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TRUMP, UN ELEFANTINO NELLA CRISTALLERIA EUROPEA

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di Marco Sarli

L’elefantino Trump nel negozio di cristalli europeo e nel ben più resiliente economia cinese

Le prime mosse della seconda amministrazione statunitense a guida di Donald Trump vengono criticate, vilipese dal Deep State presente ed operante al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico e guardate con sospetto nei Paesi Asiatici, Cina capitalistica venata di elementi di socialismo in primis.

Al di là dell’approccio provocatorio e spesso contradditorio sul commercio internazionale, le minacciate espansioni territoriali e via discorrendo, si scorge, tuttavia un disegno politico ed economico tutt’altro che peregrino e che, pur non essendo farina del sacco dell’immobiliarista newyorkese, denota l’esistenza di un gruppo di menti “raffinatissime” che puntano a mosse dall’apparente effetto boomerang ma che nel medio lungo periodo si pongono con forza il raggiungimento di obiettivi strategici destinata a cambiare radicalmente il volto degli Stati Uniti all’interno di quel grande Paese, modificando nel contempo e alquanto radicalmente la presenza all’estero e modificando radicalmente l’approccio del Soft Power USA imperante dal secondo dopoguerra mondiale.

Già al tempo della Tempesta Perfetta sul mercato finanziario globale avevo avuto la netta sensazione che non tutto fosse spiegabile con gli operatori apparenti (Investment Banks, banche più o meno globali basate o meno negli Stati Uniti, i sempre citati Rothschild, Rockefeller, Soros e compagnia cantante) anche perché gli stessi, come stanno facendo in modo sempre più evidente dal gennaio del 2023 brillano per la loro assenza, ma qualcuno o qualcosa che si muove alquanto indisturbato al di sopra di quella che, almeno sulla carta, rappresenta il Gotha della finanza e dell’imprenditoria a livello globale.

Certo, alla luce degli aspetti caratteriali di Trump, è facile immaginare le difficoltà che queste menti “raffinatissime” hanno dovuto incontrare per fargli comprendere, almeno per sommi capi la tattica ed ancor più la strategia del nuovo corso destinato a modificare in modo alquanto drastico gli assetti globali e le loro implicazioni sulla geopolitica a stelle e strisce e, soprattutto, l’ordine economico che scaturirà dalle mosse apparentemente incoerenti dell’amministrazione in carica in fondo da meno di due mesi e mezzo.

Partiamo dalla politica molto aggressiva in materia di tariffe doganali. Ebbene almeno su questo il quarantasettesimo Presidente sembra aver metabolizzato la lezione che gli è stata impartita e cioè che, al netto dei contraccolpi inflazionisti più o meno immediati, si prospetta, sulla base delle convenienze acclarate, un fortissimo fenomeno di ritorno in patria di buona parte delle attività industriali delocalizzate ai tempi di Clinton e di Bush Junior e non è certo un caso che i processi di reindustrializzazione andranno a “premiare” gli Stati più fedeli elettoralmente a Trump e il Presidente, come sta già facendo da settimana non si stancherà di suonare la grancassa per ogni nuovo stabilimento realizzato o soltanto promesso, nonché sui mega investimenti provenienti dalle grandissime Corporation americane o delle società residenti altrove, per un “bottino” che, al momento, cifra svariate migliaia di miliardi di dollari.

Pazienza se questo tentativo destinato a riuscire e ad ampliarsi nei prossimi mesi e nei prossimi anni, sta lasciando a Wall Street macerie e danni multipli dei benefici tangibili del reimpatrio di capitali, iniziative molto energiche nel campo della tecnologie e quant’altro, un crollo delle società tecnologiche che va a punire quell’esagerazione nelle valutazioni che ha spinto Warren Buffett e tanti altri multimiliardari, nonché tutta la flottiglia delle banche e delle compagnie di assicurazione a “togliersi di mezzo”  dall’oramai folle agone dell’azionario statunitense per rifugiarsi nei Treasury a brevissima scadenza e determinando un picco della liquidità sino ad adesso mai vista.

Hic Rodi hic salta verrebbe da dire perché, in estrema sintesi, a Wall Street sono rimasti solo piccoli e medi investitori che agiscono in proprio o, più di sovente, tramite quei fondi di investimento o quelle compagnie di assicurazione, che, oltre a farsi pagare laute commissioni, rendono nella maggior parte “ciechi” i malcapitati sulla reale allocazione dei loro sudati risparmi per i quali non hanno certezze non solo sui rendimenti ma tantomeno sull’intangibilità del capitale investito.

Qui il discorso si fa un po’ complicato alla luce del fatto che poco meno del 70 per cento della ricchezza finanziaria degli statunitensi è allocata proprio a Wall Street, certo non solo sull’azionario e sulle Big Seven ma la caduta più o meno ininterrotta degli indici da inizio anno sta colpendo pesantemente le tasche dei cittadini e spiega in larga parte il recente calo verticale della fiducia dei consumatori.

Anche qui, il problema è duplice: da un lato siamo ancora a livelli di price/earnings totalmente folli e che prevedono un ritracciamento del valore delle azioni per giungere non certo ai livelli molto conservativi esistenti in Europa ed in Asia, ma parliamo sempre di un ulteriore 15-20 per cento di calo per consentire al valore medio dello S&P 500 di portarsi almeno al di sotto di venti.

Tutto questo per dire che il contenimento del livello mostruoso raggiunto dal deficit commerciale USA (circa mille miliardi di dollari ne 2024) rischia di essere del tutto vanificato dalla sempre più consistente fuga dei capitali e mentre il Tesoro sta tremando sul rinnovo di determinati titoli a scadenza per qualcosa come settemila miliardi, titoli attualmente in buona parte detenuti da quei Paesi che sempre più chiaramente manifestano seri dubbi sulla sostenibilità del debito statunitense e che arrivano fino a mettere in discussione la stessa solidità del dollaro, dubbi che spesso si accompagnano a passi sempre più decisi da parte degli undici membri del BRICS Plus e delle decine di Paesi che sono seriamente intenzionati ad essere della partita..

Questa tentazione di “sganciarsi” sempre di più dal dollaro come valuta di scambio e dai Treasury Bond a dieci anni (solo la Cina ne conta per un trilione) spiegano bene l’aggressività con la quale Trump minaccia apertamente questi Paesi arrivando a dire che, in caso di creazione di una banca e una valuta unica, lui arriverebbe a dazi al 100 per cento e ad altre valute ritorsive.

Può sembrare assurdo ma l’obiettivo di mantenere con le unghie e con i denti la centralità alquanto ingiustificata del dollaro nelle transazioni commerciali e come valuta predominante nelle riserve valutarie All Over the World si accompagna ad un desiderio quasi sfrenato di procedere ad una svalutazione competitiva il che avrebbe un senso solo ipotizzando che tutti gli altri attori sulla scienza internazionale stiano fermi di fronte a questi propositi statunitensi e non si muovessero per contrastarli e ho citato in un altro articolo apparso su questo giornale le iniziative concrete dei BRICS Plus e non è difficile immaginare quello che potrebbe fare la BCE, con mosse largamente anticipate dall’ex membro del Comitato Esecutivo dell’Istituto Lorenzo Bini Smaghi che parla di riduzioni molto aggressive dei tassi di interesse volte a non favorire la svalutazione competitiva del dollaro.

Ma qui tocca tornare molto indietro nel tempo e rievocare i lavori svoltisi a Bretton Woods a guerra significativamente ancora in corso e con la vittoria schiacciante dell’allora ministro del Tesoro White sul piano alternativo proposto da John Maynard Keynes e purtroppo non sostenuto appieno né dalla delegazione britannica né dai rappresentanti dei Paesi alleati.

L’esponente americano (di cui si scopriranno solo in seguito le simpatie per la Germania nazista) la spuntò praticamente su tutto ottenendo che la risoluzione finale prevedesse un sistema dollarocentrico non ancorato su nulla se non nella pretesa convertibilità  in oro all’assurdo cambio di 35 dollari per oncia, quell’oro che Keynes bollava come relitto barbarico, nessun cenno a meccanismi di intervento in caso di deficit o surplus strutturali, né tantomeno alla realizzazione di una nuova valuta i cui rapporti di cambio con le altre valute convertibili sarebbero stati determinati dal mercato a sua volta influenzato da una serie di fattori misurabili, tutte cose che erano alla base della proposta di Keynes che prevedeva di introdurre il Bancor.

Quello che è accaduto a partire dal secondo dopoguerra è, ahinoi, storia e gli Stati Uniti si sono potuti permettere un disavanzo strutturale nei confronti del dollaro, situazione che non si è affatto interrotta quando a mercati chiusi il Presidente Nixon annunciò che la promessa di convertibilità era oramai tramontata e che, a partire dal 15 agosto del 1971, gli USA non erano più impegnati in tal senso.

I consiglieri fidati di Trump non sono in grado di valutare appieno gli effetti e i contro effetti di quanto detto sinora, ma quello che è certo è che, ad appena sedici anni dalla conclusione alquanto sanguinosa della Tempesta Perfetta, nuove nubi si prospettano all’orizzonte di quella classe media americana che non corrisponde né al ritratto dell’america rurale tratteggiato da Vance nel suo romanzo, né tantomeno nella composizione prevalente del popolo maga.

Il costo risultante per la classe media, quel segmento che le banche definiscono affluent, è difficilmente quantificabile soprattutto per me che non sono né un econometrico, né un analista tecnico, ma almeno nell’arco di uno-due anni minaccia di essere molto significativo e toccherà i fondi per le ingenti spese dedicate dalle famiglie all’istruzione universitaria dei figli, alle vacanze all’estero sempre più care, alle spese crescenti per l’assistenza sanitaria e via discorrendo.

I suggeritori più o meno occulti di Donald Trump hanno una visione articolata su base geografica e, con riferimento all’Asia, sembrano molto decisi ad usare un mix di soft power e hard power, il tutto con in mezzo l’attività peculiare della Central Intelligence Agency che si innesta nei programmi di aiuto civili e militari a Paesi come le Filippine, la Corea del Sud ed altri non ancora soggiogati dall’altrettanto efficace soft power del gigante cinese.

Prima di venire a quest’ultimo, è il caso di spendere qualche parola sul Commonwealth resuscitato dalla rude politica offensiva trumpiana sia in termini di dazi che in quella altrettanto importante relativa alle esplicite mire espansionistiche su Paesi e territori facenti parte del G7 (Canada) o quella Groenlandia sulla carta appartenente alla Danimarca madove le presenze russa, cinese, canadese e di altri paesi è tutt’altro che marginale.

Ebbene sia il governo Starmer che il Re trovano risconti niente affatto formali anche in Paesi che consideravano la presenza del Re Carlo III come capo di stato poco più che un retaggio tradizionale ma con poca efficacia sul piano dei comuni intendimenti e delle strategie comuni da adottare in questi tempi così turbolenti.

Anche nei confronti di questi Paesi (una trentina) i suggeritori di Trump mirano ad un riequilibrio della bilancia commerciale che però rischia di scontrarsi, come accade nel caso europeo, con un peggioramento molto netto della bilancia dei pagamenti a causa del deflusso sempre più evidente di capitali alla ricerca di certezze e rendimenti che per una lunga fase non sembrano trovare a Wall Street, anche perché il movimento è per ora in buona parte limitato ad uno spostamento dall’azionario a stelle e strisce ma ancora con approdo sui Treasury Bills ad un mese, ma non mancano mosse verso altri Paesi, Giappone in testa, nazione moribonda fino a qualche tempo fa ma che mostra segni sempre più chiari di un’uscita dalla pluridecennale fase deflazionaria e che offre interessanti opportunità di investimento nelle holding erede dirette degli zaibatsu. Buffett, per dirne una ha acquisito il dieci per cento delle azioni di cinque di queste holding ed è in attesa di autorizzazioni del Governo e delle Autorità di Vigilanza sui mercati per incrementare tale quota.

Il caso del Giappone e della sua valuta è in netta controtendenza con l’aspirazione trumpiana di un dollaro debole, in quanto l’abbandono da parte nipponica dell’equilibrio definito tra i due Paesi sul rapporto tra dollaro e yen che dai 150 yen per dollaro doveva in tempi rapidi portarsi a quota 100, livello che il Giappone ha sostanzialmente mantenuto per oltre trent’anni per poi tornare alle abituali svalutazioni competitive in favore delle sue esportazioni per portarsi di recente a sfiorare i 160 yen per dollaro.

Il discorso della Cina è alquanto peculiare e non è certo un caso se Trump parla della ricerca di un accordo con la più grande economia socialista”di mercato”, ma in questo caso ha davvero pane per i suoi denti perché Xi Jing Ping ha ripreso saldamente in mano sia il partito che l’elite industriale che punta a piani di sviluppo estremamente ambiziosi sul piano dell’energia, della neutralità energetica di almeno tre metropoli, di politiche fiscali ed economiche alquanto espansive e quello altrettanto importante della vera e propria “girata della frittata” sullo scoppio oramai avvenuto della bolla immobiliare cinese che tanto è costata agli investitori stranieri, con l’affermazione che le case non sono una questione finanziaria ma sono per il popolo e così sta facendo in altri settori.

L’abbandono del soft power a stelle e strisce in buona parte dell’Africa apre ulteriori autostrade al soft power cinese che, a differenza di quello russo non ha caratteristiche militari e francamente predatorie, interventi quelli finanziati da Pechino che riguardano prevalentemente le infrastrutture civili e partnerariati non tanto predatori sul piano dello sfruttamento delle risorse energetiche e delle terre rare.

E’ in questa ottica che vanno viste le riabilitazioni di tanti capitani di impresa cinese dopo il loro a volte brusco allontanamento negli anni scorsi. Non secondarie per il governo cinese sono poi le questioni che abbiamo visto sopra e relative al processo sempre più rapido di affrancamento dal dollaro come debordante valuta di riserva e di denominazione degli scambi e certamente quello della banca e della valuta unica dei BRICS Plus saranno centrali nei negoziati per giungere ad un accordo tra quelle che ormai possono essere definite le uniche due superpotenze ed in questo, come si è visto di sopra, conterà non solo la volontà cinese di continuare ad essere il principale detentore dei titoli di Stato americani ma, e forse soprattutto, quello di continuare ad essere solidi destinatari degli importanti flussi futuri di titoli statunitensi.

Ho iniziato questa mia riflessione parlando di menti “raffinatissime” ma di dubbia e ardua identificazione e che avrebbero un’influenza diretta sul quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, ma vi sono anche “suggeritori” di seconda linea e questi sono facilmente individuabili e i loro scopi risultano alquanto palesi e al contempo forieri di conseguenze che possono anche essere drammatiche a livello degli equilibri della finanza e dell’economia ahimè non solo statunitensi, ma anche a livello globale.

Iniziamo dai banchieri USA e da quelli più o meno globali basati All Over the World, ebbene è oramai noto che gli stessi mal hanno digerito gli sforzi della Commissione presieduta dall’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, volti a mettere un po’ d’ordine e qualche regola al grande casinò della finanza globale, un tentativo che vedeva Draghi “agevolato” dall’esperienza maturata dal grande economista romano ai piani alti della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, così come avevano molto mal digerito delle sanzioni per centinaia di miliardi di dollari loro comminate sia dalle autorità federali che nel corso di procedimenti giudiziari nei quali avevano scelto la strada di patteggiamenti a titoli molto onerosi.

Ne “Il gran nocchiero”, prima biografia organica di Mario Draghi ripercorro tutte le tappe dei drammatici eventi del triennio 2007-2009 che portarono la Commissione presieduta da Draghi a stilare un desolante rapporto delle conseguenze della drastica deregolamentazione dei mercati finanziari fortemente voluta nei suoi due mandati dal Presidente Clinton unita a quella delocalizzazione alquanto selvaggia che ha determinato quella “desertificazione” del tessuto industriale americano che ha portato a quel sentimento di rabbia della un tempo fortissima aristocrazia operaia a stelle e strisce che larga parte ha avuto nella vittoria a sorpresa di Donald Trump contro l’alquanto elitaria Hillary Clinton.

Entrambe quelle scelte, deregolamentazione selvaggia del mercato finanziario da un lato e globalizzazione spinta dall’altro, insieme al fortissimo depauperamento della un tempo florida classe media americana spiegano tanto dell’ascesa di quel movimento Maga che ha fatto letteralmente strame dell’un tempo conservatore ma rispettoso delle regole del gioco che era un tempo il partito repubblicano a stelle e strisce.

Ebbene i vari Jamie Dimon, potentissimo capo da qualche decennio di J.P. Morgan Chase ( banca che capitalizza quanto le prime dieci banche europee e britanniche) e i capi di Bank of America, Morgan Stanley, Wells Fargo delle Investment Banks sopravvissute agli altissimi marosi della Tempesta Perfetta, e via discorrendo, sono tutti corsi a Mar a Lago in soccorso del vincitore, sussurandogli all’orecchio che non è solo necessario il drill baby drill o riportare in Patria le fabbriche delocalizzate e tante di nuove ma è necessario anche e, soprattutto a loro interessato parere, ridare briglia sciolte a quella finanza strutturata che tanti lutti addusse agli Achei, sbarazzandosi delle sempre più stringenti previsioni dei vari Accordi di Basilea, un’eventualità che vede le banche operanti negli USA ma basate altrove altrettanto e fortemente interessate e tutto ciò incuranti dei sempre più chiari segnali di una nuova crisi finanziari che monta pur in presenze di quelle regole che, forse, tanto stringenti non sono.

Le richieste dei capi delle Big Seven della tecnologie, accorsi anche essi come un sol uomo alla corte di Trump, sono state altrettanto chiare e ugualmente pressanti e cioè coprire loro le spalle dalle fastidiose Authority statunitense e proteggerle dalle sempre più pressanti richieste in termini non solo fiscali degli Stati e delle Authority dislocate altrove.

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