
di Antonio Foccillo
L’estate porta con sé, fra le tante cose piacevoli anche la possibilità di leggere più frequentemente, anche se prevalentemente sono letture non impegnative, ma può essere anche l’occasione per riprendere qualche testo più “pesante” che porta a riflettere sui tanti quesiti della vita. Proprio per quest’ultimo concetto voglio porre un tema che non sempre viene affrontato con la necessaria capacità di analisi e con la giusta riflessione e che ha prodotto sconvolgimenti sulla nostra vita di cittadini: cioè, come è cambiato il concetto di sovranità popolare.
Oggi al termine sovranità corrisponde una quantità di interpretazioni e tante sfumature che giuristi, filosofi e politici, nel corso del tempo, le hanno dato senza definirne in modo certo il concetto. La stessa Costituzione (1) italiana recita “La sovranità appartiene al popolo” che può scegliere i suoi delegati all’amministrazione dello Stato, quantomeno in teoria, perché dopo seguono le parole “nelle forme e nei limiti della Costituzione” che, in effetti, riducono la sovranità. Ciò perché, a causa dei problemi interpretativi, la sovranità è vista piuttosto come il diritto di amministrare il proprio Stato.
Così, i cittadini scelgono, attraverso un sistema molto discutibile, i partiti, i quali scelgono, a loro volta, chi potrà essere delegato, che, quindi, non è un rappresentante del popolo ed è oltretutto senza vincolo di mandato. Ciò ha sostanzialmente impedito che il potere sovrano del popolo potesse essere esercitato non solo compiendo una scelta, ma anche cambiandola nel caso non soddisfi le sue aspettative e, questo perché il popolo non ha alcun potere di controllo, il che significa che, durante la legislatura, perde totalmente la sovranità e solo con nuove elezioni può esprimere la sua contrarietà facendo una scelta diversa di quella precedente. Ribadiamo quindi che la sovranità consiste nella possibilità di scegliere, controllare e cambiare.
In Italia, negli ultimi tempi, si sono avuti vari momenti politici in cui la sovranità del popolo è stata messa in discussione, infatti, già con vari governi tecnici, in qualche caso anche politici, si è parlato di un vulnus alla democrazia, ciò per molti aspetti è vero, soprattutto perché si è ceduto ad una scelta imposta dai cosiddetti mercati nei casi dei tecnici, ma, in realtà, la sovranità è rimasta in mano al Parlamento, che in primis ha accordato la fiducia al governo e poi ha avuto tutta la libertà di appoggiare o meno le leggi proposte dal governo dei tecnici.
In verità però il governo dei tecnici con le sue scelte – indotte – non ha migliorato la realtà economica e sociale del Paese e questo avrebbe, di fatto, dovuto far passare in secondo piano il modo come avvenuta la nomina. In realtà è avvenuto che mentre i tecnici salvavano l’Italia portandola in recessione, i cittadini erano assolutamente inermi con un Parlamento che ha approvato tutte quelle leggi ampiamente condivise, e poi, con la stessa unanimità politica si è indirizzato il malcontento popolare sul governo tecnico, contro le cui manovre recessive ed antisociali.
La verità è che le scelte sono state fatte dal parlamento legittimamente eletto che ha dato il suo benestare alla terapia di austerity per il Popolo italiano messa a punto da questi governi. È evidente che il problema non consiste nella cessione della sovranità ad un governo, seppure tecnico, ma nella cessione della fiducia al sistema elettorale, che non permette al popolo di controllare l’operato dei propri rappresentanti.
Oggi nella vita politica, non solo nazionale, la cessione del potere sovrano ad un’entità non controllabile appare chiaramente una scelta errata ed ha fatto emergere la necessità di studiare attentamente quale tipo di sovranità esiga di essere ripresa e quale concessa in delega.
Le nuove realtà della globalizzazione con le sue trasformazioni socio-economiche e politiche, la finanziarizzazione dell’economia, l’omologazione del pensiero unico iper liberista del turbo capitalismo stanno ampliando la necessità di una riflessione più adeguata.
Che cos’è dunque la globalizzazione? Secondo il sociologo Beck si tratta della “evidente perdita di confini dell’agire quotidiano nelle diverse dimensioni dell’economia, dell’informazione, dell’ecologia, della tecnica, dei conflitti transculturali e della società civile, cioè, in fondo qualcosa di familiare e nello stesso tempo inconcepibile, difficile da afferrare, ma che trasforma radicalmente la vita quotidiana, con una forza ben percepibile, costringendo tutti ad adeguarsi, a trovare risposte”.
Un fenomeno che coinvolge la vita degli esseri umani nel suo complesso, per la cui comprensione non basta un’analisi di tipo solo economicistico. La globalizzazione è prima di tutto un fenomeno “culturale” che non implica per forza di cose un’omologazione. Si tratta di qualcosa di più complesso, contraddittorio e sfumato.
I disorientamenti politici, sociali e culturali hanno segnato il passaggio dal XX al XXI secolo perché la globalizzazione ha unificato popoli e civiltà e lo sviluppo delle telecomunicazioni ha moltiplicato l’entità degli scambi monetari. Il controllo degli Stati nazionali in queste transazioni è rimasto superficiale e ha lasciato ampi spazi a quelle politiche di liberalizzazione economica che hanno portato ad assoggettare gli Stati alle imposizioni dei mercati. In tal modo si sono poste le basi per realizzare quella teoria utopistica-mercantile che vede l’utilità dello Stato solo nel ruolo di “fornitore” di forza lavoro e delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo di un mercato florido.
Alla fine la liberalizzazione economica da un lato e la finanziarizzazione dell’economia dall’altro, hanno portato alla crisi del Welfare State, facendo venir meno il rapporto e la mediazione tra Stato, lavoro e capitale. Il controllo dell’economia comportato dal Welfare cade in crisi perché il costituirsi di una nuova divisione internazionale del lavoro e del mercato complessivo eliminano la relazione tra Stato-capitale-lavoro, caratteristico di uno Stato interventista teorizzato da Keynes e regolato in economia da un “capitalismo democratico”.
I teorici della globalizzazione hanno divulgato l’idea che lo Stato rappresentasse un ostacolo al regolare e continuo scambio di merci nel mercato globale, tanto più che al moltiplicarsi di flussi di merci, capitali e popolazioni, si è aggiunta quella della circolazione, sempre meno controllata, di idee, lingue e culture lontanissime tra loro.
In effetti, tutto ciò ha accelerato la crisi degli Stati nazionali tradizionalmente intesi ed ha fatto venire allo scoperto separatismi e conflitti inter-etnici, tutti problemi che vengono sintetizzati nel concetto di «Democrazia difficile» o di «Democrazia complessa». Questo, secondo il pensiero liberale, è dovuto alla mancata globalizzazione delle istituzioni, per cui viene a mancare un cittadino globale, un consumatore globale e quindi un mercato globale inteso come luogo vero e proprio di scambio.
L’analisi della globalizzazione è stata oggetto dell’indagine di molti studiosi. Secondo Anthony Giddens, sociologo inglese, una visione della globalizzazione solamente come promozione di disuguaglianze si limita esclusivamente alla sua dimensione economica e, in particolare, al libero commercio senza regole, il quale si traduce, per un’economia debole, in una maggiore dipendenza dagli istituti multilaterali (fondi e sussidi) e dai mercati mondiali (borse, istituti di credito, mercati monetari, etc.).
Il problema, però, non sarebbe la presenza del libero mercato, bensì l’assenza di un contesto istituzionale che gli dia una forma adatta a perseguire un’equa redistribuzione della ricchezza mondiale. In questo quadro di massificazione si inseriscono le tendenze a sostituire i vecchi concetti e le vecchie istituzioni, caratteristici della civiltà occidentale, con quelli derivanti dalla volontà di dominio mondiale.
Sembra ormai che non ci sia più spazio alla sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità che gli appartiene e, infatti, i tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale collassano inevitabilmente in una obbedienza al pensiero economico unico e le differenze fra schieramenti si limitano a un’adesione più o meno “sentita” e una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”.
Contemporaneamente stanno diventando sempre più estese e pressanti le richieste di un’Europa politica perché solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso e capace di accettare cessioni della sovranità nazionale e capace di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la possibilità di decidere il proprio futuro, vi è la possibilità di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale.
La necessità di istituzioni che regolino i mercati, richiama nell’approccio di Giddens la questione della forza del potere politico nel mondo globalizzato. Secondo il sociologo inglese, gli Stati nazione e gli organismi sovranazionali hanno ancora un ruolo da giocare e un potere da esercitare, ma perché essi diventino efficaci necessitano una riformulazione delle strutture e delle modalità di funzionamento. In questo contesto sta scaturendo la rielaborazione e la creazione di concetti come regola, società giusta, collettività, consenso, dialogo, norma. Insomma è il contenuto delle stesse idee fondamentali di Democrazia, Uguaglianza o Libertà ad essere sottoposto ad una revisione di carattere dottrinario: in relazione, ad esempio, proprio al concetto di «norma».
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1) L’art. 1 della Costituzione afferma che “L’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro e che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.





