Da Kissinger a Trump, il realismo alla prova del nuovo ordine mondiale
A distanza di qualche giorno dalle elezioni americane, possiamo provare a fare un ragionamento che vada oltre il risultato elettorale e le sue conseguenze immediate sulla politica interna degli Stati Uniti.
Perché mentre il voto di metà mandato ha consegnato ai democratici il controllo di entrambe le Camere del Congresso, infliggendo a Donald Trump una significativa battuta d’arresto politica, la questione della potenza americana si è riproposta, quasi in contemporanea, su un altro terreno, quello della Groenlandia e della competizione strategica nell’Artico.
Il Parlamento groenlandese ha ratificato l’accordo di sicurezza con Washington e Copenaghen, aprendo la strada a un ampliamento della presenza militare statunitense nell’isola.
Non si tratta di un’acquisizione territoriale americana, ma di un risultato geopolitico rilevante, che rafforza l’accesso militare degli Stati Uniti, ne amplia le possibilità operative e limita lo spazio di penetrazione delle potenze esterne alla NATO in un’area sempre più importante per gli equilibri globali.
Due avvenimenti apparentemente contraddittori, una sconfitta sul piano del consenso interno e un risultato significativo sul piano della proiezione strategica internazionale.
Ma è proprio questa apparente contraddizione a suggerire una riflessione più ampia sulla natura del potere americano e sulla concezione della politica internazionale che guida l’attuale amministrazione.
Un interessante spunto arriva da David Sacks, autore di un recente contributo su Foreign Affairs, The True Meaning of Power: What the Godfather of Realism Can Teach Trump.
Il riferimento è a Hans Morgenthau, uno dei principali teorici del realismo politico, e alla sua concezione del potere nelle relazioni internazionali.
La questione sollevata è tutt’altro che accademica, ma strategica: possedere la forza significa necessariamente saper esercitare il potere?
Una domanda che ci riporta indietro nel tempo ad un’altra stagione della politica americana, quella di Richard Nixon e Henry Kissinger, quando il realismo non era soltanto una categoria teorica, ma il principio ordinatore di una strategia destinata a modificare profondamente gli equilibri della Guerra fredda.
Morgenthau aveva individuato nella ricerca del potere una costante della politica internazionale, gli Stati agiscono per tutelare i propri interessi, difendere la propria posizione e impedire che altri attori acquisiscano una superiorità capace di compromettere la loro sicurezza.
Ma il suo realismo non coincideva con l’esaltazione della forza militare, il potere era una relazione, una capacità di influenzare il comportamento degli altri, e non semplicemente la disponibilità di strumenti coercitivi, Morgenthau introduceva un elemento essenziale, la prudenza.
La politica estera deve misurare i propri obiettivi rispetto alle risorse disponibili, valutare le conseguenze delle decisioni e riconoscere che anche la potenza più grande incontra limiti che non può ignorare senza pagarne il prezzo.
È su questo terreno che si colloca, pur con differenze teoriche importanti, la strategia di Nixon e Kissinger.
L’apertura alla Cina di Mao nel 1972 con Zhou Enlai che ricopriva la carica di primo ministro, rappresentò uno degli esempi più significativi di diplomazia realista.
Washington comprese che la frattura tra Pechino e Mosca poteva diventare uno strumento per modificare l’equilibrio internazionale e non si trattava di una convergenza ideologica, ma di una convergenza di interessi.
La diplomazia triangolare, il bilanciamento tra le grandi potenze e la capacità di negoziare con interlocutori politicamente distanti erano strumenti attraverso i quali gli Stati Uniti cercavano di conservare la propria centralità.
Kissinger non utilizzava la forza soltanto per dimostrare la superiorità americana, la considerava parte di una strategia più ampia, finalizzata a costruire condizioni di equilibrio e a rendere possibile una gestione della competizione.
Naturalmente, Morgenthau e Kissinger non erano sovrapponibili le loro divergenze, anche sulla guerra del Vietnam, dimostrano che il realismo non è una dottrina univoca.
Ma entrambi attribuivano alla politica internazionale una dimensione che non poteva essere ridotta alla semplice manifestazione della forza.
Quindi ci potremmo domandare cosa c’entra Trump, c’è un’eredità di kissinger? C’è una continuità oppure una discontinuità?
Direi che francamente, il confronto con Donald Trump diventa particolarmente interessante.
L’attuale presidente americano riprende alcuni elementi della tradizione kissingeriana come la centralità dell’interesse nazionale, il riconoscimento della competizione tra grandi potenze, la disponibilità a trattare con governi ideologicamente distanti e il rifiuto di considerare l’ordine internazionale come un sistema immutabile.
Anche la disponibilità a rinegoziare le alleanze, a utilizzare il commercio come strumento di pressione e a subordinare le relazioni internazionali a una valutazione diretta degli interessi americani richiama alcuni presupposti del realismo politico.
Eppure esiste una differenza sostanziale, Nixon e Kissinger cercavano di utilizzare la potenza americana per costruire un equilibrio internazionale favorevole agli Stati Uniti, Trump tende invece a mettere maggiormente in primo piano la dimostrazione della superiorità americana, attraverso la pressione economica, la coercizione e la rinegoziazione dei rapporti di forza.
La differenza non riguarda soltanto gli strumenti, ma la concezione stessa dell’influenza. Per Kissinger, l’equilibrio richiedeva che anche gli avversari riconoscessero la convenienza di un determinato assetto internazionale, la diplomazia doveva costruire margini di stabilità, anche in presenza di rivalità profonde.
Nella politica di Trump, invece, la negoziazione appare frequentemente subordinata alla capacità di imporre condizioni attraverso il peso economico, commerciale e militare degli Stati Uniti.
Non significa che le due impostazioni siano sempre incompatibili, piuttosto, che la continuità con Kissinger non può essere data per scontata: Trump ne riprende alcuni strumenti e alcune premesse, ma non necessariamente la stessa concezione dell’ordine internazionale. La vicenda groenlandese offre un caso concreto per verificare questa distinzione.
L’Artico non è più soltanto una frontiera geografica ma uno spazio di competizione per il controllo delle rotte marittime, delle risorse minerarie, delle infrastrutture strategiche e delle capacità militari e di sorveglianza.
La posizione della Groenlandia, tra Nord America, Atlantico settentrionale e Artico, ne fa un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza americana.
Trump aveva inizialmente posto la questione anche in termini di acquisizione territoriale, provocando una crisi diplomatica con la Danimarca e tensioni all’interno della NATO.
Il successivo accordo trilaterale ha invece ricondotto la questione dentro una cornice negoziale: ampliamento delle aree di difesa statunitensi, rafforzamento delle attività militari, accesso operativo e limitazioni alla presenza strategica di potenze non appartenenti all’Alleanza.
Il risultato è significativo proprio perché non coincide con l’acquisizione della sovranità. Washington ottiene maggiori possibilità di proiezione e consolidamento della propria presenza senza modificare formalmente l’appartenenza territoriale della Groenlandia alla Danimarca.
È un esempio di come la potenza possa tradursi in accesso, influenza e capacità di condizionamento senza necessariamente trasformarsi in controllo territoriale.
Ma resta una questione: quanto è costato, sul piano della fiducia tra alleati, il percorso che ha condotto a questo risultato?
Il successo negoziale non cancella automaticamente le tensioni che lo hanno preceduto e il ragionamento di Morgenthau torna attuale.
Una superpotenza non perde necessariamente influenza quando emerge un concorrente militarmente più forte, può indebolirsi anche quando deteriora progressivamente le condizioni che le consentono di esercitare la propria leadership.
La potenza americana non risiede soltanto nella superiorità militare, nella capacità tecnologica, nel dollaro o nella proiezione navale. Risiede anche nella rete di alleanze, nella credibilità delle istituzioni, nella capacità di costruire coalizioni e nella disponibilità degli altri Stati a riconoscere un interesse comune nella cooperazione con Washington. Le alleanze non sono semplicemente rapporti di dipendenza ma moltiplicatori di potenza.
Se il rapporto con gli alleati viene sistematicamente ricondotto a una transazione nella quale prevale la minaccia di ritirare protezione o imporre condizioni, il rischio è che la cooperazione venga progressivamente sostituita dalla diffidenza.
Morgenthau non avrebbe contestato la necessità per gli Stati Uniti di difendere i propri interessi, mantenere la superiorità strategica o contrastare le ambizioni delle potenze concorrenti.
Avrebbe però richiesto una valutazione rigorosa del rapporto tra mezzi, obiettivi e conseguenze. La forza può permettere di imporre una decisione, ma non garantisce che quella decisione produca un ordine stabile e soprattutto non garantisce che gli altri attori continuino a riconoscere nella potenza americana un riferimento conveniente per i propri interessi.
Pechino ha costruito una parte rilevante della propria influenza attraverso infrastrutture, investimenti, commercio, tecnologia e connessioni logistiche. Mosca continua a utilizzare risorse energetiche, capacità militari, deterrenza e relazioni regionali come strumenti di proiezione.
La competizione globale non si svolge soltanto sul terreno militare, riguarda il controllo delle infrastrutture, delle rotte, delle catene di approvvigionamento, delle risorse strategiche e dei sistemi tecnologici.
È una competizione per organizzare le dipendenze e orientare le scelte degli altri attori. Gli Stati Uniti devono decidere se la propria leadership continuerà a poggiare su un sistema di alleanze e interessi condivisi oppure se tenderà a trasformarsi in una rete di rapporti bilaterali regolati prevalentemente dalla capacità americana di imporre condizioni.
La differenza è sostanziale, nel primo caso la potenza organizza un sistema; nel secondo deve continuamente riaffermare la propria capacità di condizionarlo.
Trump rimane il presidente degli Stati Uniti e la sconfitta elettorale non cancella le prerogative della Casa Bianca in politica estera e di sicurezza nazionale.
Il nuovo Congresso democratico potrà condizionare la sua agenda legislativa e intensificare il controllo sull’amministrazione, ma non determina automaticamente un mutamento della strategia internazionale americana.
Resta quindi aperta una questione fondamentale: se Washington cerca di contenere la Cina, negoziare con la Russia e rafforzare la propria presenza nell’Artico, può contemporaneamente permettersi di indebolire la fiducia dei propri alleati?
La vera misura della potenza americana non sarà soltanto la capacità di ottenere ciò che vuole, ma quella di costruire un sistema internazionale nel quale anche gli altri attori abbiano interesse a riconoscerne la leadership.
La forza può imporre un equilibrio temporaneo ma è la capacità politica di mantenerlo che distingue una grande potenza da una potenza capace di esercitare una leadership globale.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


