a cura di Agenzia Nova*
Trump arrabbiato con Putin, se salta l’accordo sull’Ucraina applicherò sanzioni al petrolio russo”
Il presidente degli Stati Uniti sta pianificando di avere presto un nuovo colloquio telefonico con il presidente della Russia, con il quale conserva in ogni caso “un ottimo rapporto”
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è detto “molto arrabbiato” e “incazzato” con il presidente russo Vladimir Putin per aver ha messo in discussione la legittimità della leadership del capo di Stato ucraino Volodymyr Zelensky, minacciando di imporre tariffe secondarie su tutte le esportazioni di petrolio russo se non si dovesse raggiungere un accordo tra Washington e Mosca per porre fine al conflitto in Ucraina. “Se la Russia e io non riusciremo a raggiungere un accordo per fermare lo spargimento di sangue in Ucraina, e se penso che sia stata colpa della Russia – il che potrebbe non essere – ma se penso che sia stata colpa della Russia, applicherò tariffe secondarie sul petrolio, su tutto il petrolio che esce dalla Russia”, ha detto Trump in un’intervista telefonica concessa alla “Nbc”. “Ciò significherebbe che se compri petrolio dalla Russia, non puoi fare affari negli Stati Uniti”, ha detto Trump. “Ci sarà una tariffa del 25 per cento su tutto il petrolio, una tariffa da 25 a 50 punti su tutto il petrolio”, ha aggiunto il presidente Usa, annunciando che sta pianificando di avere presto un nuovo colloquio telefonico con Putin, con il quale conserva in ogni caso “un ottimo rapporto”.
Le minacce all’Iran
Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di effettuare “bombardamenti come non ne sono mai visti prima” sull’Iran se Teheran non si siederà al tavolo dei negoziati con gli Usa per discutere di un accordo sul nucleare. “Se non fanno un accordo, ci saranno bombardamenti. Saranno bombardamenti come non ne hanno mai visti prima”, ha detto Trump, aggiungendo che funzionari statunitensi e iraniani stanno attualmente “parlando” della questione. Il 7 marzo scorso Trump ha detto di aver inviato una lettera al leader supremo dell’Iran, Ali Khamenei, con un’offerta per avviare i negoziati su un accordo nucleare. Oggi, tuttavia, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è rifiutato di avere colloqui diretti con gli Stati Uniti, esprimendo la disponibilità a negoziare solo attraverso la mediazione di Paesi terzi, ma ha affermato che “la strada dei negoziati indiretti è aperta”. “Sono le ripetute violazioni degli impegni che hanno creato problemi in questo percorso, queste devono essere affrontate e la fiducia deve essere ricostruita. È il comportamento degli statunitensi che determinerà se i negoziati potranno andare avanti”, ha detto Pezeshkian.
Nei giorni scorsi l’Iran ha trasmesso la sua risposta alla lettera del presidente degli Stati Uniti attraverso l’Oman. Lo scorso 7 marzo Trump ha inviato una lettera alla guida suprema iraniana, Ali Khamenei, chiedendo nuovi colloqui sul nucleare e avvertendo di possibili azioni militari in caso di rifiuto da parte dell’Iran. La lettera è stata consegnata a Teheran il 12 marzo dal consigliere presidenziale degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash. Khamenei ha respinto le dichiarazioni di Trump e l’ha accusato di cercare di ingannare l’opinione pubblica mondiale dipingendo gli Stati Uniti come aperti ai colloqui e l’Iran come un ostacolo.
I dazi in vigore dal 2 aprile
Trump ha confermato che i dazi che entreranno in vigore a partire dal prossimo 2 aprile saranno permanenti. “Assolutamente, sono permanenti, certo. Il mondo ha derubato gli Stati Uniti negli ultimi 40 anni e più. E tutto quello che stiamo facendo è essere giusti e, francamente, sono molto generoso”, ha detto Trump. Il presidente Usa ha inoltre affermato che “non gliene potrebbe importare di meno” se le case automobilistiche straniere aumentassero i prezzi dopo il suo recente annuncio di nuovi dazi del 25 per cento su tutte le automobili prodotte all’estero.
“Non potrebbe importarmene di meno. Spero che aumentino i prezzi, perché se lo facessero, la gente comprerebbe auto americane. Ne abbiamo in abbondanza”, ha aggiunto. L’annuncio di Trump sui nuovi dazi alle auto straniere, arrivato mercoledì 26 marzo, giunge a pochi giorni dal suo “Liberation Day” programmato per il 2 aprile, quando i dazi su una varietà di beni di consumo dovrebbero entrare in vigore. Ieri lo stesso presidente Usa aveva fatto sapere di non avere intenzione di ritardare ulteriormente l’imposizione delle tariffe del 2 aprile a meno che gli altri Paesi “non siano disposti a darci qualcosa di grande valore, altrimenti non c’è spazio per negoziare”.
Il caso Signal
Il presidente degli Stati Uniti non intende licenziare i funzionari della sua amministrazione per lo scandalo che ha coinvolto la fuga di notizie sui piani militari nello Yemen discussi attraverso la piattaforma Signal. “Non licenzio le persone a causa di ‘fake news’ e per la caccia alle streghe”, ha detto Trump. Inoltre, il leader degli Stati Uniti ha nuovamente sottolineato una volta di fidarsi ancora del consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, e del segretario alla Difesa, Pete Hegseth. Lunedì scorso, 24 marzo, il direttore della rivista “The Atlantic”, Jeffrey Goldberg, ha riferito di essere stato inserito in una chat su Signal in cui i vertici della sicurezza Usa stava pianificando nuovi raid contro le milizie sciite Houthi nello Yemen settentrionale.
Secondo Goldberg, in un gruppo chiamato “Houthi Pc small group”, si è svolta una “affascinante discussione politica” con la partecipazione di account a nome del vicepresidente statunitense James David Vance, Hegseth, Waltz e altri funzionari. Alcuni di loro hanno confermato di essere stati nella chat, ma hanno insistito sul fatto che non c’è stato alcuno scambio di informazioni classificate. In seguito, tuttavia, Goldberg ha presentato alcuni “screenshot” della chat in cui il capo del Pentagono, diverse ore prima dell’inizio dell’operazione, riferisce sui tipi di aerei e obiettivi che, se trapelati, potrebbero minacciare la sicurezza Usa.
Le mire sulla Groenlandia
Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre ribadito la sua intenzione di annettere la Groenlandia. “Otterremo la Groenlandia. Sì, al 100 per cento”, ha dichiarato Trump all’emittente “Nbc”. “C’è una “buona possibilità che potremmo farcela senza ricorrere alla forza militare, ma non tolgo nulla dal tavolo”, ha aggiunto. Alla domanda su quale messaggio l’acquisizione della Groenlandia avrebbe trasmesso alla Russia e al resto del mondo, Trump ha risposto: “Non ci penso molto. Non mi interessa molto. La Groenlandia è un argomento molto diverso, molto diverso. È la pace internazionale. È la sicurezza e la forza internazionale. Ci sono navi che salpano dalla Groenlandia dalla Russia, dalla Cina e da molti altri posti. E non permetteremo che accadano cose che danneggino il mondo o gli Stati Uniti”, ha aggiunto. Le dichiarazioni di Trump giungono dopo che venerdì scorso il suo vice, Vance, ha effettuato una visita sull’isola, durante la quale ha affermato: “Il nostro messaggio alla Danimarca è molto semplice: non avete fatto un buon lavoro nei confronti del popolo della Groenlandia”.
Alle esternazioni di Vance ha risposto ieri il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, il quale ha criticato gli Stati Uniti per la loro mancanza di rispetto. In un videomessaggio, Rasmussen ha chiesto a Washington di porre fine ai messaggi ostili. “Siamo aperti alle critiche, ma non apprezziamo il tono con cui vengono espresse”, ha dichiarato Rasmussen. Le relazioni tra Danimarca e Stati Uniti sono ai minimi da quando il presidente Donald Trump ha minacciato di acquisire la Groenlandia, territorio autonomo danese, ventilando persino l’uso della forza militare o economica. Durante la sua visita, Vance ha accusato la Danimarca di non garantire una difesa adeguata dell’Artico e ha affermato che i groenlandesi starebbero “meglio sotto l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti”. Dichiarazioni che hanno suscitato la reazione di Rasmussen, il quale ha ribadito che “non è così che ci si rivolge agli alleati”. Il ministro ha riconosciuto la necessità di una maggiore presenza militare in Groenlandia e si è detto disponibile a discuterne con Washington, sottolineando la storica cooperazione militare tra i due paesi nell’ambito della Nato. “Abbiamo tutti agito partendo dal presupposto che l’Artico fosse un’area a bassa tensione. Ma quel periodo è finito”, ha concluso il capo della diplomazia danese.




