Tra mossa politica e operazione di marketing
Il blocco terrestre attivato dagli Stati Uniti attraverso la Task Force Iron Gate serve, in essenza, a condizionare le trattative con l’Iran a Doha, relative a una riapertura dei corridoi marittimi nello Stretto di Hormuz.
Ad ogni modo, la nuova Task Force, istituita lo scorso 7 novembre con sole venti persone a Tampa per coordinare con altre agenzie il blocco dei trasporti commerciali e militari iraniani lungo le rotte di terra e il Caspio, nel complesso non sembra molto di più di un’estensione rafforzativa delle sanzioni già vigenti, a cui è stata affissa un’etichetta militare coi relativi benefici di marketing che ne possono derivare.
Bisognerà ora vedere, nel concreto, quale effetto potrà avere nel convincere gli iraniani che, detto in franchezza, sin qui non sembrano mai essersi lasciati impressionare più di tanto da certe trovate poco più che pubblicitarie.
Inoltre, si tratta di una Task Force appena battezzata e che, davanti a sé, ha un compito di dimensioni titaniche, vista l’entità economica e quantitativa dei passaggi frontalieri tra l’Iran e i suoi confinanti, e la frettolosità dei tempi entro cui dovrebbe raggiungere obiettivi convincenti prima di dimostrarsi, appunto, soltanto una trovata pubblicitaria.
Comunque, questa Task Force serve soprattutto a lanciare all’Iran un messaggio politico: ovvero, che gli Stati Uniti sono realmente decisi a voler portare avanti un pieno accerchiamento di Teheran e a revocare il blocco navale a Hormuz solo a costo di ripristinare la situazione – leggasi piena libertà di passaggio – precedente al 28 febbraio.
Di fatto, ciò equivarrebbe al decadimento delle richieste iraniane di controllo dello Stretto e alla sua gestione condivisa con l’Oman.
Non è un caso che la mediazione attualmente in corso a Doha, su cui le pressioni degli Stati Uniti non passano inosservate, si muova proprio in quella direzione, come attestato anche da una bozza d’accordo qatariota con applicazione immediata in 48 ore che, tuttavia, né Washington né Teheran, al momento, risultano aver accettato.
Nulla di cui stupirsi, dato che è ancora tanto grezza da risultare, oltre che offensiva degli obiettivi raggiunti e degli sforzi sostenuti dall’Iran in questi mesi di guerra, dissociata dalla realtà.
La situazione odierna nel Golfo Persico e, più estensivamente, in tutta la regione mediorientale, appare oggi ben diversa da come poteva apparire solo nove mesi fa.
Gli Stati Uniti, sostanzialmente, dinanzi a Teheran che chiede un ritorno alle condizioni previste dal MoU di giugno, allargate ai nuovi sviluppi regionali, altro non fanno che reiterare richieste mirate al ritorno al vecchio quadro politico antecedente all’inizio della guerra.
Di fatto, per ragioni non soltanto interne, non possono e non vogliono ammettere la loro sconfitta. Ci sono anche i rapporti con gli alleati, regionali, europei e asiatici, che, dinanzi a una simile prospettiva, si smaglierebbero con un effetto a caduta; per non parlare, poi, dei rapporti di forza coi grandi avversari globali, Cina e Russia per prime, ma non solo.
La bozza negoziale avanzata a Doha vedrebbe, nel primo giorno, gli Stati Uniti revocare il blocco terrestre e restituire una prima parte dei fondi iraniani congelati, mentre l’Iran riaprirebbe l’accesso dei siti nucleari agli ispettori dell’AIEA; nel secondo giorno lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto e sarebbero poste le basi per nuove trattative sul nucleare.
Di fatto, proprio come già detto, un chiaro tentativo di superare il MoU di giugno, troppo vincolante per gli Stati Uniti e, soprattutto, sgradito a Israele. Che possa avere un qualche successo, appare densamente improbabile.
Il blocco di terra – difficilmente attuabile appieno, richiedendo la collaborazione di attori regionali sin qui non sempre dimostratisi completamente disponibili alle richieste di Washington, non fosse altro perché ciò andrebbe in contraddizione ai loro interesse – nell’attuale contesto appare poco più che una forma di pressione politica, rafforzato da episodiche pressioni militari o disturbi di frequenza del CENTCOM nelle acque di Hormuz, contro navi bersagliate per il loro tentativo d’approdare in Iran, e a cui l’IRGC risponde, colpendone altre a sua volta, quando queste, nella “rotta americana”, non vanno da sole incontro a qualche mina.
Secondo Doha, comunque, i suoi sforzi per il raggiungimento di un’intesa potrebbero presto conoscere un successo; ma sono tipiche formule di rito.
Nulla vieta che possa esser pure accettato, salvo venir poi bruciato dai fatti sul campo, dal momento che a Teheran, in un accordo davvero dirimente con gli Stati Uniti, sono in pochi a credere.
Di fatto, la bozza di Doha è una mossa politica – o bufala politica – né più e né meno quanto la Task Force Iron Gate.
Le guerre si vincono sul campo; mentre il marketing serve solo a raccontare in modo diverso la sconfitta.





