E manca ancora di più nell’idea di futuro che proponiamo ai giovani
L’immagine di Enrico Mattei vorrei vederla nelle manifestazioni, nelle scuole, nelle università. Per discutere di ciò che rende un Paese capace di decidere: energia, competenze, ricerca, industria e dignità del lavoro.
Educare generazioni ad avere in testa tutto tranne un futuro solido fondato sul lavoro significa lasciarle disarmate.
Se insegniamo soltanto a consumare, a promuovere sé stessi e ad adattarsi alla precarietà, prepariamo clienti e manodopera ricattabile.
Alle grandi multinazionali che cercano mercati dipendenti e lavoro a basso costo, una società così fa comodo.
Serve una filosofia industriale seria. Una cultura che riconosca nella produzione una responsabilità sociale, nell’impresa un’organizzazione di competenze e nel lavoratore una persona che deve poter costruire la propria vita.
Significa scegliere quali capacità produttive mantenere, finanziare la ricerca, valorizzare la formazione tecnica insieme a quella umanistica, pretendere che gli incentivi pubblici producano investimenti, occupazione qualificata e salari adeguati.
Significa dare ai giovani gli strumenti per comprendere anche i rapporti di forza dentro l’economia.
Mattei dovrebbe tornare nelle nostre discussioni perché la sua esperienza pone una domanda ancora essenziale: quanta libertà conserva un Paese che dipende dagli altri per produrre, innovare e rifornirsi di energia?
Ai giovani dobbiamo offrire la possibilità concreta di progettare, costruire, scoprire, insegnare e di restare in Italia per scelta e di partire per opportunità.
Un futuro ha bisogno di fondamenta.
E il lavoro, sostenuto dal sapere e da una politica industriale, resta una di quelle decisive.





