Home Cultura SULL’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA (parte seconda)

SULL’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA (parte seconda)

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di Angelo Giubileo

Dice Plutarco che: “se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo” (Iside e Osiride, 35 e). E dunque, secondo il detto di Plutarco, l’immortalità non attiene affatto a una forma di trascendenza, bensì di immanenza, hic et nunc.

Nel Fedone (107 d – 115 a), Socrate (o Platone), prima di essere giustiziato, dice a Simmia che: “… Certo, ostinarsi a sostenere che le cose siano proprio così come io le ho descritte, non si addice a uomo che abbia senno: ma che sia così o poco diverso di così delle anime nostre e delle loro abitazioni, dopo che s’è dimostrato che l’anima è immortale, sostener questo mi pare si addica, e anche metta conto di avventurarsi a crederlo…”.

E dunque, secondo il detto finale di Socrate (o Platone), la dimostrazione che l’anima è immortale prescinde dall’esistenza di una vita ultraterrena o trascendentale, oggetto viceversa di un credo che esula dalla dimostrazione suddetta. Una dimostrazione che, dice lo stesso Socrate (Platone), è propria dei filosofi ovvero “quelli i quali, fatti mondi e puri dalla filosofia, vivono il resto di lor vita senza legami corporei”.

Ma, nella forma apparente del testo, qui evidenziato in corsivo, sembra esserci una evidente “contraddizione”, dato che è impossibile, anche per il filosofo, vivere una vita senza legami corporei. E allora direbbe ancora lo stesso Heidegger che “né la traduzione né la delucidazione hanno un peso fintanto che ciò che è pensato nella parola di (n.d.r.: nel caso in esame Platone) non ci tocca direttamente”. Aggiungendo immediatamente che: “tutto dipende dal nostro prestare o meno attenzione al richiamo proveniente dalla parola pensante. Solo così, prestando attenzione al richiamo, conosciamo il detto”.

E allora cosa intende piuttosto Plutarco quando dice che: se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo? E’ logicamente dimostrabile che la conoscenza e il pensiero della realtà generano una vita immortale? E che, in mancanza della conoscenza e il pensiero della realtà, l’immortalità è tempo?

Iniziamo allora da qui: cosa significa il detto “l’immortalità è tempo”?

Il termine latino tempus, oris, tradotto con “tempo” “misura del moto della luce”, deriva anch’esso dal sanscrito tam che, sempre secondo l’analisi dello stesso Rendich, sta per “misura (m) del moto tra due punti (t)”, “spazio delimitato”, “in origine: “misura (m) del moto della luce (t)”. Ovvero: misura del moto (di ciò che è) visibile. E tuttavia, significato questo che muta, ed è così diversamente tradotto e interpretato mediante i termini latini tem.plum –spazio celeste delimitato dall’augure al fine di interpretare i presagi”, “spazio consacrato agli dei” – e (con)tem.plo,-are – “essere in sintonia con il templum”, “contemplare”. E quindi: ciò che (τὸ χρεὼν) è visibile e in sintonia con il tempo che scorre. Una vita e un tempo, che si dice immortale.

Ma altresì: se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo. E dunque una vita e un tempo immortale frutto o prodotto di la conoscenza e il pensiero della realtà, ciò che (τὸ χρεὼν) costituisce la vita e il tempo dei filosofi, fatti mondi e puri dalla filosofia.

Giunti a questo punto, consiglierei ancora un rinvio alla testimonianza di Plutarco, e in particolare laddove nell’adversus Colotem, in riferimento a Parmenide, scrive (1114, c-e): “Poiché, prima ancora di Platone e di Socrate, egli comprese che la natura possiede qualcosa di opinabile, ma possiede anche qualcosa di intellegibile e che ciò è oggetto di opinione è instabile ed errante in molte affezioni e mutamenti col suo diminuire e crescere, ed è differente per persone differenti e non provoca mai la stessa sensazione neppure per la stessa persona; mentre ciò che appartiene all’intellegibile è di un altro genere, essendo esso ‘tutto intero, immobile e ingenerato’, come egli stesso dice, e rimanendo esso identico a se stesso e fisso nell’essere. Colote, presentando calunniamente queste cose a partire dal modo di parlare e attaccando il discorso non nel merito bensì nel modo di esprimersi, afferma senza motivo che Parmenide ha eliminato completamente tutte le cose, nella misura in cui ha supposto che l’essere sia uno. Ma Parmenide non abolisce nessuna delle due nature, bensì, attribuendo ad ognuna ciò che le è proprio, ha posto l’intellegibile nella forma dell’uno e di ciò che è e lo ha chiamato “ciò che è”, perché eterno e immobile, e “uno”, perché identico a se stesso e non ammette differenza; mentre ha posto il sensibile nella forma del disordinato e del mutevole”.

Ma allora: cos’è questo eterno e immobile, identico a se stesso e (che) non ammette differenza? Plutarco aggiunge immediatamente di seguito: “Di queste cose inoltre bisogna conoscere il criterio, ‘sia il cuore fermo della ben persuasiva Verità’, che coglie l’intellegibile e ciò che è sempre allo stesso modo, ‘sia le opinioni dei mortali nelle quali non risiede alcuna veritiera garanzia’ poiché esse si accompagnano a realtà che ammettono cambiamenti di ogni sorta, affezioni e irregolarità”. Il criterio, che dice Plutarco, è il fondamento stesso dell’uomo, l’essenza, direbbe ancora Heidegger, nei suoi Holzwege, di ciò che è “umano”.

Ma ancora: secondo il modo di parlare e il modo di esprimersi, sembra proprio che ci troviamo nel bel mezzo di ciò che il poeta, Paul Valery – insieme agli autori di Il mulino di Amleto, Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend – chiama “implesso” e cioè vediamo le cose ma non vediamo l’ordine nascosto delle configurazioni visive.

E allora, in relazione al pensiero dell’inizio di ogni inizio che è, quali sono “le cose” che vediamo? E quale è l’ordine nascosto di esse?

In ordine al primo interrogativo, un brano del 129° inno rgvedico, noto come il Nāsadīyasūkta, più di altri ci fornisce la chiara immagine delle due “configurazioni visive” dell’inizio: “Non c’era morte allora, né immortalità. Non c’era notte. Non c’era giorno. Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza un respiro. Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla”. E dunque siamo in presenza di due figure opposte: giorno e notte, immortalità e mortalità, Uno e Nulla. Ma: sul “Nulla”, la dimostrazione di Parmenide – che dice Plutarco precede quella di Socrate e Platone – si rivela de-terminante: l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere. Mai sarà dimostrato che esista ciò che non è (frammento 7/8 v. 1). Così che, in definitiva, il-pensiero-dell’inizio-di-ogni-inizio-che-è è: tutto è eterno.

Ma, non rinunciamo a un’ultima delucidazione. Sempre mediante ciò che scrive Franco Rendich, ritorniamo pertanto al prefisso con cui abbiamo aperto questa disamina: Le radici an “respirare”, jan “generare”, jna “conoscere”, esprimono pertanto la sapienza e il potere vitale delle Acque e sono all’origine dei termini latini an-imus “anima”, gen-itus, “generato”, gen-itor, “genitore”, (g)no-sco “conoscere”, (g)na-scor “nascere”. D’altro canto le Acque, che contengono l’amrta “il balsamo che rende immortali”, nel generare l’uomo (jan) avevano deposto nel profondo del suo cuore il seme dell’immortalità, l’atman: “misura (m) del respiro (an) delle Acque che vagano (at) nell’universo”. Pur se in misura limitata (m) l’an-imus umano si identifica con lo spirito eterno delle Acque che si espandono (at) nel cosmo infinito.

E quindi, anche qui, viene confermato che il vero fondamento del pensiero e della conoscenza della realtà è la vita immortale. In sanscrito, mr sta per “raggiungere (r) il limite (m)”, “morire” e il prefisso mr regge anche il termine mrg, mrgyati “cacciare””. Nel merito, sempre Rendich annota: Il senso era “muoversi al limite” ove erano sepolti i morti. Qui iniziavano il bosco e la foresta, cioè i territori di caccia. Così che: le configurazioni visive mutano, lo spazio nuovo è occupato dal Cacciatore celeste, dal Cervo, dal Toro, dall’Agnello e quant’altro inerente a un rito, che non è più tanto il rito quotidiano dell’inizio – giorno e notte, luce e tenebra -, quanto piuttosto il rito sacrificale di tutto ciò che (τὸ χρεὼν) Aristotele nella sua Metaphysica (Λ 1074 b 12) definisce divino, tutto ciò che (τὸ χρεὼν) è eterno e immortale. Il latino ritus deriva dal sanscrito rta/u ovvero ciò che è giusto e giunge al tempo giusto.

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  • Redazione

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