Il viaggio in Uruguay, alle porte della secolarizzazione
Papa Leone XIV sta compiendo il suo sesto viaggio apostolico internazionale in America Latina (6 – 17 novembre 2026), visitando Uruguay, Argentina e Perù.
È il primo viaggio del suo pontificato in questo continente e il più lungo finora, con 12 giorni da trascorrere in loco, oltre 30.000 km da percorrere, circa 14 località da visitare, numerosi voli e elicotteri da prendere, oltre 50 appuntamenti da avere e circa 36 – 40 discorsi, tutti in spagnolo, da pronunciare.
Leone XIV, primo Papa statunitense e con cittadinanza peruviana, è stato missionario agostiniano e vescovo di Chiclayo in Perù per molti anni.
Il viaggio è stato confermato nonostante l’operazione del 13 ottobre 2026 al Policlinico Gemelli di Roma per asportare un adenocarcinoma polmonare al lobo inferiore del polmone destro.
I medici hanno dato il via libera; il Papa ha dichiarato di sentirsi bene e di non aver mai avuto dubbi sul viaggio. È partito da Roma – Fiumicino il 6 novembre alle 7:05 a bordo di un volo ITA Airways.
Il viaggio è presentato come tempo di ascolto, incontro, unità e messaggio di speranza in un continente con polarizzazioni, sfide sociali, ambientali e di disuguaglianza.
Il Pontefice ha sottolineato il desiderio di rafforzare i legami con le Chiese locali e di portare vicinanza ai popoli. Sull’aereo ha salutato i giornalisti, ringraziato Dio e i medici, sottolineato di portare un messaggio di speranza e di essere felice di tornare nel continente in cui ha vissuto tanti anni, soprattutto in Perù, il viaggio nel quale è da lui considerato come “ritorno a casa”.
Ha anche parlato del voto alle Midterm USA, rivendicando la sua controversa scelta di votare per corrispondenza, e della sanità come diritto per tutti. Il saluto informale sull’aereo ai giornalisti è stato colloquiale, diretto, personale.
In Uruguay (6 – 8 novembre) ha tenuto la prima tappa, col motto: “Vi annuncio una grande gioia”, per un viaggio missionario vero e proprio. Leone è il secondo Papa a visitare il Paese dopo Giovanni Paolo II (1987 – 1988).
L’Uruguay è da decenni il Paese meno cattolico del continente. Solo il 33 – 36% degli adulti si dichiara cattolico. Tra i giovani sotto i 30 anni la percentuale scende al 16%, e solo il 5% si dice praticante.
Circa il 28% si dichiara agnostico o ateo, e un altro 28% crede in Dio senza appartenere a nessuna religione. I battesimi e i matrimoni religiosi sono crollati drasticamente rispetto agli anni ’80 e ’90.
Dal marzo 2025 governa Yamandú Orsi, Frente Amplio, centrosinistra. Ha maggioranza al Senato ma non alla Camera, quindi governa con margini stretti. L’approvazione della sua gestione è bassa (intorno al 24 – 26%), mentre la disapprovazione supera il 50%.
Il Paese resta una delle democrazie più stabili e consolidate della regione, anche se il Latinobarómetro 2026 segnala un leggero calo di fiducia nella democrazia (dal 70% al 64%).
L’Uruguay è un Paese a reddito medio – alto, con il PIL pro capite più alto della regione, ma con tensioni persistenti. Restano problemi strutturali: povertà infantile, salute mentale (il tasso di suicidi è tra i più alti della regione), persone in situazione di strada e solitudine degli anziani.
Come stiamo per vedere, Leone XIV dialoga direttamente con questa realtà. In un Paese fortemente secolarizzato, la Chiesa non può parlare solo “ai suoi”. Deve dimostrare la propria utilità sociale.
In un contesto di polarizzazione politica, anche se più moderata rispetto ad altri Paesi della regione, il modello di Jacinto Vera – che curava feriti di entrambi i fronti – diventa un messaggio potente di non-partigianeria.
Di fronte a povertà residua, solitudine e fragilità sociale, la carità come “presenza” e “cura” risponde a bisogni concreti che lo Stato da solo non riesce a coprire, come ha riconosciuto lo stesso presidente Orsi.
Il 6 novembre c’è stato l’arrivo di Leone XIV a Montevideo nel pomeriggio. Nella cerimonia di benvenuto in Plaza Independencia, alla presenza di circa 30.000 persone, Leone ha tenuto un discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico davanti al presidente Yamandú Orsi.
Il 7 novembre il Papa ha celebrato la Messa a Paysandú, al Parque París Londres, è ritornato a Montevideo, ha incontrato la società civile di Casavalle nella parrocchia Nostra Signora di Guadalupe e il mondo dell’educazione all’Università Cattolica e ha tenuto una veglia di preghiera allo Stadio Centenario.
La domenica 8 novembre celebrerà la Messa a Florida, nel santuario della Virgen de los Treinta y Tres, e poi avverrà la partenza per Buenos Aires.
Il discorso ufficiale in Plaza Independencia è stato il discorso più importante e strutturato del primo giorno. Leone XIV lo ha costruito in modo intelligente e simbolico, partendo dal monumento a José Gervasio Artigas e dalle scene della Redota, l’Esodo del Popolo Orientale del 1811, scolpite sul piedistallo.
Usa le figure del fregio bronzeo come “archetipi” per parlare dell’Uruguay di oggi. Artigas a cavallo e poi in mezzo alla folla gli serve per parlare dell’origine e limiti dell’autorità, la donna con neonato in braccio gli dà il destro per trattare della vita nascente, della famiglia e della protezione del concepito; i bambini che camminano con gli adulti lo portano all’educazione e formazione; l’anziana curva sul bastone lo conduce alla dignità degli anziani e dei fragili; le persone che si aiutano a vicenda lo fanno parlare della solitudine, del suicidio, del bisogno di comunità; le differenze sociali nella folla gli offrono lo spunto per una economia al servizio di tutti.
Leone ha citato esplicitamente Josè Gervasio Artigas, padre della nazione uruguaiana. L’autorità per lui non è possesso, ma servizio al bene comune, esercitata nel rispetto della legge e della libertà dei cittadini.
Valorizza, così, i quaranta anni di democrazia ininterrotta in Uruguay. Nella difesa della vita dalla concezione alla fine naturale, il Papa ha scandito che “Chi non è ancora nato appartiene già alla famiglia umana e al futuro del proprio popolo”, mentre ha sottolineato che la dipendenza dalla madre non diminuisce la sua dignità e ha chiesto che ogni persona sia accompagnata “fino al termine naturale della propria vita”, con un chiaro riferimento al dibattito sull’eutanasia, legale in Uruguay.
A proposito della sanità universale, Leone ha chiesto che le cure siano accessibili a tutti, indipendentemente dalle risorse economiche, con uno dei passaggi più applauditi. Ha poi affrontato un problema serio in Uruguay.
Nessuno deve sentirsi estraneo o pensare che la propria assenza conti meno della presenza.
Ha poi detto che “Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro” e ha messo in guardia dall’uso dell’intelligenza artificiale che riduca le persone a “pezzi sostituibili”.
Ha elogiato la svolta uruguaiana verso le energie rinnovabili. Ha chiesto, però, che la creazione di ricchezza si traduca in opportunità reali per tutti.
Ha riconosciuto, da buon statunitense, il carattere laico dell’Uruguay, ma ha precisato che questo non significa relegare la fede alla sfera privata.
Credenti e non credenti devono poter contribuire al bene comune. Ha infine valorizzato la vocazione uruguaiana al dialogo, al rispetto del diritto e alla mediazione regionale, tramite il Mercosur.
Dal discorso Leone appare come un Papa attento ai temi sociali nel solco della dottrina della Chiesa in materia e con forte attenzione alle situazioni in loco.
Una menzione particolare merita la frase “La mia autorità emana da voi”, una delle più celebri di José Gervasio Artigas. Egli la pronunciò nell’aprile 1813, durante il Congresso di Tres Cruces o Congreso de Abril, di fronte ai rappresentanti dei popoli orientali.
In quel momento egli era il leader della resistenza e del processo indipendentista della Banda Oriental, l’attuale Uruguay.
Con quella frase stava dicendo, in sostanza: «Il potere che esercito non mi viene da me stesso, né da un re, né da un’autorità superiore. Mi viene da voi, dal popolo. E nel momento in cui voi, che siete sovrani, siete presenti e riuniti, la mia autorità cessa, perché la sovranità appartiene a voi».
È una dichiarazione radicalmente repubblicana e democratica per l’epoca: l’autorità non è un diritto divino o un possesso personale, ma una delega temporanea che proviene dal popolo e a cui deve rendere conto.
Nel discorso in Plaza Independencia, il Papa ha collegato questa frase al monumento ad Artigas, dove il caudillo appare sia isolato a cavallo, sia in mezzo alla folla. Ha spiegato che Artigas, con quelle parole, univa due cose:
L’origine dell’autorità, che viene dal popolo, e la responsabilità di chi la esercita, che deve rispondere a quella stessa comunità.
Poi ha applicato questo principio alla politica di oggi: l’autorità pubblica esiste per servire il bene comune, deve esercitarsi entro la legge e nel rispetto della libertà e della responsabilità dei cittadini.
Nell’Omelia ai Vespri in Cattedrale al clero e religiosi ha tenuto un tono più spirituale e interiore, conformemente alla sua già consolidata tradizione oratoria.
I suoi messaggi centrali sono stati: “Somigliate a Cristo”, perché la testimonianza personale è il mezzo più efficace di evangelizzazione, soprattutto in un Paese secolarizzato; tornare all’essenziale con preghiera, ascolto della Parola, Eucaristia; unità e ricerca di vocazioni. Il profilo del Papa riformatore appare confermato.
Lo stile di Leone XIV è induttivo e simbolico, pastorale e non ideologico, dialogante ma fermo, e soprattutto personalizzato. In sintesi, i discorsi del primo giorno confermano le priorità del pontificato di Leone XIV: dignità della persona in tutte le fasi della vita, autorità come servizio, cura dei più fragili e collaborazione tra Chiesa e società civile in un contesto pluralista.
La mattina del 7 novembre 2026 il Papa ha celebrato la prima Messa del viaggio apostolico nel Parque París Londres di Paysandú, davanti a circa 40.000 persone, molti dei quali provenienti anche dall’Argentina, dal Brasile e da altri Paesi limitrofi.
L’omelia ha avuto come filo conduttore tre simboli tipici della zona:
1. il ponte, quello che collega Paysandú all’Argentina, come invito a “costruire ponti” di fraternità, dialogo e unità tra i popoli.
2. I palmares, le palme, come comunità con radici profonde che cresce insieme.
3. Il mate come “segno di familiarità, amicizia e incontro. Ci insegna a condividere e a stare insieme”.
Ha ricordato il beato Jacinto Vera y Durán (1813-1881), primo vescovo di Montevideo, beatificato nel 2023, e ha incoraggiato a continuare la sua missione evangelizzatrice “con entusiasmo”. Ricorda in particolare il suo comportamento durante l’assedio di Paysandú del 1864: si stabilì sull’Isla de la Caridad per assistere feriti e rifugiati di entrambi gli schieramenti, pregando perché “gli eserciti di fratelli” si abbracciassero.
Vera diventa così modello di pastore che testimonia coerentemente la fede, è generoso nella carità, si dedica totalmente alla missione, sa stare “in mezzo” anche nei conflitti.
Il Santo Padre non si limita a citare il nome. Fa un riferimento storico preciso e teologicamente denso: Durante la storica difesa di Paysandú, nel 1864, monsignor Vera si stabilì sull’isola della Carità, di fronte alla città assediata, per assistere rifugiati e feriti di entrambi i fronti.
Vi rimase fino alla fine dell’assedio per accompagnare il suo popolo, supplicando in nome di Dio che gli eserciti dei fratelli si dessero l’abbraccio di pace.
Questo episodio è centrale. Il cuore della teologia della carità di Leone XIV in questa omelia non è astratto o sentimentale. È incarnato e situato, muove dall’esempio di Vera. Questa è una teologia che privilegia il “stare con” rispetto al “fare per”.
È vicina alla logica dell’Incarnazione: Dio non aiuta l’umanità da lontano, ma si fa presente in mezzo a essa. Leone XIV presenta così una carità che supera le polarizzazioni, rifiuta la logica “amico/nemico”, si fonda sulla dignità della persona ferita, non sulla sua appartenenza. Non è solo filantropia. È un atto che ha una dimensione sacramentale e profetica.
In termini teologici la fede senza carità è vuota (cfr. 1 Cor 13) e l’annuncio senza opere di misericordia rischia di essere solo parole. Leone XIV presenta la carità come il luogo in cui la fede diventa credibile.
Il Papa ha infine lanciato un messaggio forte ai giovani: “Cristo conta su di voi”. Dopo la Messa ha fatto una breve sosta alla Basilica di Nostra Signora del Rosario, dove ha detto a braccio: “Crediamo che la pace sia possibile e vogliamo costruire la pace”.
L’omelia è un esempio riuscito di come parlare alla cultura locale senza perdere il contenuto evangelico. Riprende temi cari a Francesco (ponti, periferie, fraternità), ma con uno stile più sobrio e strutturato. Insiste sul fatto che la fede è un tesoro ricevuto (“in vasi di creta”) che va trasmesso con gioia e creatività alle generazioni future, senza lasciarsi trascinare da “dottrine estranee”.
Ha un tono non polemico, ma incoraggiante e propositivo. Anche nel Paese più secolarizzato del continente, il Papa non attacca, ma invita a costruire. In sintesi, è un’omelia pastorale, simbolica e missionaria, pensata per un pubblico misto – uruguaiani, argentini, pellegrini di altri Paesi – e per un contesto di forte secolarizzazione.
Usa il linguaggio del territorio per dire qualcosa di universale: la fede si trasmette costruendo relazioni, stando insieme e rimanendo radicati in Cristo.
Il Papa è poi rientrato in aereo a Montevideo. L’agenda del pomeriggio e della sera prevede a Casavalle, un quartiere periferico molto povero, l’incontro alla parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe e benedizione di 12 case costruite con fondi vaticani; l’incontro con il mondo dell’educazione all’Università Cattolica dell’Uruguay; la Veglia di preghiera allo Stadio Centenario, a partire dalle 19 circa, ora locale, dove si attendono decine di migliaia di persone.
Ed ecco una breve analisi comparata dei due discorsi di Leone XIV a Casavalle e alla Vigilia allo Estadio Centenario. Il primo è stato un discorso “dal basso”, immerso nella periferia sociale, con una atmosfera informale, di vicinanza (“Me siento como en casa”) e con l’ascolto preliminare di testimonianze reali (Angélica, Alan, Katherine), dal forte accento caritativo e sociale.
Al Centenario invece il Papa ha tenuto un discorso “dal centro”, rivolto a decine di migliaia di persone (stime 70 – 100 mila tra interno ed esterno). Più meditativo, teologico e missionario.
Ha usato la metafora di Betlemme come chiave di lettura per l’intera Chiesa uruguaiana in un contesto secolarizzato.
Nei due testi ci sono dei temi centrali che è possibile mettere a confronto. Il primo è l’indifferenza. Centrale a Casavalle, è sviluppato a partire dalla Parabola del Buon Samaritano: non si può “passar oltre” davanti a bambini che non vanno a scuola per paura, madri senza cibo, violenza. “No podemos acallar nuestra conciencia”.
Al Centenario è stato più esistenziale e culturale. “No había lugar para ellos” (Lc 2,7). La vita si riempie di occupazioni e distrazioni finché l’assenza di Dio non si sente più come assenza. Costruire un mondo senza Dio rischia di lasciare l’uomo senza posto.
Il secondo è il binomio Povertà e violenza. A Casavalle è stato molto concreto e locale, riferendosi alla fame infantile, all’insicurezza, ai bambini che rischiano la vita, con un richiamo esplicito a lavorare uniti, Chiesa, società civile, Stato.
Al Centenario il binomio è stato presente in forma indiretta: la violenza e la morte fanno parte di ciò che l’annuncio cristiano può vincere. Meno dati di cronaca, più annuncio di speranza. Il terzo tema è stato l’Identità cristiana in minoranza, implicita a Casavalle, con la Chiesa che serve i margini, esplicita e sviluppata al Centenario.
Qui ha presentato l’Uruguay come laboratorio: i cattolici vi hanno imparato a vivere da minoranza: “Pequeñez no significa insignificancia” (immagine di Betlemme), con una esperienza utile ad altre Chiese occidentali.
Il quarto è una chiamata all’azione. A Casavalle per costruire una “patria de hermanos” e destarsi dalle inerzie, al Centenario per non accontentarsi di una fede di abitudine, con una testimonianza concreta: sposarsi “para siempre”, aprire la casa alla vita, pagare il prezzo della giustizia e del perdono.
Il quinto tema sono i giovani e la famiglia, a Casavalle presenti soprattutto attraverso le testimonianze e la preoccupazione per i bambini, al Centenario richiamati in modo diretto e forte: “Jóvenes, atrévanse a casarse y formar una familia. ¡No le teman al ‘para siempre'”. E ai coniugi: “Abran su casa a la vida, incluso cuando el mundo les diga que un hijo es una carga”.
A Casavalle, dunque, il Papa ha tenuto la classica struttura di predicazione sociale, al Centenario una più biblico-narrativa e mistagogica, con magistrale capacità di passare con naturalezza dal registro sociale a quello spirituale senza stacco. I due interventi formano un dittico coerente.
L’8 novembre, alle 10:30, dopo una sosta a Juanicò, il Papa ha celebrato la Messa al Santuario Nazionale della Virgen de los Treinta y Tres, Patrona del Paese, nel giorno della festa della Madonna, alla presenza di circa 40 – 50 mila fedeli.
Il Papa ha offerto la Rosa d’Oro all’immagine, la massima onorificenza vaticana per un santuario. Il Pontefice ha sottolineato il legame storico tra il santuario e la nazione: nel 1825 i patrioti misero l’inizio dell’indipendenza sotto la protezione di Maria. “Anche la storia dei popoli non si comprende del tutto quando si prescinde da Dio”.
Ha formulato un grande ringraziamento alle madri e nonne che hanno trasmesso la fede di generazione in generazione, spesso in modo silenzioso e controcorrente, con un invito a non stancarsi mai, sull’esempio di santa Monica.
Ha lanciato un appello ai padri: i figli hanno bisogno di vedere padri che pregano, trattano con rispetto le mogli, chiedono perdono e vivono con onestà.
Ha fatto una forte chiamata missionaria: “Uruguay, hay que ponerse en camino. Hay que entrar de nuevo en las casas… llevarles a Cristo”. Non aspettare che chi si è allontanato torni da solo.
Infine, ha rinnovato la consacrazione della nazione alla Virgen de los Treinta y Tres. Affettuoso, riconoscente, esortativo e conclusivo, è stato il discorso di congedo.
Leone XIV ha poi pronunciato un breve messaggio di saluto all’aeroporto di Carrasco durante la cerimonia della partenza, intorno alle 15:10 ora locale.
Ha ringraziato il popolo uruguaiano, ha elogiato il suo “cuore generoso” e ha chiesto di continuare a pregarlo.
In questo modo si è conclusa l’interessante e, per certi versi, sorprendente, prima tappa del Papa venuto da uno stato religiosamente laico in un Paese laicizzato.






