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Trump fa il cafone per vincere l’elezione

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elezioni USA

Il nodo vero del contendere è la Russia, che l’UE considera un nemico e gli USA un interlocutore e anche un possibile partner

Insultare gli alleati esterni per non perdere gli alleati interni. È questa la strategia cafona di Donald Trump per vincere le elezioni di medio termine.

Premesso che un cafone rimane un cafone, al netto di tutte le strategie sottostanti, tentiamo di capire cosa c’è dietro gli insulti alla Meloni.

Ad Ankara ieri Donald Trump ha definito Giorgia Meloni “una brava persona”.

“Le nostre relazioni – ha aggiunto – sono peggiorate perché si è rifiutata di aiutarci nello Stretto di Hormuz. Io non le ho messo molta pressione. Ma si è rifiutata di essere coinvolta nello Stretto di Hormuz o con l’Iran in generale. Il mio rapporto con lei si è inasprito, ma mi piace e penso che sia una brava persona che ha fatto un errore: lei non c’è stata per noi e questo non mi ha reso felice”.

Come dicono i veneti, “el tacon xe peso del buso”, ossia “è peggio la toppa del buco”.

Non si ripara un’idiozia cafona, come quella di pubblicare un fotomontaggio con la scritta “serve un ordine restrittivo” (“restraining order”), come se Giorgia Meloni fosse una stalker che lo assilla per essere legittimata da una foto con lui, con una pezzolina da bambino dell’asilo Mariuccia.

Se non fosse un cafone Trump avrebbe detto fin dall’inizio quello che ha detto ora. E quello che ha detto ora è la miserevole toppa messa sul buco, perché, dovendola incontrare, dovrà salutarla, ammesso che lei lo saluti, perché, se lo conosci, lo eviti.

Anche un saluto potrebbe diventare oggetto di nuovi meme e di nuovi insulti. Pessima performance per la dignità di un presidente degli Stati Uniti.

Nelle scorse settimane, con una dignità di bel altra caratura, Giorgia Meloni aveva scelto di non alimentare la polemica, annunciando su Instagram che non sarebbe tornata sull’argomento perché lo scontro non era “uno spettacolo all’altezza” del compito dei due Paesi. “Sua Bassezza” Donald Trump è servito.

Torniamo al tema centrale, che è capire cosa c’è dietro allo scontro.

La prima cosa da capire è che, come sostiene da tempo Steve Bannon, MAGA «è più a destra di Trump» e Trump se vuole vincere le elezioni di medio termine deve fare la voce grossa, fare il cafone, per dare copertura alle varie anime di MAGA.

La seconda cosa è che l’Unione Europea è completamente fuori di testa, cocciutamente green, climate change, woke, LGBT, e altrettanto cocciutamente protesa a fare in modo che Zelensky possa “vincere” la guerra con Putin, mentre per gli USA la Russia non è un nemico e nemmeno un pericolo.

Il 12 novembre 2024, Steve Bannon, consigliere di Trump, sosteneva che i soldi Usa per Kiev erano finiti e che li doveva mettere l’Unione Europea.

Riguardo alla Meloni sosteneva che aveva scommesso contro Trump (nelle elezioni per la Casa Bianca) e che sull’Ucraina doveva tornare alle idee di quando era solo la leader di un partito di minoranza.

“I soldi per Kiev sono finiti, ce li metta l’UE. Meloni? Ha scommesso contro Trump, sull’Ucraina torni alle idee di prima”, affermava Bannon due anni fa.

La premier Giorgia Meloni, diceva Bannon, può essere un ponte tra America e Europa “se resta fedele alle sue convinzioni fondamentali”, cioè se torna indietro rispetto all’atlantismo dimostrato nella prima fase di mandato, mentre alla Casa Bianca sedeva il democratico Joe Biden.

Bannon guidava il braccio mediatico del movimento trumpiano Make America Great Again (MAGA) ed era animatore di un podcast chiamato War room.

In un’intervista al Corriere della Sera Bannon ribadiva i principi isolazionisti del movimento MAGA: “Non abbiamo bisogno di aiuto da nessuno in Europa. I populisti hanno preso questo Paese, Trump è un grande leader e sono certo che sarà magnanimo, ma il movimento MAGA, che è più a destra di Trump, dirà che l’Europa non ha fatto nulla per gli Stati Uniti. Vi abbiamo salvati nella Prima e Seconda guerra mondiale, nella Guerra fredda e in Ucraina. Basta”.

Interrogato sul ruolo di Giorgia Meloni e del governo di destra italiano, il teorico sovranista si mostrò piuttosto critico con la premier “Abbiamo un modello, America First: riportare la sicurezza economica e lavorativa nel Paese. Se volete un partner, ok, sennò va bene uguale. Al movimento MAGA non serve un ponte, perché Le Pen, Farage e Orbán sono con noi. Raccomanderei a Meloni: sii ciò che eri quando i Fratelli d’Italia erano al 3%”.

In buona sostanza per Bannon, la posizione “atlantista” in politica estera di Giorgia Meloni sarebbe troppo moderata e vicina alla realpolitik democratica.

Bannon disse che “molti, nel movimento MAGA, pensano che Meloni si è quasi trasformata in una Nikki Haley. È stata tra i più grandi sostenitori della continuazione della guerra in Ucraina. Però, l’Italia non ha fatto abbastanza per tenere il canale di Suez aperto per il commercio: tra i gruppi tattici di portaerei là, credo che ci sia solo una corvetta italiana. Comunque penso che il suo atteggiamento cambierà con l’arrivo del presidente Trump, che la convincerà a cambiare posizione sullo scenario ucraino”.

Insomma, abbracciare Zelensky è il peccato che Bannon imputa a Giorgia Meloni.

Peccato sicuramente, se guardiamo alla trovata di Zelensky di rinominare un’unità dell’esercito di Kiev intitolandola a un’organizzazione nazionalista nazista.

Tale fazione storica, che ha collaborato con i nazisti e che era legata al nazionalista nazista Stepan Bandera è ritenuta responsabile in Polonia della morte di oltre 100.000 polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale: un vero e proprio genocidio. Tutto sommato a Zelensky meglio dare un saluto formale. Basta abbracci a chi ha nostalgie naziste.

“Trump – disse allora Bannon – dirà che vuole la pace in Ucraina. È evidente che vuole porre fine a questa semi-ossessione di spingere la NATO quasi in territorio russo. Lui non l’appoggerà, ma Meloni l’ha fatto, è stata al gioco. È piuttosto ovvio che aveva scommesso che Trump non sarebbe più tornato. La scommessa era sbagliata, non ha pagato. Ora che Trump è tornato, il movimento MAGA è più forte che mai e ci prenderemo l’apparato della sicurezza nazionale e della politica estera”.

Il 30 gennaio di quest’anno, Steve Bannon ha alzato il livello dello scontro con l’Europa e con l’Italia. In una lunga intervista a la Repubblica, l’ex consigliere strategico di Donald Trump ha usato toni durissimi contro il governo italiano e la Nato.

Bannon ha preso di mira direttamente la presidente del Consiglio italiana: “Lei era fantastica, ora è diventata una globalista totale”. Secondo l’ex consigliere di Trump, Meloni avrebbe scelto una linea opportunistica: “Ha giocato il gioco della UE perché le servivano i soldi, e quello della NATO”.

Bannon non è mai andato d’accordo con Meloni, ma racconta delle sonore fandonie quando confonde il ruolo della Meloni come leader di un partito e quello della stessa Meloni come presidente del Consiglio di una coalizione di governo entro la quale ci sono la Lega, che con Bannon va d’amore e d’accordo e Forza Italia che sta con il Partito popolare europeo.

La Lega è il principale promotore del gruppo europeo dei Patrioti per l’Europa (Patriots.eu), nato dopo le elezioni del 2024 e comprendente formazioni sovraniste e conservatrici.

Ne fanno parte, oltre alla Lega, Rassemblement National per la Francia (storicamente guidato da Marine Le Pen e presieduto da Jordan Bardella), Fidesz per l’Ungheria (il partito di Viktor Orbán), ANO 2010 per la Repubblica Ceca, il Partito per la Libertà (PVV) per i Paesi Bassi (guidato da Geert Wilders) e il Partito della Libertà Austriaco (FPÖ).

A destra c’è anche L’Europa delle Nazioni Sovrane (ESN), uno schieramento noto per posizioni identitarie radicali, formato da partiti di estrema destra e sovranisti.

I principali partiti nazionali che compongono il raggruppamento sono AfD (Germania), Konfederacja Wolnosc I Niepodleglosc (Polonia), Văzraждане (Bulgaria), Hnutie Republika (Slovacchia), Futuro Nazionale (Italia), Reconquête (Francia), Svoboda a přímá demokracie (Repubblica ceca), Mi Hazánk Mozgalom (Ungheria) e Tautos ir teisingumo sąjunga (Lituania).

C’è poi il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), una coalizione di destra conservatrice. Ne fanno parte Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, Diritto e Giustizia (PiS – Polonia), Vox (Spagna) e altre delegazioni minori come i Democratici Svedesi, il Partito Popolare Estone (EKRE) e formazioni rumene e ceche.

Steve Bannon ha coltivato rapporti significativi con varie forze di destra e sovraniste europee, soprattutto dopo la sua uscita dalla Casa Bianca nel 2017, con l’obiettivo di creare una rete populista anti-UE in vista delle elezioni europee del 2019.

Nel 2017-2018 Bannon ha fondato The Movement, un’organizzazione con sede a Bruxelles (diretta da Mischaël Modrikamen, del Partito Popolare belga) per fornire consulenza, dati, analisi e supporto strategico ai partiti populisti di destra. L’idea era di formare un “supergruppo” al Parlamento Europeo per contrastare l’establishment UE.

Il progetto ha avuto successo limitato a causa dello scetticismo verso Bannon e le sue posizioni.

Steve Bannon, ecco il punto da osservare, conta ancora molto come influencer negli USA, soprattutto nella galassia MAGA populista di destra.

War Room, il suo podcast – show quotidiano (fino a 22 ore a settimana), resta uno dei canali più ascoltati e mobilitanti dell’ala hard del trumpismo. Serve come hub per attivisti, per diffondere linee politiche e per coordinare la base.

Bannon è considerato uno degli architetti ideologici del MAGA. Molti lo vedono come voce della “vecchia guardia” Trump contro gli “oligarchi tech”. Non ha un ruolo formale nell’amministrazione Trump 2.0, ma influenza tramite media e rete. È visto come figura chiave per tenere viva la base populista.

Bannon è uno dei top influencer conservatori “di battaglia”, insieme a figure come Tucker Carlson, il giornalista che si è ritagliato un ruolo da voce populista che critica duramente la “ruling class” (élite) americana – fatti di banchieri, corporation, media e politici – accusandola di aver tradito la classe media e operaia con globalizzazione, immigrazione di massa, offshoring di posti di lavoro e guerre inutili.

Tucker Carlson è diventato chiaramente anti-israeliano (o almeno anti-sostegno incondizionato USA a Israele). Critica il rapporto USA – Israele come “tossico” e un fardello strategico: definisce Israele un paese “insignificante” (9 milioni di abitanti, nessuna grande risorsa) che succhia risorse americane senza dare abbastanza in cambio.

Ha detto che bisognerebbe “staccarsi” da Israele il prima possibile, accusa il governo israeliano di influenzare eccessivamente la politica USA e UK (fino a dire che toglie sovranità), e ospita ospiti critici o complottisti.

E qui si colloca un’altra delle narrazioni roboanti di Donald Trump: “Netanyahu non avrà altra scelta che accettare un cessate il fuoco negoziato tra Stati Uniti e l’Iran: perché qui comando io, soltanto io”.

In effetti non comanda lui ma deve soddisfare Tucker Carlson (che sta organizzando un terzo partito) e l’ala contro Israele – USA.

In sintesi, Trump fa il cafone e il gradasso all’esterno per pacificare la sua base in vista delle elezioni di medio termine.

Secondo quanto informano organi di stampa, Giorgia Meloni, in vista del vertice di Ankara, avrebbe parlato anche con autorevoli esponenti dello staff dello stesso Donald Trump. Il suo rapporto con il genero, il marito di Ivanka, Jared Kushner, è tanto riservato quanto rodato.

Esiste una consuetudine al confronto, che va avanti da parecchio tempo. E sembra che nelle ultime ore, prima o poco dopo il meme sessista che le ha rivolto il suocero di Jared conta il giusto, i contatti fra i due si siano rinnovati e abbiano avuto modo di chiarire alcune cose, e anche di constatare che persino nello staff della Casa Bianca c’è molta irritazione per l’ultima uscita del presidente.

Sembra che Trump si sia legato al dito il video del G7 in cui Meloni sembra spiegargli alcune cose con l’indice puntato verso di lui. I rumors dicono che il presidente americano passa buona parte del suo tempo a leggere sia i commenti italiani, sia quelli americani sui post che riguardano i suoi recenti scambi con Meloni durante il G7 in Francia, nel resort di Evian. Commenti che alimentano una frattura personale e non politica, e sulla quale esistono margini quasi nulli di riparazione.

Trump si sarebbe irritato perché ha insultato Merz e Macron, che hanno abbozzato, mentre meloni ha risposto per le rime.

Ieri c’era la certezza che Meloni non sarebbe stata al tavolo di Trump, visto che il protocollo ha optato per tanti tavoli diversi, per almeno una quarantina di ospiti e i funzionari dello staff sostenevano: «Non sarà gelida, di più».

Veniamo alla questione più rilevante, ossia la posizione dell’Unione Europea e di gran parte dei Paesi NATO.

Oltre alla questione green, che sta distruggendo il Vecchio Continente, il contrasto vero con l’Amministrazione Trump riguarda l’Ucraina.

A quanto pare Trump sta giocando con Zelensky come il gatto con il topo. Da una parte dice agli europei che se vogliono sostenerlo devono cacciare i quattrini e comperare le armi dagli Stati Uniti, dall’altro dice che è necessario chiudere la guerra in Ucraina.

Il quadro nel quale si colloca la strategia di Trump è quello che considera la Russia non più un nemico dell’America e un pericolo per l’Europa, a differenza degli inglesi e di molti Paesi europei, che continuano ad agitare i fantasmi dell’invasione delle armate russe dilaganti nei Paesi del Vecchio Continente.

Il turco Erdogan, in questo scenario, è il perfetto mediatore per una possibile pace, mentre gli europei sono evidentemente non solo utili, ma ostativi, per le loro insulse posizioni, ad un possibile accordo tra Kiev e Mosca.

Da qui tutta la partita aperta, i cui sviluppi vedremo oggi, dopo che ieri si sono intrecciati colloqui tecnici.

Notazione finale. La massima responsabilità di quanto accade tra le due sponde dell’Atlantico ricade sul Partito popolare europeo che continua a sostenere il mostro di Bruxelles assieme a verdi e socialisti.

Se l’Europa vuole riprendere un rapporto serio con gli Stati Uniti deve chiudere la folle vicenda iniziata a Maastrischt, smettere di finanziare Zelensky, chiudere la partita con Putin e per fare questo deve mandare a casa socialisti e verdi (e loro aggregati).

Non possiamo avere una Kaja Kallas che interpreta l’isteria baltica, una Ursula von der Leyen che è la responsabile di tutti i disastri del Vecchio Continente.

Qui Trump sarà cafone, ma ha ragione.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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