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Tulsi Gabbard, la trasparenza negata

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trasparenza negata

Il mistero dei documenti su JFK e MK-Ultra

Le dimissioni di Tulsi Gabbard dalla carica di Director of National Intelligence hanno generato un’onda di commenti e interpretazioni, molte delle quali si sono concentrate sulle tensioni emerse tra la sua figura e alcune componenti dell’apparato di intelligence americano.

Anche il nostro NGN ha dato ieri questa notizia:

Le dimissioni di Tulsi Gabbard scuotono l’intelligence americana

Eppure, al di là delle spiegazioni ufficiali legate a ragioni familiari, resta sullo sfondo una vicenda più oscura, emersa con forza nelle ultime settimane e che merita di essere osservata con attenzione, senza facili riduzioni.

A rendere particolarmente significativa questa vicenda è il momento in cui si è sviluppata.

Mentre il Presidente Trump si trovava in Cina, accompagnato da gran parte del suo governo e da una nutrita delegazione di grandi imprenditori, a Washington si è consumato un episodio che, secondo quanto riferito dalla deputata Anna Paulina Luna in un’intervista a Fox News e successivamente a NewsNation, avrebbe visto la CIA entrare in un magazzino sotto la giurisdizione dell’Office of the Director of National Intelligence e prelevare decine di scatole di documenti.

Particolarmente rilevante è il fatto che queste accuse siano state mosse pubblicamente proprio da Anna Paulina Luna, una delle figure più fedeli e combattive all’interno del movimento trumpiano.

Deputata repubblicana della Florida, Luna è stata tra le più strenue e incondizionate sostenitrici di Donald Trump anche nei momenti più difficili della sua vicenda giudiziaria e politica, distinguendosi per una lealtà assoluta verso il Presidente e per una postura spesso aggressiva nei confronti di quelle componenti dell’apparato statale che considera ostili all’amministrazione.

Il fatto che sia stata proprio lei, una delle alleate più strette e affidabili di Trump, a denunciare pubblicamente un’operazione della CIA ai danni dell’ufficio della Direttrice dell’Intelligence Nazionale, rende l’episodio ancora più significativo e, per molti versi, sorprendente.

Luna ha parlato esplicitamente di file relativi all’assassinio di John F. Kennedy e al programma MK-Ultra, documenti che, secondo la sua ricostruzione, stavano per essere resi pubblici o comunque sottoposti a un processo di declassificazione sotto la responsabilità di Tulsi Gabbard.

La deputata della Florida, nota per il suo impegno sulla trasparenza dei documenti storici, ha definito l’operazione un “colpo di Stato interno” e ha concesso all’agenzia un ultimatum di 24 ore per restituire il materiale, minacciando altrimenti l’emissione di una subpoena.

Un whistleblower della CIA, James Erdman III, ha poi testimoniato davanti a una commissione del Senato confermando che circa quaranta scatole di documenti legati proprio a JFK e MK-Ultra sarebbero state prelevate dagli uffici che facevano capo alla Direttrice dell’Intelligence Nazionale.

Secondo quanto emerso, quei file erano in fase di lavorazione per la declassificazione.

Il tempismo di questi fatti è, per molti versi, il dato più interessante. Mentre il Presidente e una parte significativa dell’amministrazione si trovavano dall’altra parte del mondo, a Washington si è verificato un movimento interno all’apparato di sicurezza nazionale che ha riguardato documenti di altissima sensibilità storica.

Documenti che, per loro natura, toccano alcuni dei capitoli più controversi e mai del tutto chiariti della storia recente degli Stati Uniti: l’omicidio di un Presidente e uno dei programmi di controllo mentale più famigerati e negati della CIA.

Tulsi Gabbard, fin dal suo ingresso nell’amministrazione, aveva manifestato una chiara volontà di spingere verso una maggiore trasparenza su determinati fascicoli storici.

Non si trattava di una posizione isolata o estemporanea: la sua nomina stessa era stata letta da molti come il segnale di una possibile discontinuità rispetto a certi automatismi di segretezza che da decenni caratterizzano parti dell’intelligence americana.

In questo contesto, l’ipotesi che alcuni materiali particolarmente delicati stessero per uscire alla luce pubblica assume un peso specifico.

Non è la prima volta che la questione dei documenti su JFK e MK-Ultra genera frizioni all’interno delle istituzioni.

Da anni esiste una tensione strutturale tra chi ritiene che certi archivi debbano rimanere protetti per ragioni di sicurezza nazionale e chi, invece, considera che il tempo trascorso renda ormai doverosa una piena disclosure.

La particolarità del caso Gabbard sta nel fatto che questa tensione sembra essersi manifestata in modo particolarmente diretto proprio mentre lei ricopriva il ruolo di massima autorità di coordinamento dell’intelligence.

La versione fornita dalla sua cerchia è stata netta: non ci sarebbe stato alcun “raid” e i fatti sarebbero stati presentati in modo distorto.

Tuttavia, la testimonianza del whistleblower e le dichiarazioni pubbliche della deputata Luna hanno mantenuto viva l’attenzione su quanto accaduto. Luna, in particolare, ha sottolineato come l’operazione sarebbe avvenuta in un momento in cui il Presidente si trovava all’estero, elemento che, secondo lei, accresce la gravità dell’episodio.

Al di là delle polemiche immediate, ciò che emerge è un quadro più ampio: quello di un apparato di intelligence che, su determinati temi storici, continua a mostrare una forte resistenza alla declassificazione, anche quando questa viene richiesta o avviata da figure istituzionali di alto livello.

Tulsi Gabbard si è trovata al centro di questa tensione non tanto per posizioni di politica estera o per scelte operative recenti, quanto per il fatto di aver avviato un processo di revisione su fascicoli che da decenni rappresentano una zona grigia della memoria collettiva americana.

Il programma MK-Ultra, in particolare, rimane uno dei capitoli più controversi della storia della CIA e ne ho già scritto più volte.

Ufficialmente chiuso negli anni Settanta dopo le inchieste del Congresso, ha lasciato dietro di sé una scia di documenti distrutti, testimonianze incomplete e domande senza risposta su esperimenti condotti su cittadini americani ignari.

Di questo programma ho già parlato in passato, perché si tratta di una delle pagine più oscure e insieme più documentate dell’azione dei servizi segreti americani nel corso del Novecento.

Non si trattava di semplici esperimenti teorici o di ipotesi marginali. MK-Ultra ha coinvolto decine di università, ospedali e istituti di ricerca, sia negli Stati Uniti che in Canada, con finanziamenti occulti della CIA.

Sono stati condotti esperimenti su cittadini ignari, utilizzando LSD, ipnosi, privazione sensoriale, elettroshock e altre tecniche di manipolazione psichica, spesso senza alcun consenso.

In Canada, il governo canadese è stato condannato a risarcire le vittime degli esperimenti di controllo mentale condotti nell’ambito del progetto MK-Ultra presso l’Allan Memorial Institute di Montreal, sotto la direzione dello psichiatra Ewen Cameron.

Questo significa che uno Stato occidentale ha dovuto riconoscere ufficialmente e pagare per danni causati da tecniche di manipolazione mentale sviluppate e finanziate anche con il coinvolgimento della CIA.

Il fatto che il Canada abbia dovuto risarcire le vittime dimostra che quelle tecniche non erano mere ipotesi o esperimenti marginali, ma ebbero conseguenze concrete e devastanti su persone reali, molte delle quali hanno sofferto per il resto della loro vita di gravi disturbi psichici.

È proprio alla luce di questo precedente che assume un peso diverso l’ipotesi, avanzata da più parti, secondo cui tecniche derivate da programmi come MK-Ultra possano essere state utilizzate, in forma sporadica e mirata, anche in epoche successive, non più come esperimenti di massa ma come strumenti selettivi per influenzare eventi di grande rilevanza politica.

Alcuni osservatori ritengono plausibile che, in determinati momenti critici, elementi interni all’apparato di sicurezza abbiano fatto ricorso a forme di manipolazione o destabilizzazione psicologica per orientare o accelerare determinati esiti.

In questo quadro, vengono spesso citati episodi come l’omicidio della deputata britannica Jo Cox, avvenuto pochi giorni prima del referendum sulla Brexit, la inesplicabile strage di Las Vegas e il tentato omicidio ai danni di altre figure politiche di rilievo.

Secondo questa lettura, questi eventi non sarebbero stati semplicemente il frutto di squilibri individuali o di radicalizzazione autonoma, ma avrebbero potuto beneficiare, in misura variabile, di un contesto di manipolazione o di amplificazione indotta, rendendo più difficile distinguere tra iniziativa individuale e influenza esterna.

Naturalmente si tratta di ipotesi che richiedono prove concrete, ma il fatto che programmi di controllo mentale siano esistiti, che abbiano prodotto vittime riconosciute e risarcite, e che su di essi continui a pesare un segreto ostinato, rende meno facile liquidare come fantasiose le domande sul loro possibile utilizzo successivo.

Se davvero quei documenti fossero stati resi pubblici, le conseguenze – sia sul piano legale che su quello politico e istituzionale – sarebbero state molto pesanti.

Sul versante strettamente legale, la pubblicazione di materiali dettagliati su MK-Ultra avrebbe potuto aprire la strada a nuove azioni civili da parte di vittime o loro eredi, anche a distanza di decenni.

Sebbene molti degli sperimentatori diretti non siano più in vita, la rivelazione di esperimenti condotti su cittadini americani ignari, senza consenso e in violazione delle norme più elementari, avrebbe potuto generare richieste di risarcimento e nuove cause contro lo Stato.

Il precedente canadese, dove il governo è stato condannato a pagare le vittime degli esperimenti condotti da Ewen Cameron, dimostra che la responsabilità istituzionale può essere riconosciuta anche molti anni dopo i fatti.

Negli Stati Uniti, una disclosure ampia avrebbe potuto alimentare cause simili, con il rischio concreto di nuove condanne o di accordi transattivi costosi per lo Stato.

La CIA ha la proibizione assoluta di agire sul suolo americano se non in casi particolarissimi.

L’utilizzo del Canada quale sede per gli esperimenti sarebbe una foglia di fico troppo piccola e le imputazioni pesantissime: cospirazione, alto tradimento e così via …

Tutti coloro che fossero stati a conoscenza di questo letamaio, dalla Presidenza in giù, verrebbero ora coinvolti. Difficile discolparsi protestando la propria ignoranza quando ci sono diversi contenziosi in tribunale in Canada.

Inoltre, la pubblicazione di documenti che dimostrassero la distruzione intenzionale di gran parte degli archivi originali – come emerse già negli anni Settanta – avrebbe potuto sollevare interrogativi su altre eventuali responsabilità penali residue, anche se il tempo trascorso renderebbe molto difficile procedere contro persone fisiche.

Sul piano non legale, invece, le conseguenze sarebbero state ancora più ampie e difficili da contenere.

La rivelazione di un programma di tale portata e di tale illegalità avrebbe inferto un colpo durissimo alla credibilità della CIA e, più in generale, dell’intero apparato di intelligence americano.

Non si sarebbe trattato solo di un danno d’immagine: avrebbe alimentato una profonda crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, già fragile in ampi settori dell’opinione pubblica.

La consapevolezza che per anni lo Stato aveva condotto esperimenti di controllo mentale su propri cittadini avrebbe rafforzato narrazioni complottiste e avrebbe reso più difficile difendere, in futuro, qualsiasi forma di segretezza operativa.

A livello internazionale, la pubblicazione avrebbe creato imbarazzo soprattutto nei confronti di quei Paesi, come il Canada, che avevano già dovuto fare i conti con le conseguenze di MK-Ultra e che avrebbero visto riemergere il proprio coinvolgimento in una luce ancora più negativa.

Infine, la disclosure avrebbe potuto avere effetti destabilizzanti anche sul piano interno, riaprendo vecchie ferite e mettendo in discussione la narrazione ufficiale su come si è costruita, nel dopoguerra, la potenza americana.

In un momento storico già segnato da forte polarizzazione, una rivelazione di tale portata non sarebbe rimasta confinata al piano storico: avrebbe avuto ripercussioni concrete sulla percezione della legittimità delle istituzioni e sulla capacità dell’apparato di sicurezza di operare con un minimo di consenso pubblico.

Che Tulsi Gabbard stesse effettivamente procedendo in questa direzione, e che questo abbia generato reazioni interne, è un elemento che merita di essere registrato con attenzione.

Non si tratta di attribuire intenzioni o di costruire narrazioni complottiste, ma semplicemente di osservare che, in un momento in cui il massimo responsabile dell’intelligence nazionale sembrava orientato verso una maggiore apertura su determinati archivi storici, si è verificato un episodio di prelievo di documenti proprio su quei temi.

Qui emerge con particolare forza la drammaticità della situazione. Tulsi Gabbard non era una funzionaria qualsiasi: era il capo dell’intera comunità di intelligence americana, la Director of National Intelligence, e in quanto tale aveva autorità di coordinamento su tutte le agenzie, CIA compresa.

Se davvero stava lavorando alla declassificazione di documenti tanto sensibili come quelli su JFK e MK-Ultra, l’operazione di prelievo delle scatole mentre il Presidente si trovava in Cina assume un significato ancora più pesante.

Significa che, nel momento stesso in cui Donald Trump si trovava ai massimi livelli della diplomazia internazionale, impegnato in un viaggio di grande rilevanza geopolitica in Cina, una parte dell’apparato di sicurezza nazionale ha agito alle sue spalle, all’interno del territorio americano, prelevando materiale che la sua stessa Direttrice dell’Intelligence Nazionale stava gestendo.

È come se, mentre il Presidente era impegnato a rappresentare gli Stati Uniti sul piano internazionale, qualcuno all’interno del deep state gli avesse inferto una coltellata alle spalle sul piano interno, colpendo proprio la persona che lui aveva nominato per guidare l’intelligence.

In questo contesto, diventa inevitabile porsi una domanda scomoda ma necessaria: cosa avrebbe potuto fare realmente Donald Trump, una volta tornato dalla Cina?

Arrestare i vertici della CIA? Avviare un’indagine formale contro l’agenzia che, almeno sulla carta, risponde al Presidente?

Qualsiasi mossa del genere avrebbe rischiato di scatenare uno scandalo di proporzioni enormi, con ripercussioni potenzialmente devastanti non solo sull’amministrazione, ma sulla credibilità stessa degli Stati Uniti.

Trump si sarebbe trovato di fronte a una scelta quasi impossibile: ignorare l’episodio e apparire debole di fronte a un atto di insubordinazione interna, oppure aprire un conflitto frontale con una delle agenzie più potenti e opache del Paese, con il rischio di un’escalation incontrollabile.

In entrambi i casi, la sua posizione sarebbe risultata estremamente difficile. Il fatto che l’operazione sia avvenuta proprio mentre lui si trovava all’estero rende ancora più evidente quanto fosse limitata la sua reale capacità di reazione immediata.

La CIA, anche in questo caso, ha realizzato il delitto perfetto.

Le dimissioni di Gabbard, annunciate con motivazioni familiari, chiudono un capitolo ma lasciano aperte diverse domande.

Una di queste riguarda proprio il destino di quei fascicoli: se davvero erano in fase di lavorazione per la declassificazione, dove si trovano adesso?

E perché, secondo quanto riferito da più fonti, la CIA avrebbe ritenuto necessario intervenire direttamente per riprenderli?

In un sistema democratico maturo, la trasparenza sui capitoli più oscuri del passato non dovrebbe essere vista come una minaccia, ma come un atto di maturità istituzionale.

Il fatto che, proprio mentre il Presidente si trovava in Cina, si sia verificato un episodio di questo tipo intorno ai documenti su JFK e MK-Ultra, resta uno degli elementi più singolari e meno chiariti dell’intera vicenda.

Tulsi Gabbard non ha mai fatto mistero della sua convinzione che una maggiore trasparenza storica fosse non solo possibile, ma necessaria.

Che questo suo orientamento abbia incontrato resistenze profonde all’interno di alcune strutture dell’intelligence è un dato che, al di là delle versioni ufficiali, continua a emergere con una certa consistenza dalle testimonianze e dalle dichiarazioni pubbliche emerse nelle ultime settimane.

La storia dei documenti prelevati mentre il Presidente era all’estero, la testimonianza del whistleblower e le parole della deputata Luna compongono un quadro che, per ora, resta parzialmente nell’ombra.

Un’ombra che, come spesso accade con i fascicoli più delicati dell’intelligence americana, potrebbe impiegare ancora molto tempo prima di diradarsi completamente.

Comunque, dopo le tante rivelazioni (Epstein in primis) sui misfatti del deep state, chi parla ancora di teorie della cospirazione dovrebbe finire in galera per complicità con i criminali che sta aiutando a coprire.

Rimane la domanda finale: quanto comanda realmente Donald J Trump?

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