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TRA SINDACATO E IMPRENDITORI DIALOGO INESISTENTE

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Riprendo la riflessione, lanciata su questo giornale da Giuseppe Augieri, riguardante il rapporto tra welfare e mondo produttivo reale, ossia tra il capitalismo di impresa e i lavoratori, che ha avuto, nella fase più avanzata del welfare in Europa (e non altrove) come elemento portante la Mitbestimmung (codecisione) introdotta dalla socialdemocrazia tedesca.

Per trovare una stagione contrattuale vera, che affronti i temi degli interessi coesistenti delle aziende e dei lavoratori che in esse operano, è necessario risalire alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso.

Con gli anni Novanta del secolo scorso prende avvio l’ingessatura dei sindacati e di Confindustria, mentre si inaugura una stagione di progressiva trasformazione del sindacato e delle organizzazioni datoriali in succursali dello Stato e dell’Inps, ossia in soggetti erogatori di servizi che mettono in soffitta la loro essenza di agenti contrattuali e si adeguano alla nuova stagione politica.

La trasformazione avviene, infatti, in concomitanza con la svendita dell’Italia decisa sul Britannia e con l’avvio dell’intesa tra la sinistra democristiana e quel che resta del partito comunista. Intesa che sfocia nell’Ulivo di Prodi e D’Alema e poi nel Pd.

La progressiva trasformazione di sindacato e Confindustria in servizi decentrati, avviene anche con il trasferimento di denaro in pagamento degli stessi e in associazione alla maggiore organizzazione degli industriali delle grandi aziende dello Stato.

Sindacati e organizzazioni datoriali sono di fatto statalizzati, in una logica sovietica.

Che il re sia nudo lo mette nero su bianco la Fiat annunciando che dal primo gennaio 2012 lascia Confindustria.

La conferma arriva alla presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, con una lettera firmata dall’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, il quale scrive: “Ti confermo che, come preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, Fiat e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria con effetto dal 1 gennaio 2012”.

La rottura è maturata sul tema dei contratti nazionali e sulla forte presa di posizione del Lingotto che chiedeva più spazio di manovra per la contrattazione aziendale. 

Il tema, dunque, in questi trent’anni, nei quali la sinistra è stata prigioniera della logica cattocomunista dell’Ulivo, è che gli agenti contrattuali che potrebbero essere attori di un confronto relativo ad una nuova stagione di accordi che contemplino e armonizzino gli interessi dell’impresa (la messa a mille, come ripete spesso l’amico Pietro Imberti, protagonista della stagione degli integrativi) e dei lavoratori, non lo sono. Così come non lo sono con il necessario corollario del welfare che, in quanto interesse generale, dovrebbe vedere le organizzazioni dei produttori interloquire con lo Stato per chiedere efficienza e trasparenza.

La triste vicenda del Covid ha visto organizzazioni degli imprenditori e sindacati totalmente appiattiti su logiche di assoluta non scientificità (come si va dimostrando in varie parti del mondo, meno che in Italia), proni ad una sinistra della quale sono diventati i ventriloqui impotenti.

Oggi, a dimostrazione che il sindacato è prigioniero di logiche politiche che nulla hanno a che fare con la realtà, la Cgil lancia una campagna referendaria, in sintonia con il Pd, contro il precariato dilagante e lo fa mentre l’Istat certifica che in un anno ci sono 600 mila occupati permanenti in più e  200 mila “precari” in meno.

Il sindacato dovrebbe pensare di più al rinnovo dei contratti, ma non ne è più capace, perché si è persa la formazione dei quadri, che una volta avveniva in fabbrica o negli uffici, dove il rappresentante sindacale conosceva le dinamiche produttive e, anche se si trasferiva nelle segreterie sindacali verticali, manteneva la professionalità acquisita sul campo.

Un tempo si arrivava alle segreterie dei sindacati di categoria provenendo dai posti di lavoro. Oggi il sindacato è Caf, centro servizi, uffici di assistenza vari.

La sicurezza delle entrate viene dalle tessere rese automatiche nel loro rinnovamento e trattenute su stipendi e pensioni e dai trasferimenti dallo Stato per i servizi resi e la verticalizzazione delle risorse, in atto, fa sì che le organizzazioni territoriali contino sempre meno, in quanto ricevono le loro risorse dal centro, mentre le figure apicali pensano a fare politica.

Il sindacato, così com’è, dal punto di vista di un possibile patto tra produttori per una nuova stagione di relazioni, è inadatto e, si può dire, inutile.

A provare a riportare il sindacato sulla via della contrattazione ci sta provando la Cisl, ma in assoluta solitudine.

Confindustria, dopo la pessima stagione di Bonomi, caratterizzata da un’assenza totale di progettualità e di idee, prossimamente sarà guidata da Emanuele Orsini, il quale promette che punterà ad essere “centrale, di prospettive, di proposte. Una Confindustria che vorrà fare sintesi” e dovrà essere “piena di proposte in Italia e in Europa”, per “poter dare al Governo e all’Europa soluzioni per la crescita delle nostre imprese”.

Nelle intenzioni sarà tutto quello che non è stata.

Se guardiamo alle parole d’ordine del programma di Orsini, tuttavia, c’è poco da sperare, in quanto rispondono alle solite litanie unitarie.

“Le tre parole che abbiamo usato proprio nella costruzione del programma – ha dichiarato Orsini – sono dialogo, identità, unità. Dialogo: per noi è fondamentale, vuol dire mettere al centro le imprese. Identità, quindi far sentire l’ultimo nostro associato, ogni categoria, ogni associazione parte di un progetto perché solo in quel modo riusciamo a costruire un’identità di Confindustria. E unità: basta con divisioni come tra grandi e piccole, non esistono aziende grandi non nate piccole, abbiamo bisogno di unire. Abbiamo bisogno che le aziende grandi siano le nostre portabandiera nel mondo e che le aziende, comunque grandi, facciano crescere i piccoli perché solo in quel modo riescono a crescere le aziende”.

Nel merito delle sfide che deve affrontare Confindustria, Orsini sostiene che “il tema della competitività sarà un tema chiave in Europa, anche il tema dell’energia sarà un tema chiave, e un altro tema chiave che noi abbiamo messo al centro del nostro programma è sicuramente la certezza del diritto: abbiamo bisogno che le imprese e le istituzioni siano sempre più vicine per far crescere le nostre imprese”.

La logica di rilancio della Mitbestimmung, come vorrebbe Giuseppe Augieri, come si può ben vedere, è lontana mille anni luce dai pensieri di quelli che dovrebbero essere i protagonisti di un dialogo sociale tra produttori.

La sovietizzazione ulivista ha inciso profondamente nei soggetti che un tempo erano contrattuali, riducendoli a soggetti politici di riserva per le alchimie politiche dei partiti.

Triste realtà. La contrattazione rimane oggetto ormai strutturalmente dimenticato.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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