Il possibile riscatto dell’autogoverno del Mezzogiorno tramite Sud chiama Nord
Ernesto Galli della Loggia, storico e opinionista, di recente ha descritto impietosamente la politica meridionale: “Il Sud ritorni potenza marittima ma basta vittimismo, l’unico limite è la classe dirigente, vera palla al piede dell’Italia”.
Galli della Loggia ha toccato uno degli aspetti fondamentali dell’arretratezza meridionale: quello delle sue élite politiche.
Certo, il Meridione, a livello di sistema, non è riuscito ad accorciare il divario con le aree sviluppate del Nord Italia e dell’Europa.
La mancanza addirittura di acqua in tante province meridionali e i rifiuti in molte altre realtà del Sud sono la scandalosa, empirica, prova dell’esistenza di una questione meridionale ben lontana dall’essere risolta.
La questione meridionale, dunque, continua purtroppo ad essere viva: ma senza equivocare sul reale significato che, da Giustino Fortunato in poi, essa ha avuto, assimilandola, invece, a un rivendicazionismo straccione e scomposto, con una revisione storiografica ingiustificata e strumentale che porta a esaltare quella tradizione politica meridionale che, da Masaniello, arriva sino al comandante Achille Lauro, identifica con il Sud la nostra peggiore tradizione politica, quella plebea, populista e paternalista.
Invece, una nuova battaglia per il Mezzogiorno deve, necessariamente, sfidare le logiche di una politica fatta di pessima pubblica amministrazione, sprechi e clientele, corruttele e intrecci con la criminalità organizzata, ritardi nella realizzazione di opere infrastrutturali strategiche, un sistema creditizio autoreferenziale e non al servizio delle imprese e dei cittadini.
Un rigoroso meridionalismo, quindi, la cui cultura è diversa e distinta dal vecchio “sudismo”, a volte fondato su nostalgie borboniche, sovente di stampo sanfedista e reazionario.
Una forza politica ispirata alla grande cultura di meridionalisti autentici e attuali come Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Guido Dorso, don Sturzo e Francesco Compagna, che hanno sempre interpretato il tema del Mezzogiorno in chiave nazionale ed europea e mai di cesura localistica.
E, a ben vedere, la scommessa per rilanciare l’impegno per il Sud è proprio quella di élite politiche, che segnino una profonda discontinuità con un passato fatto di patronage elettorali e clientele, di subalternità carrieristica al centralismo dei partiti romanocentrici e che faccia del rigore e della competenza le stelle polari per una seria battaglia per l’autonomia politica in primo luogo del Meridione, propedeutica all’autogoverno, che, come scrisse Guido Dorso ne “La rivoluzione meridionale” del 1925: “deve nascere nello spirito dei cittadini, è funzione critica di distacco da ogni forma di autorità che non sia l’autorità della libertà, è contrapposizione a tutte le forme di violenza, è insomma armonia di libere coscienze che tutelano i loro interessi legittimamente conquistati”.
L’unica iniziativa, politica e programmatica, che appare legata alla prospettiva di autogoverno del Mezzogiorno per il suo riscatto è quella di Cateno De Luca con Sud chiama Nord.


Maurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.


