Home Opinioni SINODO, LE APORIE DEL SISTEMA

SINODO, LE APORIE DEL SISTEMA

0

di Vito Sibilio

La nuova sessione del Sinodo dei Vescovi in corso a Roma è senz’altro il momento culminante del Papato di Francesco,  ma la polarizzazione del dibattito attorno ad esso è senz’altro sproporzionata. I tradizionalisti lo vedono come uno strumento satanico che dovrebbe demolire l’edificio dottrinale costruito in secoli e secoli di fede. I progressisti lo dipingono come la palingenetica assemblea che dovrebbe restituire la fede alla purezza della sua ispirazione nel mondo contemporaneo. Sono due visioni del tutto infondate e in gran parte risibili. L’evento in corso è rilevante, ma la sua portata è circoscritta, perché il suo sistema è pieno di aporie, che sono state mantenute volontariamente. Vediamo perché.

La prima ragione è perché è un Sinodo e non un Concilio Ecumenico e nemmeno un Concilio Generale. Il Concilio è fondato sulla Scrittura e, sebbene le sue decisioni siano vincolanti solo se approvate dal Pontefice, esso è stato istituito dagli Apostoli, come attesta il libro degli Atti. Il Sinodo è una invenzione di Paolo VI, per dare un contentino ai progressisti che, con in testa il belga Suenens, volevano che ci fosse un organismo stabile episcopale che governasse la Chiesa col Papa. Montini, che non aveva intenzione di scavalcare all’indietro il dogma dell’Episcopato Universale del Pontefice Romano – ossia il suo – fondò un organismo consultivo, periodico, la cui autorità proveniva dalla sua. Wojtyla, quando lo invitarono a convocare un Concilio per l’Africa, preferì un Sinodo, perché come organismo era più gestibile. Bergoglio sta facendo lo stesso. Evidentemente sa che un Concilio Ecumenico o Generale non necessariamente sposerebbe la sua linea e che egli non potrebbe addomesticarlo, per cui ha continuato sulla linea dei predecessori e ha convocato un Sinodo, che evidentemente non vale affatto come un ipotetico Vaticano III.

La seconda ragione sta nel fatto che anche questa sessione non ha ricevuto dal Papa poteri deliberanti, come pure poteva concedergli. Evidentemente Francesco non ritiene di dover condividere con alcuno il munus petrino e quindi di non dover prendere decisioni collegiali, ma solo di dover partecipare a terzi il processo decisionale, che è diverso. Non vi è nessuna rivoluzione in atto, ma una modernizzazione dall’alto. La terza ragione deriva quindi dalla precedente: il Papa successivo non sarà minimamente vincolato a mantenere questa linea e gli basterà tenere un nuovo Sinodo per capovolgerla.

La quarta ragione sta nella composizione dell’assemblea: la metà dei membri sono nominati dal Papa. Ossia è come un consiglio della Corona, che ovviamente rappresenta la Corona e la testa su cui essa è posata. Non solo, ma va aggiunto, come quinto motivo, che anche la tanto conclamata partecipazione dei laici con diritto di voto, comprese le donne, avviene a dispetto della norma canonica che li esclude. Il Papa non si è nemmeno degnato di cambiarla, perché quel voto è un parere ufficiale pro capite, null’altro. Si dirà che segna un precedente, ma è un precedente che varrà poco, se nemmeno chi lo ha segnato ha ritenuto di doverlo codificare. In realtà, con questa equiparazione del voto tra sacerdozio gerarchico e sacerdozio battesimale, il Pontefice ha svilito il primo senza innalzare il secondo, lasciando il Primato di Pietro – ossia il suo – a troneggiare da solo. Perché non ha nessuna intenzione di modificare la costituzione gerarchica della Chiesa.

Abbiamo poi altre quattro ragioni collegate che ci spingono a ridimensionare il fatto di per sé: la teologia di riferimento è liquida perché liquide sono le sue radici: l’antropocentrismo di Rahner, l’ecclesiologia della Teologia del Pueblo e in genere la verbosità della Nouvelle Theologie. Essendo liquida, non può approdare a definizioni nuove di Chiesa, ma solo a differenti maniere di operare in essa. Del resto, il Papa non smette di ripeterlo. Inoltre il Sinodo non ha una dottrina canonica di riferimento, perché non concede diritti né impone obblighi ma opera pastoralmente. La mancanza di una dottrina giuridica, in una organizzazione sovrana strutturata, rende impossibile applicare qualsiasi norma. Infine, il Sinodo non ha una filosofia cristiana di riferimento. Non vi sono Agostino o Tommaso, Suarez o Rosmini, ma solo un pastoralismo imperante che mutua le categorie di pensiero dalla vulgata corrente, dall’abbattimento delle differenze di genere all’ambientalismo moralista, dal migrazionismo apolide al globalismo. Esauritesi queste istanze, e nel mondo odierno succede velocemente, si avvizzirà anche il messaggio sinodale. Laddove esse non ci sono, tali istanze saranno ignorate. Il risultato è che lo strumento di lavoro e, probabilmente, il deliberato, sarà del tutto inconsistente, perché verbosamente proteso ad una sintesi degli opposti che ognuno potrà leggere come vorrà, per mantenere insieme una Chiesa divisa da diverse decadi.

E questo perché, come nona ragione, alla base del Sinodo vi è l’esperienza delle Chiese latino americane del secolo scorso, tra gli anni sessanta e ottanta. Una esperienza importante, complessa, strutturata, a volte contraddittoria, segnata dall’impegno sociale, dal dissenso teologico, dalle lotte politiche e religiose. Una esperienza il cui modulo organizzativo fu la Comunità di Base, il cui vessillo fu la Teologia della Liberazione e i cui maestri furono i gesuiti marxisteggianti e neomodernisti. Ossia una esperienza finita, morta e sepolta, perché è cambiato il contesto storico, sociale e culturale di riferimento. Per cui, anche se venisse recepita in tutta la Chiesa, non sortirebbe gli obiettivi che avrebbe voluto avere all’epoca, semplicemente perché non esistono più. Questo fa del Papa un rivoluzionario romantico, un idealista fuori tempo e del Sinodo un’assemblea senz’altro innovativa ma senza nessuna carica realmente sovvertitrice. Quelli che credono che tramite la Sinodalità potranno mettere in discussione dogmi e comandamenti non hanno capito nulla. Del resto il Papa non fa che ripetere che non vuol cambiare nulla ma avviare un processo ecclesiale. I responsa ai dubia sono forse la cosa più importante uscita dalla sua penna in questi anni e tracciano un perimetro stretto attorno al Sinodo e alle discussioni che lo accompagnanpo. In effetti, laddove vi è più possibilità che il modello di Chiesa partecipata che Bergoglio agogna si possa realizzare, ossia in Africa o in Asia, nelle aree di espansione e di persecuzione, nessuno vuole cambiare alcunchè della fede, perché i neofiti e i perseguitati non modificano mai nulla, anzi custodiscono con fervore. Mentre in Occidente quel modello, se andasse in vigore, svuoterebbe ancora di più le chiese, in quanto creerebbe una spaccatura tra i “praticoni” di parroci e vescovi e i praticanti che pregano senza avere particolari responsabilità, come tra i praticanti in genere e i lontani. I fedeli possono accettare senza condividere le decisioni del clero, ma non accetteranno mai quelle di laici e preti prese per alzata di mano. Questa decima ragione sconsiglia veramente dal pensare che la Chiesa Sinodale, la Chiesa dei laici che decidono col clero, possa mai davvero nascere, possa mai essere stata concepita da ecclesiastici che sanno benissimo che rischiano di perdere il loro potere, un potere al quale, o per fede o per tornaconto, dovrebbero essere affezionati. Già oggi vi è uno scisma strisciante, anzi più di uno, per cui nella stessa fila di comunicandi vi è chi considera il Papa un eretico, chi crede che i Comandamenti siano superati, che la fine del mondo sia vicina, che il Vangelo sia mito. Una miscela che nessuna sinodalità potrà mai distillare.

Una undicesima ragione sta nel fatto che, come Francesco va ripetendo, non avremo decisioni innovative, ma una metodologia nuova. Cosa il Papa vorrebbe realizzare non sappiamo, ma fino a quando non si realizzerà nulla, nessuno potrà gridare all’eversione o inneggiare alla caduta della Bastiglia. La Sinodalità, comunque la si giudichi, è realmente un processo, un metodo. Non è un contenuto determinato. E’ un contenitore dove puoi mettere qualunque cosa. Il che significa che non si può additarla né come panacea né come apocalisse.

Infine, la dodicesima ragione discende da tutto questo. L’Esortazione Apostolica che verrà fuori sarà un documento di magistero ordinario, fallibile e integrabile. I Papi futuri potranno correggerla e integrarla. In questo saranno orientati dal sentire profondo di quei fedeli, al quale la Sinodalità vuol fare appello. La tredicesima ragione per non polarizzare la discussione sul Sinodo sta qui: la sua preparazione non è stata quell’evento di popolo descritto dai media ecclesiastici, non è stato un paradigma di Chiesa in uscita, non è stata inclusiva. Sono stati consultati pochissimi laici, operanti nelle parrocchie e nelle diocesi, spesso senza nessuna formazione specifica, con strumenti preimpostati che hanno dato risposte predeterminate. Esse spesso sono state condizionate dall’agenda globalista, dall’ecclesiasticamente corretto, ossia dalle forze operanti al centro e non in periferia. Il punto di arrivo sono i tavolini nella Nervi. Nessun dibattito, nessun confronto, nessuna conciliarità in partenza. Solo un  percorso fatto insieme ma ben guidati. Sinodalità, appunto. Che, ad oggi, rimane sostantivo derivato da Sinodo. Domani si vedrà.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui