
di Vito Schepisi
Trump contro Harris, fatti e sostanza contro visioni ed illusioni
L’enfasi d’una rivoluzione epocale sembra eccessiva, ma è fuori dubbio che la scelta negli USA è stata netta e inequivocabile.
Ne esce ridimensionata la quotidiana narrazione dell’inadeguatezza degli altri che la sinistra massimalista, già sconfitta dall’emergere delle realtà sulle dottrine violente, autoritarie e totalitarie del secolo scorso, prova ad introdurre, ad esempio in Italia, per giustificare le difficoltà nell’avanzare proposte politiche che trovino consensi tra gli elettori.
Non si può non riflettere sul fatto che se c’è chi vince, c’è sempre chi perde.
E c’è sempre una ragione per cui vince una parte e perde l’altra.
Le dinamiche della politica saranno anche quelle che sono, con l’abilità dei politici di surfare attorno alle questioni, ma è pur vero che sono sempre i programmi e le scelte che orientano il voto.
Ciò che è grave è che s’assiste al tentativo d’allargare il campo del confronto verso aree che non accettano il pluralismo e che, invece di formulare proposte, insultano gli avversari.
Se non s’accetta il pluralismo, però, non s’accetta neanche la democrazia (camminano necessariamente assieme) … e se non si accetta la democrazia non è plausibile l’accusa di fascismo, come accade, verso chi la pensa diversamente.
“Il più bello esemplare di fascista – scriveva Leonardo Sciascia – in cui ci si possa oggi imbattere (e ne raccomandiamo agli esperti la più accurata descrizione e catalogazione) è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dare del fascista a chi fascista non è”.
Per portarla invece sui più coloriti detti popolari, accusare di fascismo chi la pensa diversamente è … come “il bue che dice cornuto all’asino”.
Negli USA Trump, con tutti i suoi difetti, ha vinto anche perché gli si sono state attribuite le peggiori nefandezze. E non c’è niente di più stupido d’un politico che pregiudizialmente accusa l’altro, per solleticare l’interesse degli elettori e la pancia dei suoi sostenitori.
Pier Paolo Pasolini, in una intervista del 1974 sosteneva: “Oggi buona parte dell’antifascismo è ingenuo, stupido o in malafede”. Ed aveva ragione!
E la stupidità è nel non saper comprendere la lezione di ieri e né quella di oggi.
Dagli elettori USA, infatti, è stata anche respinta quell’idea di dubbia “democrazia” (in stile italiano) in cui s’adottano tutti gli espedienti per mettere fuori gioco gli avversari.
La questione, anche negli Sati Uniti, come in Italia, sembra che sia andata oltre la kermesse del confronto tra uomini e proposte politiche e che, invece, si sia riprodotto il consueto impatto tra i buoni propositi delle illusioni e la sostanza delle cose.
Si sono, infatti, trovati, uno dinanzi all’altro, due stili e due sentimenti politici diversi:
– quello di Kamala Harris, improntato sul metodo burocratico delle gestioni, con i richiami alla narrazione del progressismo e dei diritti;
– quello di Donald Trump che ha puntato sia alla riduzione della presenza USA nei punti caldi del mondo, e sia, e soprattutto, a favorire la crescita economica, per creare quella ricchezza che è il fulcro del benessere sociale.
La politica è questa, a prescindere dal folclore, dalle parole d’ordine, dai pregiudizi e dagli inganni ideologici: creare ricchezza per creare le condizioni di vita civile.
Lo stato burocratico, accentratore e paternalistico di Kamala Harris che si confronta con lo stato libero e meno invadente di Donald Trump: la prima che punta ad allargare i diritti ed il secondo che punta al rilancio dell’economia, alla tutela della proprietà privata e alla sicurezza dei confini.
Ha vinto Trump perché è prevalsa la voglia degli americani di riprendersi i mercati mondiali, di puntare alla crescita interna e di tutelare gli States (territorio e cittadini).
Ha vinto la concretezza sulla moda “woke”, con Trump che punta a chi è già sveglio e non a chi deve ancora svegliarsi.
Sulle narrazioni degli spazi da conquistare nella società civile, ha vinto la concretezza di Trump.
Il richiamo della Grande America del tycoon ha funzionato, in modo ancora più evidente di quanto si sia potuto pensare, a dispetto di tanti che – come su gran parte dei media italiani – l’hanno messa in discussione.





