Il prezzo di Renzi per entrare in coalizione
Non so a quale percentuale arriverà la lista capeggiata da Renzi dentro il campo largo.
Col sostegno che gli stanno dando gli alleati, che non lo invitano a pranzo, a cena e neppure a colazione e, per di più, in presenza di un’altra annunciata lista più o meno riformista dell’assessore romano Onorato e di qualche sindaco, ben vista dalla trimurti di sinistra e, soprattutto, dallo stratega Bettini, non credo possa superare il vincolo del 3%.
Oltretutto, PSI e Più Europa ancora sfogliano la margherita. Andranno con Renzi, coi civici o direttamente nel PD? Non è chiaro.
Ma l’ancora di salvataggio a Renzi la offre la nuova legge elettorale. Si tratta di un meccanismo già previsto dal Porcellum.
Là veniva recuperata la prima lista in coalizione che non avesse superato il 2% e qui é ugualmente prevista analoga salvaguardia per una lista, la prima, che non abbia oltrepassato lo sbarramento del 3%, sbarramento che invece vale per tutte le liste non coalizzate.
Sarà guerra dentro il campo largo tra la lista di Renzi e quelle dei civici? Paradossalmente, a ognuno dei due interesserebbe che l’altro superasse il 3% per potersi assegnare seggi anche solo col 2 e anche con meno.
È questo il prezzo di Renzi per entrare in coalizione.
Sì, i programmi e le primarie, i programmi prima delle primarie, i programmi senza primarie, la legge con le preferenze o senza preferenze, le preferenze con generi alternati contando anche il capolista bloccato o meno, fate pure quel che volete ma non toccate quella norma.
Resta il fatto che il campo largo dispone di una larga maggioranza di stampo massimal populista riassunta dalla triade Pd di Schlein, AVS di Fratoianni e Bonelli e Cinque stelle di Conte.
A proposito dei grillini, voglio inviare gli auguri di un pronto ristabilimento ad Alessandro Di Battista, colpito da un malore mentre si trovava nell’isola di Cuba per un reportage. La differenza di vedute non può offuscare il diritto alla vita per poterle manifestare.
D’altronde, non è un mistero che Grillo e lo stesso Di Battista stiano lavorando per mettere i bastoni tra le ruote a Conte con una lista che potrebbe valere per il campo largo quel che vale Vannacci per il centrodestra.
Politicamente cosa può determinare il recupero di una lista riformista che non raggiunga il 3%?
Una manciata di deputati, certo, ma anche la certificazione che i riformisti sono un’esigua minoranza nella coalizione; vedremo quanti riformisti del PD saranno candidati ed eletti.
Questa è una condizione che per la prima volta si verifica in Italia dal 1996, dalla nascita e dall’affermazione dell’Ulivo. E anche dopo perché il PD veltroniano nulla aveva a che fare col PD della Schlein.
Non è un caso che la sinistra che ha vinto abbia sempre disposto di una maggioranza dai caratteri riformisti.
Anche l’Unione del 2006, che per un pelo superò la coalizione di Berlusconi, si avvaleva di una maggioranza più o meno riformista e Rifondazione era collocata in una posizione fortemente e pesantemente minoritaria dalla quale poi si defilò.
Oggi, in Italia, è questa la novità.
Come i liberali sono in netta minoranza nel centrodestra (diciamo un 7 – 8% di Forza Italia) così i riformisti sono in netta minoranza nel centrosinistra.
Il bipolarismo italiano nulla ha a che vedere con quello anglosassone e poco ha a che vedere anche con quello mediterraneo. Forse è più simile a un bipolarismo di stampo sudamericano, in Paesi reduci da conflitti aspri, da guerre e da colpi di stato.
L’Italia, d’altronde, non è mai stata un Paese europeo. Fatta la legge gabbato lo santo. In quale Paese si discute sul woke che il 90% dei cittadini non sanno cosa sia.
Ma in quale Paese europeo e anche sudamericano si dispone uno sbarramento elettorale e poi non lo si applica per il primo che non lo raggiunge?






