La scelta del leader di Azione costringe tutti gli altri a guardarsi allo specchio
La notizia era nell’aria da tempo, ma ora c’è anche l’ufficialità: Carlo Calenda ha sciolto le riserve e ha annunciato che Azione correrà fuori dai due poli tradizionali alle prossime elezioni politiche, alla guida di una lista di centro.
Piaccia o no ai sostenitori del voto utile a tutti i costi, questa è una buona notizia.
Lo è, innanzitutto, perché restituisce agibilità politica a un’alternativa che sembrava ormai soffocata dal bipolarismo.
In un sistema sempre più isterilito da una contrapposizione muscolare, polarizzato e trascinato verso gli estremi da populismi speculari, la presenza di un polo liberale e riformista, capace di rivendicare la propria autonomia senza cercare stampelle preventive, rappresenta un presidio di pluralismo e di salute democratica.
A Carlo Calenda va riconosciuto, prima di ogni altra considerazione, un merito: il coraggio.
Nel suk delle alleanze elettorali all’italiana, la soluzione più conveniente sarebbe stata quella di accasarsi in uno dei due grandi schieramenti, mettendo al riparo la propria rappresentanza parlamentare e assicurandosi il dividendo immediato di una candidatura protetta.
Scegliere, invece, la traversata in solitaria, rivendicando un’identità autonoma e rimettendosi al giudizio degli elettori, è una scelta che comporta certamente dei rischi, ma restituisce dignità a un’intera area politica.
Vedremo se sarà anche una scelta vincente. Di certo, il metodo è chiaro: rimettere al centro i contenuti. L’europeismo senza ambiguità, la costruzione di una difesa europea, la cultura del garantismo, la difesa dell’economia di mercato, della crescita e dello sviluppo.
Temi che troppo spesso finiscono sacrificati sull’altare della compatibilità elettorale e che, soprattutto nell’area progressista, vengono sistematicamente compressi dal peso crescente dell’egemonia politica e culturale del Movimento 5 Stelle.
La scelta di Calenda, accompagnata da prese di posizione altrettanto coraggiose, come quella di Pina Picierno, diventa così uno specchio impietoso per l’intero centrosinistra.
Perché se a destra, pur con le contraddizioni e i distinguo della Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia continuano a condividere un impianto sostanzialmente riconoscibile sui principali orientamenti di politica estera, a sinistra si assiste a una progressiva rinuncia alla propria identità riformista.
Ed è qui che la questione diventa inevitabile: come fanno i riformisti del Partito democratico a continuare a stare dentro il perimetro politico del Campo largo?
Come possono esponenti di primo piano della cosiddetta area riformista – da Lorenzo Guerini a Lia Quartapelle, da Giorgio Gori a Filippo Sensi – accettare una collocazione nella quale la linea politica è sempre più condizionata dalle posizioni egemoni del Movimento 5 Stelle?
Come si può convivere con una subalternità che investe proprio i principi sui quali dovrebbe fondarsi una moderna forza progressista?
Atlantismo, europeismo, garantismo e cultura liberale diventano terreno di negoziazione, quando non oggetto di esplicita contestazione, sotto la pressione del populismo a trazione pentastellata.
Non è una mera questione di disciplina di coalizione, né di legittima ricerca delle convergenze. È una questione di identità politica. Perché un conto è costruire un’alleanza elettorale, altro è rinunciare progressivamente alle proprie ragioni pur di renderla possibile.
Ma il paradosso non riguarda soltanto il Nazareno. Investe certamente anche Matteo Renzi e Italia Viva.
Come può il leader che ha costruito la propria esperienza politica attorno alla cultura del riformismo e alla modernizzazione del Paese continuare a riconoscersi in un perimetro nel quale la sua stessa presenza è costantemente sottoposta a veti e la sua forza politica viene trattata, non di rado, come un corpo estraneo?
Che cosa resta della spinta riformatrice di Italia Viva se il prezzo della permanenza nell’alleanza diventa l’accettazione sistematica di compromessi al ribasso?
La propria identità non può essere sacrificata sull’altare della sopravvivenza parlamentare. E una forza politica non può pretendere di cambiare il Paese se non riesce neppure a difendere la propria autonomia.
Il cortocircuito raggiunge poi il suo punto più emblematico guardando a ciò che resta della tradizione socialista italiana.
Come può il Partito socialista italiano – o meglio, ciò che oggi ne porta il nome, sebbene lontano anni luce dalla propria storia – ritrovarsi nello stesso schieramento di chi ha fatto del giustizialismo la propria cifra identitaria?
Che cosa resta della tradizione socialista riformista se persino il garantismo e la difesa delle garanzie individuali diventano principi negoziabili?
Da Enzo Maraio ci si può attendere il consueto esercizio di equilibrismo politico, dettato dalle esigenze di sopravvivenza di una formazione ormai marginale e dalla forsennata ricerca di uno scranno parlamentare.
Ma la questione assume un significato ancora più simbolico quando riguarda Bobo Craxi, figlio di Bettino e custode di una storia politica che non dovrebbe essere liquidata con tanta leggerezza.
Come si può accettare di condividere un progetto politico con i manettari del Movimento 5 Stelle senza avvertire almeno il peso della contraddizione storica?
Davvero quella memoria, quelle battaglie e quella cultura politica possono essere sacrificate sull’altare di una potenziale candidatura?
Naturalmente, nessuno è tenuto a fare della propria storia un vincolo immutabile. Le alleanze cambiano, gli scenari evolvono, le stagioni politiche si chiudono.
Ma esiste una differenza sostanziale tra il rinnovamento delle proprie posizioni e la rinuncia ai principi fondanti di un’intera tradizione politica e culturale.
La scelta di Calenda ha dunque un valore che va oltre il destino elettorale di Azione. Costringe tutti gli altri a guardarsi allo specchio. E, soprattutto, mette in discussione la comoda convinzione secondo cui, in politica, l’unica scelta ragionevole sarebbe quella di restare comunque dentro il perimetro che offre maggiori possibilità di conquistare un seggio.
Ai riformisti del PD, a Matteo Renzi, ai socialisti che ancora si riconoscono nella cultura del garantismo e a quanti non hanno abdicato a una visione liberale e riformista della politica, Carlo Calenda pone oggi una domanda scomoda: fino a quando si può restare in un’alleanza rinunciando, un pezzo alla volta, alla propria identità?





