Home Opinioni I Mondiali e l’immigrazione

I Mondiali e l’immigrazione

0
I Mondiali e l'immigrazione

Argomenti apparentemente distanti che condividono la stessa dinamica colonialista

Le prospettive future del nostro sistema pensionistico ci obbligano a scegliere tra due soluzioni.

Combattere la denatalità, per avere lavoratori italiani futuri che pagheranno le pensioni italiane future, oppure riempire le carenze demografiche con sostituti etnici più facilmente disponibili allo sfruttamento per estrarre reddito imponibile, salvaguardare i prezzi e aumentare i profitti.

La prima soluzione, la lotta alla denatalità italiana, implica un’inversione di rotta del nostro sistema economico orientato alla redditività finanziaria e alla decompressione della spesa pubblica.

Impossibile: la nostra vecchia socialdemocrazia è praticamente considerata illegale dai Trattati Europei.

Dunque, dobbiamo fare quello che gli europei hanno sempre fatto: schiavizzare gli altri popoli (il nuovo moralismo di oggi ci impone di chiamarla “accoglienza”, che “schiavismo” pare brutto).

La parte dei lavoratori immigrati che non viene schiavizzata nel lavoro nero, viene contrattualizzata nei settori con carenza di manodopera e versa contributi.

Gli economisti prevedono che molti di loro torneranno in patria prima del termine dell’età lavorativa, per portare i risparmi accumulati alle proprie famiglie d’origine.

Dunque, saranno lavoratori, ma non saranno pensionati: una manna dal cielo (o meglio, dal mare).

A parte le brevi e oggettive crisi emergenziali, è questa somma di interessi materiali che ha portato il tema dell’immigrazione nel dibattito pubblico.

È per questo che Confindustria lancia appelli, che la Bocconi organizza seminari, che la Commissione UE stila programmi, che televisioni e giornali creano la retorica dell’accoglienza zuccherosa, che i partiti progressisti hanno inserito la questione nella loro agenda, che i partiti conservatori hanno fondato carriere sul fingere il contrasto all’immigrazione – che se finisce, finiscono pure le carriere – e che un’intera industria di professionisti dell’accoglienza lucra sulle tratte ne*riere.

Se l’immigrazione di massa diventasse integrazione di massa, come vorrebbero le ormai celebri anime-belle-de-sinistra, i costi in termini di welfare sarebbero superiori ai benefici, le uscite superiori alle entrate.

E, dunque, il tema non esisterebbe nel dibattito pubblico. Sarebbe giusto, inclusivo, emozionante, ma non esisterebbe.

Nella misura in cui il tema esiste, una politica di immigrazione è un programma di sfruttamento.

Quindi, avere un atteggiamento critico nei confronti dell’immigrazione equivale ad avere un atteggiamento critico nei confronti dello sfruttamento, non dell’integrazione, perché non ha senso criticare qualcosa (l’integrazione) che non fa parte delle cose possibili.

Capire questi simpatici dettagli della realtà è fondamentale per poter interagire con essa. Ma sappiamo che, non appena una persona di sinistra comprende la realtà, è subito considerata rossobruna. O, addirittura, razzista.

Allora rilassiamoci un po’ e parliamo di calcio. Parliamo dei mondiali. Perché anche qui assistiamo a una dinamica strutturalmente colonialista, ma con accusa automatica di razzismo per chiunque la critica.

La Francia ne è l’esempio lampante. Tifosi bianchi sugli spalti che applaudono una squadra di neri in grado di fare il lavoro sporco che loro, i bianchi francesi, non hanno mai saputo fare: giocare a calcio.

In tal modo condannando ad altri decenni di irrilevanza le nazionali africane, private dei loro migliori talenti (il “derby” Marocco – Francia potrà essere una grande rivincita africana in questo senso).

La Francia è all’avanguardia di una tendenza generale europea di lungo periodo. Se guardiamo le percentuali di immigrati di seconda generazione nelle rose delle nazionali europee, esse sono circa il doppio delle corrispondenti percentuali demografiche.

Questo accade perché le famiglie di immigrati vedono nel calcio una delle poche occasioni di ascensione sociale, e anche perché i loro figli hanno una costituzione fisica più adatta a questo sport. Insomma, sono mediamente più bravi dei bianchi europei.

Eh sì, perché nel calcio le differenze etniche sono differenze fisiche. Neri e mulatti (inclusi brasiliani, magrebini ecc.) hanno sempre avuto un atletismo superiore, una muscolatura più potente ma asciutta, insieme agile e adatta alla corsa. Non sono generalizzazioni, ma distribuzioni medie di massa muscolare, fibre rapide, stazza.

I bianchi europei hanno storicamente dovuto rimediare a questo gap fisico mediante la creazione di scuole tattiche all’interno di un contesto socioeconomico più favorevole (strutture, vivai, professionismo ecc.).

Se prendiamo atleti di colore e li educhiamo alla tecnica e alla tattica nelle strutture europee, avremo un ibrido imbattibile. Avremo la Francia. Che è un po’ come truccare il mazzo.

Inutile lamentarsi, il mondo cambia. Del resto, lo stesso Brasile, in passato, ha beneficiato della popolazione nera importata dagli schiavisti portoghesi. La Francia, ormai da tempo, ha spodestato il Brasile sul trono di questo sport. Non parliamo semplicemente di un paio di mondiali, parliamo di un passaggio d’epoca.

Come spiegava bene Gianni Brera, “catenaccio e contropiede” è stato il metodo italiano per supplire alle carenze fisiche dei nostri atleti, nel confronto con nord-europei (più alti), slavi (più potenti) e neri (più potenti e più veloci).

I tedeschi hanno rimediato al “deficit bianco” alla loro maniera: hanno saputo sfruttare per un secolo la propria altezza, ma alle scarse doti di agilità e velocità hanno risposto con la solidità dell’organizzazione e della mentalità.

Gli olandesi, liberi da qualsiasi inibizione germanica alla creatività, hanno inventato il calcio totale privo di ruoli, talmente fuori da ogni schema da durare troppo poco (non senza aver prima rivoluzionato l’intero movimento).

Gli spagnoli, con molto ritardo, hanno scoperto la ricetta adatta alla loro costituzione fisica: il tiki-taka. A dispetto delle apparenze, il tiki-taka è stata una tattica difensivista, non offensivista.

Il presupposto del tiki-taka è lo stesso del catenaccio: “se giochiamo alla pari vincete voi, che siete più alti, più potenti e più veloci, dunque ci serve uno stratagemma per NON giocare alla pari”.

Lo stratagemma spagnolo è quello di portarsi a casa il pallone. La palla dobbiamo averla noi, perché se poco poco ce l’avete voi ci schiacciate subito, perché siete fisicamente più prestanti.

Il tempo deve trascorrere mentre noi facciamo passaggi orizzontali inutili, la partita non si deve giocare, perché se si gioca vincete voi. E quando siete stanchi per aver rincorso a vuoto il pallone, imbuchiamo e facciamo gol.

Gli spagnoli sono sempre stati bravi tecnicamente senza mai vincere nulla; hanno iniziato a vincere quando hanno trovato lo stratagemma per annullare la superiorità fisica degli avversari.

Lo stratagemma italiano per decenni è stato un altro: attendismo tattico. Venite pure, vi aspettiamo dietro, linea bassa, marcature a uomo, raddoppi, centrocampo che è una seconda difesa, difensori d’area addestrati alla mischia e alla pugna (diventati per questo i migliori del mondo).

Aprite le vostre linee. Appena conquistiamo palla vi entriamo come lama nel burro. La daremo al nostro centrocampista cerebrale (Albertini, Pirlo) che la smista alla nostra ala veloce che ribalta il gioco (Conti, Donadoni), che la passa al nostro fantasista pigro che è rimasto alto (Rivera, Totti), che la pennella per il nostro ariete che fa gol (Riva, Vieri).

Il contropiede da manuale andato in scena a Dortmund nel 2006 ha concluso un’epoca della storia calcistica italiana.

Questo dunque va notato: inglesi e francesi sono i bianchi europei che hanno sempre perso perché non hanno mai saputo creare stratagemmi tattici per rimediare al “deficit bianco” e che, non a caso, hanno iniziato a ottenere continuità di risultati solo grazie al meticciato atletico. I francesi negli ultimi 30 anni, gli inglesi negli ultimi 10.

Le scuole classiche, invece, come la tedesca, che avevano trovato un loro metodo per superare il deficit, sono state penalizzate dalla mescolanza etnico-atletica. L’exploit tedesco del 2014, salutato da tutti come uno dei benefici delle seconde generazioni, si è rivelato un inganno estemporaneo.

Certo, ha aggiunto fantasia al gioco teutonico: per la prima volta nella sua storia, la Germania ha schierato un n. 10 nel senso latino (non uno alla Overath), un “fantasista” come lo chiamiamo in Italia (dove ne abbiamo avuti molti) – e infatti il primo n. 10 tedesco non era affatto un tedesco, ma un turco nato in Germania: Mesut Özil (davvero devo spiegare perché un turco che nasce in Germania non è tedesco? E che tedeschi inizieranno a essere, forse, i figli dei suoi figli dei suoi figli? – le culture dei popoli sono cose serie, lente a diluirsi, e si riflettono anche nello sport, non sono timbri dell’ufficio anagrafe.

La Germania ibridata ha acquisito qualcosa in talento, ma ha perso l’anima che l’ha contraddistinta per un secolo: non le vittorie, ma la continuità. Non era mai accaduto che per tre mondiali di seguito non arrivasse nemmeno agli ottavi.

Se la Germania non vinceva, quasi sempre arrivava minimo in semifinale, calpestando tutto e tutti come una divisione corazzata. Con calcolo, senza quasi passione. Organizzazione, razionalità, freddezza, tracotanza. Ma è difficile mantenere una mentalità tedesca, se in campo mezza squadra non è tedesca.

Noi italiani abbiamo inserito ancora pochissimi innesti stranieri per trarre un bilancio. I nostri fallimenti derivano, oltre che da tutti i problemi strutturali, anche dall’abbandono del credo catenacciaro, ormai improponibile nell’epoca del VAR (lo affermano i nostri difensori storici).

Siccome si prevede che resteremo a lungo più poveri dei Paesi del Centro-Nord Europa, che attrarranno un maggior numero di migranti economici, la strada del meticciato potrebbe non portarci troppo lontano, né potranno fare molto gli oriundi che furono la nostra fortuna negli anni 30, prima del catenaccio.

Se rinunciamo, per necessità, al difensivismo italiano, la nostra unica strada è abbracciare il difensivismo spagnolo: il possesso palla, il centrocampo ragionatore che ci ha fruttato due finali (una persa, una vinta) a Euro 2012 e Euro 2020.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui