Il GOP tra ebrei, evangelici, cattolici – Vance Rubio, Hegseth e, soprattutto Colby – Trump, un nome un destino: il jolly nel mazzo ci carte
Per fare questa analisi dobbiamo abbandonare l’idea che i partiti repubblicano e democratico siano due blocchi ideologici omogenei. Sono, in realtà, coalizioni di gruppi sociali, religiosi, economici e culturali che convivono nello stesso partito, ma non hanno necessariamente gli stessi interessi.
Andrebbero presi in considerazione tre livelli delle varie componenti.
- Peso elettorale: quanti voti e quale quota della coalizione rappresentano.
- Peso politico: capacità di condizionare candidati, primarie, Congresso e leadership.
- Peso strategico: capacità di influenzare le decisioni su economia, politica estera, Israele, immigrazione, diritti e guerra.
Un’avvertenza metodologica: le percentuali di appartenenza religiosa, quelle di identificazione partitica e quelle di voto non sono intercambiabili. Inoltre, cattolici, ebrei, evangelici e gruppi etnici non sono blocchi disciplinati. All’interno di ciascuno esistono differenze considerevoli.
La fotografia più aggiornata che possiamo utilizzare comprende lo studio Pew del 2026, i dati sui votanti del 2024 e i primi risultati delle elezioni di Midterm del 3 novembre 2026.

Partiamo dal GOP, il Partito democratico, non prima di considerare che, quasi fosse un segno del destino, nel gioco delle carte, la parola inglese trump indica la briscola, o la carta pigliatutto, e viene spesso associata al concetto di Joker (Il Matto o il Jolly), ovvero una carta speciale, imprevedibile, priva di un valore fisso, ma capace di ribaltare le regole del gioco e scombinare i piani avversari.

Il Partito repubblicano è oggi una coalizione nella quale convivono almeno sei grandi componenti.
- Evangelici e conservatori religiosi
Componente strutturalmente centrale – Sono una delle colonne portanti del Partito repubblicano.
Comprendono soprattutto: evangelici protestanti bianchi; battisti conservatori; pentecostali; movimenti cristiani nazional-conservatori; organizzazioni impegnate sulle questioni morali e familiari.
Peso elettorale – Nel 2024 gli evangelici bianchi rappresentavano circa il 29% degli elettori di Trump. Secondo Pew, l’85% degli evangelici bianchi si identifica con il GOP o vi si avvicina.
Peso politico: molto rilevante nelle primarie, nella mobilitazione territoriale e nella scelta dei candidati.
Priorità: aborto; famiglia e istruzione; libertà religiosa; opposizione alle politiche progressiste sui temi di genere; sostegno a Israele, spesso motivato anche da convinzioni teologiche.
È importante non confondere il sostegno evangelico a Israele con quello degli ebrei americani: possono convergere sulla stessa politica, ma per ragioni profondamente differenti.
Il sostegno di una parte molto consistente degli evangelici americani a Israele ha una motivazione anzitutto religiosa e teologica, ma si è trasformato nel tempo anche in una forza politica organizzata, con un peso considerevole all’interno del Partito repubblicano.
Il punto fondamentale è che, per molti evangelici Israele non è semplicemente uno Stato alleato degli Stati Uniti: è una realtà che occupa un posto preciso nel disegno provvidenziale di Dio.
Questa concezione viene generalmente definita sionismo cristiano (Christian Zionism). Non coincide con il sionismo ebraico, né rappresenta indistintamente tutte le confessioni evangeliche.
Christian Zionism
La prima motivazione del Christian Zionism è la promessa di Dio ad Abramo. La radice biblica è soprattutto nel libro della Genesi.
In Genesi 12,1-3 Dio promette ad Abramo: una discendenza; una terra; una benedizione particolare; la benedizione di coloro che benediranno Abramo e la sua discendenza.
Il passaggio decisivo è Genesi 12,3: «Benedirò coloro che ti benediranno». Una parte degli evangelici interpreta questa promessa come ancora valida per il popolo ebraico e per la sua relazione con la terra d’Israele.
Ne deriva un ragionamento religioso molto concreto: Dio ha stabilito un’alleanza con Abramo; gli ebrei sono il popolo della promessa; la terra d’Israele è parte di quella promessa; il cristiano deve rispettare e sostenere ciò che Dio ha promesso.
In questa prospettiva, opporsi a Israele può essere interpretato come opporsi, indirettamente, alla volontà divina. Stephen Spector, nel suo studio Evangelicals and Israel, documenta proprio il ruolo centrale di questa interpretazione.
Il ritorno di Cristo e la profezia degli ultimi tempi
Qui entriamo in una componente particolarmente importante: il dispensazionalismo premillenarista.
È una corrente teologica protestante che interpreta la storia come una successione di fasi del piano divino e attribuisce al popolo ebraico e a Israele un ruolo specifico negli eventi che precedono il ritorno di Gesù.
Secondo alcune versioni di questa interpretazione il popolo ebraico deve ritornare nella propria terra, la ricostituzione dello Stato d’Israele è un segno del compimento delle profezie, Gerusalemme assume un’importanza centrale negli eventi finali, si verificheranno grandi conflitti e tribolazioni, si compirà il ritorno di Cristo e avrà luogo il suo regno. Un passaggio importante è la lettura dell’Apocalisse, insieme ad alcuni testi di Daniele, Ezechiele e Zaccaria.
Per questi credenti, la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e la conquista israeliana di Gerusalemme Est nel 1967 sono state interpretate come eventi di significato profetico. Israele diventa così una sorta di orologio biblico della storia.
Non tutti i cristiani sionisti ritengono imminente la fine del mondo e non tutti condividono la stessa interpretazione dell’Apocalisse. Alcuni sostengono Israele principalmente in nome dell’alleanza biblica, senza aderire a una lettura apocalittica dettagliata.
Una questione teologica delicata: gli ebrei e la salvezza
Esiste qui un paradosso che merita attenzione. Gli evangelici sono cristiani e credono in Gesù come Messia e Figlio di Dio. Gli ebrei, invece, non riconoscono Gesù come Messia. Alcuni ambienti evangelici sostengono contemporaneamente che gli ebrei siano il popolo dell’alleanza, che Israele abbia un ruolo insostituibile nel piano divino e che gli ebrei debbano infine riconoscere Gesù come Messia.
In alcune interpretazioni escatologiche, una parte del popolo ebraico si convertirà a Cristo negli ultimi tempi. Questa prospettiva può essere accolta dagli evangelici come una forma di amore e rispetto verso il popolo ebraico, ma può anche apparire agli ebrei come un sostegno condizionato da una finalità religiosa che essi non condividono.
Non è dunque necessariamente un’alleanza fondata su una comune concezione teologica dell’ebraismo: è spesso un’alleanza fondata su interpretazioni cristiane del ruolo storico e futuro degli ebrei.
Il senso di colpa storico e la solidarietà con gli ebrei
Esiste anche una componente morale. Molti evangelici ricordano la persecuzione degli ebrei nella storia europea, l’antisemitismo cristiano, la Shoah, il silenzio o la complicità di settori delle Chiese cristiane.
Il sostegno a Israele viene quindi interpretato anche come una forma di riparazione storica e di solidarietà con il popolo ebraico. Questa motivazione non è esclusivamente evangelica: ha coinvolto anche ambienti protestanti liberali e altri settori del cristianesimo. Gli studi mostrano che le ragioni del sostegno evangelico sono più articolate della sola attesa apocalittica.
Israele come baluardo dell’Occidente
Accanto alla teologia esiste una motivazione geopolitica. Israele viene considerato da molti evangelici: una democrazia alleata degli Stati Uniti; un Paese culturalmente vicino all’Occidente; un avamposto contro l’espansione dell’islamismo radicale; un alleato militare e tecnologico in una regione strategica.
Questa lettura ha consentito di saldare due convinzioni differenti: la convinzione religiosa che Israele abbia una missione biblica e quella politica che Israele sia un alleato strategico americano.
È importante, tuttavia, non confondere l’islamismo radicale con l’Islam nel suo complesso, né attribuire a tutti gli evangelici le stesse posizioni verso i musulmani.
Come questa convinzione è diventata una forza politica nel GOP
Il passaggio decisivo avviene soprattutto dopo il 1967. La vittoria israeliana nella guerra dei Sei Giorni viene letta da molti evangelici conservatori come una conferma delle profezie bibliche.
Negli anni successivi si affermano figure come: Jerry Falwell, che collega il sostegno a Israele alla mobilitazione politica della destra cristiana; Pat Robertson, che diffonde la lettura profetica degli eventi mediorientali; John Hagee, che organizza una delle più importanti strutture di mobilitazione cristiano-sionista.
Nel 2006 Hagee fonda Christians United for Israel (CUFI), che dichiara di avere milioni di aderenti e opera attraverso raccolte di fondi, mobilitazione degli elettori e attività di pressione sul Congresso.
Il rapporto con il Partito repubblicano diventa così strutturale: i candidati repubblicani cercano il sostegno di questo elettorato e partecipano alle iniziative delle organizzazioni cristiano-sioniste.
Il rapporto con Trump, Vance, Rubio e Hegseth
Qui torniamo alla nostra analisi delle componenti del GOP.

La distinzione è importante: il sostegno religioso a Israele non comporta necessariamente il sostegno a qualsiasi intervento militare americano in Medio Oriente. È proprio qui che possono nascere contrasti tra evangelici tradizionalmente interventisti e la corrente di Vance.
Quanto pesa realmente questa componente?
È una componente che possiede tre forme di influenza.
- Elettorale: gli evangelici bianchi costituiscono una parte molto rilevante della base repubblicana.
- Organizzativa: chiese, reti pastorali, associazioni e organizzazioni di advocacy permettono una mobilitazione capillare.
- Ideologica: il sostegno a Israele viene presentato non soltanto come una scelta di politica estera, ma come una questione di fedeltà biblica.
Un dato interessante emerge dalla ricerca di alcuni osservatori: il sostegno a Israele è maggiore tra gli evangelici più anziani, mentre le generazioni più giovani mostrano atteggiamenti meno favorevoli. Frequenza della partecipazione religiosa e socializzazione nelle comunità evangeliche incidono anch’esse.
Una distinzione conclusiva che ritengo essenziale
Non dobbiamo confondere tre fenomeni:
| Fenomeno | Fondamento |
| Ebraismo religioso | Alleanza, Torah, tradizione e rapporto con la terra |
| Sionismo politico e nazionale | Diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico |
| Sionismo cristiano evangelico | Interpretazione cristiana delle promesse bibliche e del ruolo di Israele nella storia della salvezza |
Questi tre fenomeni possono convergere nel sostegno allo Stato d’Israele, ma hanno origini e finalità differenti.
Esiste inoltre una critica interna al cristianesimo: le Chiese palestinesi e diversi teologi cristiani contestano il sionismo cristiano perché, a loro giudizio, attribuisce alla promessa biblica una dimensione territoriale che finisce per oscurare i diritti e la presenza dei palestinesi, compresi quelli cristiani.
La questione politica che ne deriva è molto rilevante: una parte dell’elettorato repubblicano non considera Israele soltanto un alleato degli Stati Uniti, ma un elemento del proprio sistema di credenze religiose.
Questo può rendere molto difficile per un presidente repubblicano adottare una politica di distacco da Israele, anche quando gli interessi strategici americani suggerirebbero una maggiore autonomia.
È proprio uno dei punti di possibile attrito tra la componente evangelica tradizionale, vicina a Rubio, e il nazional-populismo di Vance: il primo problema è stabilire se la politica americana in Medio Oriente debba essere guidata da un’alleanza strategica permanente oppure dalla valutazione degli interessi nazionali americani caso per caso.
Cattolici conservatori
Componente elettorale rilevante
Il cattolicesimo americano è politicamente diviso.
Esistono: cattolici conservatori, soprattutto bianchi; cattolici ispanici, generalmente più orientati verso i Democratici; cattolici socialmente conservatori ma favorevoli a politiche economiche redistributive; cattolici liberal e progressisti.
Nel 2024 i cattolici costituivano il 22% degli elettori di Trump e il 18% di quelli di Harris. Tra i cattolici bianchi, il 60% si orientava verso il GOP; tra quelli ispanici prevaleva invece l’orientamento democratico.
La loro influenza riguarda aborto, scuola, libertà religiosa, immigrazione, welfare e politica familiare.
Nazional-populisti MAGA e classe lavoratrice
Componente determinante dell’identità trumpiana; è il gruppo che ha modificato maggiormente la fisionomia del GOP.
Comprende: lavoratori industriali e operai; elettori senza laurea; popolazione rurale; piccoli imprenditori; elettori contrari alla globalizzazione; settori della classe media impoverita.
Le loro parole d’ordine sono: America First; protezionismo e rilancio industriale; controllo dell’immigrazione; riduzione delle guerre estere; critica alle élite di Washington; recupero della sovranità economica.
È la componente che entra più frequentemente in conflitto con i repubblicani tradizionali, soprattutto su dazi, spesa militare, aiuti esteri e rapporto con le grandi imprese.
Repubblicani tradizionali: business, finanza e conservatorismo istituzionale
Sono la componente storica del partito.
Comprendono: grandi imprese; finanza; associazioni imprenditoriali; conservatori fiscali; settori dell’apparato politico e amministrativo; tradizionali ambienti repubblicani di Washington.
Le loro priorità sono generalmente: riduzione delle imposte, deregolamentazione, libero mercato, contenimento della spesa pubblica, difesa delle alleanze tradizionali, stabilità dei mercati.
Qui si trova una delle contraddizioni più importanti del GOP: il nazional-populismo economico di Trump può entrare in conflitto con gli interessi del capitalismo finanziario e delle multinazionali.
Libertari e destra tecnologica
È un’area eterogenea, ma in crescita.
Comprende: sostenitori di uno Stato più limitato; ambienti contrari alla regolamentazione; imprenditori della Silicon Valley; settori delle criptovalute; sostenitori dell’innovazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale. Non condividono necessariamente le posizioni dei conservatori religiosi su aborto, famiglia e morale. Il loro conflitto con il resto del GOP riguarda soprattutto regolamentazione, spesa pubblica, libertà individuali, controllo tecnologico e ruolo dello Stato
Conservatori interventisti e apparato di sicurezza
Comprendono settori repubblicani legati alla tradizione Reagan-Bush: ambienti della difesa; sostenitori di una forte presenza militare americana; settori favorevoli alla NATO; falchi nei confronti di Cina, Iran e Russia; parte dei conservatori internazionalisti.
Questa componente può trovarsi in contrasto con il trumpismo quando quest’ultimo propone di ridurre gli impegni militari all’estero o di negoziare con Mosca.
La collocazione dei tre maggiori collaboratori di Trump
La collocazione dei tre maggiori collaboratori di Trump è molto interessante perché Rubio, Vance e Hegseth rappresentano tre anime differenti del Partito repubblicano trumpiano, soprattutto sul terreno della politica estera e della sicurezza nazionale.
La distinzione è stata evidenziata anche da uno studio dell’European Council on Foreign Relations del 6 febbraio 2026, che analizza proprio le correnti interne all’amministrazione Trump.
JD Vance
Nazional-populismo. La priorità è riportare l’America a casa: critico delle guerre prolungate; contrario all’impegno americano illimitato in Ucraina; scettico verso gli interventi militari in Medio Oriente; favorevole a concentrare risorse su industria, confini e società americana, critico verso l’influenza delle élite internazionali.
Marco Rubio
Conservatorismo internazionalista. La priorità: mantenere la potenza americana. Tradizionalmente falco nei confronti di Cina, Iran e Cuba, sostenitore dell’alleanza con Israele, favorevole a un ruolo internazionale attivo degli Stati Uniti, più vicino agli ambienti diplomatici, militari e strategici tradizionali, ha progressivamente adattato il proprio linguaggio all’America First.
Pete Hegseth
Nazionalismo militare / cultura MAGA. La priorità è ricostruire l’identità combattente americana: centralità dell’efficienza militare e della prontezza operativa; critica delle politiche DEI e della cultura progressista nelle forze armate; enfasi su disciplina, gerarchia e spirito combattente; orientamento non facilmente riconducibile a una corrente tradizionale di politica estera.
La questione religiosa: evangelici e cattolici
Rubio è cattolico, Vance è cattolico convertito e Hegseth appartiene all’ambiente cristiano protestante conservatore.
Ma non dobbiamo dedurre automaticamente da questo le rispettive posizioni politiche.
Per Vance il suo cattolicesimo è intrecciato con una visione comunitaria, nazionale e critica dell’individualismo liberale ed è vicino ad alcuni ambienti intellettuali cattolico-conservatori. Per Rubio il suo cattolicesimo convive con una tradizione repubblicana più classica, atlantista e interventista. Per Hegseth la sua identità cristiana è soprattutto associata al nazionalismo religioso e alla cultura militare conservatrice.
La differenza più interessante è che Vance e Rubio, pur condividendo il cattolicesimo, possono arrivare a conclusioni opposte sulla politica internazionale.
Il vero confronto: due possibili eredità del trumpismo
Vance – America First come trasformazione strategica: ridurre le guerre esterne, recuperare capacità produttiva, limitare gli impegni internazionali, ricostruire la coesione nazionale, ridimensionare il potere delle élite globalizzate.
Rubio – America First come nazionalismo di potenza: conservare la leadership americana, usare alleanze e strumenti militari, contrastare gli avversari strategici, difendere la posizione americana nel mondo, adattare l’internazionalismo repubblicano alla nuova retorica nazionalista.
Hegseth – America First come rifondazione militare: ricostruire l’identità delle forze armate, rafforzare disciplina e spirito combattente, rimuovere le politiche culturali progressiste, dare priorità alla capacità operativa.
La guerra con l’Iran e le midterm
Il 5 novembre 2026, dopo la sconfitta repubblicana alle midterm, Vance ha attribuito pubblicamente alla guerra contro l’Iran una parte determinante della perdita elettorale. Ha richiamato anche il costo della vita, la delusione verso America First e il rapporto con Israele. La sua presa di posizione rappresenta un segnale politico rilevante, perché mette in discussione una scelta militare dell’amministrazione dall’interno stesso della coalizione trumpiana.
Non significa che Rubio e Hegseth abbiano necessariamente la stessa posizione su ogni aspetto della guerra, ma rende più visibile il conflitto fra la corrente non interventista e quella favorevole a un esercizio più attivo della potenza americana.
Quale Gop si presenterà alle elezioni presidenziali?
La questione non è soltanto chi succederà a Trump; è quale delle due interpretazioni del trumpismo riuscirà a prevalere.
Vance rappresenta la trasformazione della politica estera americana in funzione della sovranità nazionale e delle priorità interne. Rubio rappresenta la continuità della potenza americana, reinterpretata attraverso il nazionalismo trumpiano. Hegseth rappresenta soprattutto la trasformazione culturale e organizzativa dello strumento militare.
Non sono tre posizioni equivalenti: Vance e Rubio esprimono due visioni strategiche alternative; Hegseth opera prevalentemente su un piano diverso, quello dell’identità e dell’organizzazione militare.
C’è poi un quarto protagonista da non trascurare: Trump stesso, il jolly. La sua capacità di tenere insieme queste correnti è ancora il principale elemento di coesione del GOP.
Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica
Secondo alcuni analisti un politico da tenere in considerazione per capire in che direzione potrebbe andare la politica estera degli Usa è Elbridge A. Colby, una figura da seguire con molta attenzione perché rappresenta una componente strategica dell’amministrazione Trump che non si limita a chiedere agli alleati europei di spendere di più, ma vuole ridefinire le priorità geografiche e militari degli Stati Uniti.
La sua importanza sta soprattutto in questo: considera la competizione con la Cina il problema strategico centrale del XXI secolo e ritiene che gli Stati Uniti debbano conservare una superiorità militare sufficiente nell’Indo-Pacifico, evitando che impegni simultanei in Europa e Medio Oriente consumino le risorse necessarie a quel confronto.
Questa impostazione può essere letta come una delle basi dottrinali del concetto di America First in politica di difesa. Ma è importante precisare che non significa necessariamente abbandonare l’Europa o Israele: significa chiedere che gli alleati assumano una quota maggiore della propria difesa e che Washington selezioni con maggiore rigore gli impegni diretti.
Stratega della difesa, autore e funzionario del Pentagono, Elbridge A. Colby è stato confermato dal Senato nell’aprile 2025 come sottosegretario per la politica della Difesa, una posizione di vertice nell’elaborazione della strategia militare americana. È un uomo di dottrina e pianificazione. Il suo peso deriva dalla funzione che ricopre: contribuisce a definire le priorità della difesa, le posture militari, la distribuzione delle forze e la strategia che deve guidare il Pentagono.
La sua influenza non nasce con Trump. Già durante la prima amministrazione repubblicana, fra il 2017 e il 2018, fu vice assistente del segretario alla Difesa per la strategia e lo sviluppo delle forze. Ebbe un ruolo importante nella preparazione della National Defense Strategy del 2018, che spostò il baricentro della pianificazione militare americana dalle guerre contro il terrorismo alla competizione fra grandi potenze, identificando la Cina come sfida prioritaria.
Il suo libro più noto è The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, pubblicato nel 2021.
La sua dottrina: impedire alla Cina di dominare l’Indo-Pacifico
La tesi centrale di Colby è che gli Stati Uniti non debbano cercare di dominare militarmente ogni regione del mondo. Devono invece impedire che una potenza ostile acquisisca una posizione egemonica in una regione decisiva per gli interessi americani.
Nel caso cinese, il problema è il controllo dell’Indo-Pacifico.
Per Colby, Pechino potrebbe arrivare a esercitare un’influenza militare ed economica tale da condizionare il commercio, la libertà di navigazione e l’autonomia politica dei Paesi della regione.
La risposta americana dovrebbe concentrarsi sulla cosiddetta First Island Chain, la prima catena di isole che va dal Giappone alle Filippine, passando per Taiwan.
La logica è quella della deterrence by denial, cioè deterrenza mediante negazione: rendere militarmente impraticabile un’aggressione cinese contro Taiwan o altri territori strategici; impedire alla Cina di conquistare rapidamente il controllo dello spazio marittimo e aereo; rafforzare le capacità militari degli alleati regionali; rendere troppo costoso e rischioso un tentativo di egemonia cinese.
È una strategia difensiva nel suo obiettivo dichiarato, ma richiede una forte capacità militare: basi, missili, sottomarini, difesa aerea, intelligence, logistica e capacità industriale.
Il punto interessante è che Colby non propone necessariamente di rovesciare il sistema politico cinese o di strangolare la sua economia. Nel suo intervento al Senato del 3 marzo 2026 ha esplicitamente affermato che l’obiettivo è impedire l’egemonia cinese, non imporre un cambiamento di regime.
Il pensiero di Colby per l’Europa
Gli Stati Uniti non possono fare tutto, ovunque. Colby considera insostenibile una strategia nella quale gli Stati Uniti debbano contemporaneamente. Non è soltanto una questione di denaro. È una questione di disponibilità di sistemi d’arma, munizioni, personale, capacità logistiche e soprattutto di concentrazione della potenza militare.
Nel suo intervento del marzo 2026 ha formulato una distinzione importante: da un lato l’isolazionismo, che vorrebbe il ritiro americano dal mondo; dall’altro l’impiego illimitato della forza, che rischia di consumare risorse in conflitti non proporzionati agli interessi nazionali.
La sua proposta è una terza via: presenza selettiva, priorità strategiche e maggiore responsabilità degli alleati.
Il concetto è piuttosto semplice, ma le conseguenze sono profonde:
- NATO 1.0: l’alleanza della Guerra fredda, fondata sulla protezione americana dell’Europa dalla minaccia sovietica.
- NATO 2.0: l’alleanza del dopo Guerra fredda, impegnata anche in operazioni fuori area, gestione delle crisi e interventi internazionali.
- NATO 3.0: un’alleanza nella quale gli europei assumono la responsabilità principale della difesa convenzionale del proprio continente, mentre gli Stati Uniti conservano un ruolo strategico, nucleare e di sostegno.
Nel suo intervento al Senato, Colby ha detto esplicitamente che gli alleati europei devono assumere la responsabilità primaria della difesa convenzionale europea. Ha applicato lo stesso ragionamento alla Corea del Sud, chiamata a contribuire maggiormente alla propria difesa nei confronti della Corea del Nord.
Che cosa può cambiare concretamente?
La questione non riguarda soltanto il numero dei soldati americani in Europa. Riguarda soprattutto le capacità che Washington mette a disposizione dell’alleanza.

L’Europa potrebbe essere chiamata ad assumersi una responsabilità militare maggiore prima di aver costruito gli strumenti industriali e tecnologici necessari.
Il Medio Oriente: Israele resta un alleato, ma non deve assorbire tutte le risorse americane
Questa è una questione particolarmente interessante se la colleghiamo alla tabella precedente su Trump, Vance, Rubio e Hegseth.
Colby non è un esponente di una corrente anti-israeliana. Nel suo intervento ufficiale del marzo 2026 ha definito Israele un alleato di riferimento e ha indicato la minaccia iraniana e il terrorismo come questioni sulle quali Washington continua a collaborare con Israele e con gli altri partner regionali.
La distinzione, però, è fra: sostegno strategico a Israele; impegno americano diretto e continuativo in ogni conflitto mediorientale; mantenimento di una presenza militare americana estesa e permanente nella regione.
Colby suggerisce che gli Stati Uniti debbano mantenere capacità di intervento e deterrenza in Medio Oriente, ma evitare che la regione diventi il principale centro di assorbimento delle risorse militari americane.
Questo può creare una tensione politica con una parte dell’elettorato evangelico pro-Israele, soprattutto quando il sostegno a Israele viene interpretato come necessità di un coinvolgimento militare americano molto esteso.
Colby e la revisione della presenza americana in Europa
Qui c’è un elemento che merita particolare attenzione.
Il 2026 ha visto l’avvio di una revisione della presenza militare americana in Europa, comprendente: consistenza delle forze; basi e infrastrutture; accesso agli aeroporti e agli spazi aerei; capacità navali e aeree; contributi americani alla pianificazione NATO.
Il briefing del Parlamento europeo del 15 ottobre 2026 segnala che la revisione potrebbe comportare una riduzione di alcuni contributi statunitensi alle capacità NATO, compresi velivoli da combattimento, rifornimento aereo, pattugliamento marittimo e capacità navali.
Questa è una questione diversa dal semplice invito agli europei ad aumentare la spesa militare. Significa che Washington potrebbe voler modificare materialmente la propria postura militare, non soltanto ottenere maggiori stanziamenti dai Paesi europei.
Colby è una figura chiave per capire il rapporto con la Russia
La sua importanza non consiste semplicemente nel voler ridurre l’impegno militare americano in Europa. Consiste nel tentativo di cambiare la concezione stessa della potenza americana. Il modello precedente si fondava sulla capacità degli Stati Uniti di essere presenti in ogni area del mondo, garantendo sicurezza, deterrenza e ordine internazionale attraverso una rete globale di basi, alleanze e interventi.
Il modello che Colby cerca di tradurre in strategia è differente.
Se Washington vuole che l’Europa si occupi prevalentemente della propria difesa convenzionale, diventa molto importante capire quale rapporto intenda costruire con Mosca. Una politica americana che punti alla stabilizzazione del rapporto con la Russia e alla concentrazione strategica sulla Cina avrebbe conseguenze profonde per l’Europa, soprattutto per i Paesi che considerano la contrapposizione con Mosca il principio organizzatore della propria politica estera.
Non significa che Colby proponga un’alleanza con Putin: significa che la sua impostazione non considera automaticamente la contrapposizione permanente con la Russia come il principale obiettivo militare americano.
La conclusione è che Colby va studiato insieme a Vance. Vance esprime una sensibilità politica e Colby costruisce la traduzione militare e strategica di una parte di quella sensibilità. È proprio questo passaggio dalla visione politica alla pianificazione della forza che lo rende così importante.
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