
di Giorgio Cattaneo
I tempi parlano da soli, stiamo vivendo sconvolgimenti apocalittici. E se fossero il frutto di precisi piani, inconfessabili? Certo, risponderebbe prontamente il sincero osservatore, liquidato come complottista: ormai conosciamo retroscena imbarazzanti, con tanto di nomi e cognomi. Date fondamentali, riunioni segrete, patti scellerati che poi, alla fine, almeno in parte vengono alla luce. D’accordo, ma se ci fosse dell’altro ancora? Se lo sceneggiatore nero non la scrivesse neppure in questo mondo, la sua trama sulfurea? Se la incidesse – magari col sangue di qualche sacrificio – su una lavagna invisibile, al riparo dagli sguardi dei comuni mortali?
Il dubbio divenne certezza nell’assoluta convinzione degli gnostici, duemila anni fa: il loro Cristianesimo visionario e dolente considerava l’emanazione umana come imprigionata temporaneamente in una trappola, a cui sottrarsi seguendo l’insegnamento originario del Maestro. La rivelazione: non siamo di questo mondo, che è una sorta di prigione cosmica costruita a dispetto dell’Altissimo. Qualcosa di simile era riecheggiato nella predicazione di Mani, dopo la primigenia formulazione dualistica, quella di Zoroastro: la materia come tenebra, come incidente di percorso e come sfida. Dopo i bogomili, nel medioevo, i catari aggiornarono il copione: e non furono perdonati.
Anche l’uomo che osò parlare degli Infiniti Mondi fu bruciato vivo, a Campo de’ Fiori: correva l’anno 1600. Inammissibile, allora, fare discorsi che oggi potrebbero essere classificati come scienza, come fisica. E che dire dello stesso Dante? Secoli prima – come fa notare Maria Castronovo nei suoi libri – il genio fiorentino l’aveva addirittura messa in versi, la multidimensionalità immanente. Una mappa, la sua, per imboccare la via alata della trascendenza: e farlo qui e ora, non dopo la morte. Con anche una postilla: questo mio parlare in codice, avverte il sommo poeta, sarà compreso solo fra settecento anni. Cioè adesso.
Ci siamo? Quanto potere arcontico e demiurgico si può individuare nel nuovissimo dominio dell’intelligenza artificiale? Quanta volontà di potenza, ben al di là delle singole implicazioni bio-tecnologiche e socio-zootecniche? Quanta verità può riaffiorare, drammaticamente attualizzata, rivalutando quei formidabili moniti? Ne è sicuramente convinto Stefano Pica, psicologo forense, appassionato di esoterismo. Delle sue idee diede un saggio anni fa, ricorrendo all’espediente del romanzo: giusto per suggerire l’idea che la regia dell’attualità risieda in luoghi insospettabili e proceda addirittura attraverso oscuri atti magici, destinati a deformare l’agenda terrestre infliggendo continue sofferenze.
Leggendo il sequel, appena uscito (“La via del nord”), ci si cala necessariamente nei panni del protagonista-testimone, brillante ispettore di polizia catapultato di colpo nell’indicibile, ovvero “l’ombra del mondo”: la dimensione in cui tutto nasce. Fatalismo catastrofico? Tutt’altro: la partita è apertissima. Bene e male si combattono colpo su colpo, come in ogni noir che si rispetti, dalla periferia romana alla laguna di Venezia. Il romanzo parteggia per i maghi bianchi, la stirpe del Leone. Ma suggerisce che la chiave, comunque, è alla portata di ciascuno di noi: nulla è perduto, mai, se si tiene accesa quella sublime scintilla immortale.
(Il libro: Stefano Pica, “Nell’Ombra del Mondo – La Via del Nord”, edito da TerreSommerse, 167 pagine, 16 euro)





