatto saltare tutti i tabù, ha messo a nudo l’impotenza dell’Onu, ha posto Usa e Unione Europea in bilico su un precipizio, ha chiuso ogni possibilità di trattativa finché ci sarà lui a comandare a Kiev, ha posto il conflitto con la Russia sul terreno dei puri rapporti di forza e, forse, ha posto anche le basi per la sua fine.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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