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Sigonella e la seconda chiave

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Sigonella e la seconda chiave

Sovranità, veto e il gran rifiuto dell’Occidente

C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui il nodo non è più la disponibilità della forza, ma la titolarità della decisione.

È il punto in cui la geopolitica smette di essere semplice cronaca militare e torna a essere, nella sua essenza, una questione di sovranità.

La vicenda di Sigonella, tornata al centro del confronto tra Roma e Washington, non riguarda soltanto il diniego opposto agli Stati Uniti per l’utilizzo della base siciliana. Riguarda qualcosa di più profondo: chi detiene la seconda chiave della decisione finale?

Il rifiuto opposto dall’Italia all’atterraggio di velivoli statunitensi diretti verso il Medio Oriente, in assenza della preventiva autorizzazione prevista dagli accordi e del necessario passaggio istituzionale, ha riportato al centro una domanda che attraversa l’intera storia repubblicana, fino a che punto l’alleanza coincide con la cessione della sovranità?

È qui che il precedente craxiano del 1985 torna decisivo, Sigonella non è soltanto un luogo ma un paradigma.

Nel 1985, durante la crisi seguita al dirottamento dell’Achille Lauro, Bettino Craxi pose un limite netto all’azione americana, rivendicando la giurisdizione italiana e, con essa, il primato della decisione politica di Roma sul proprio territorio.

La notte in cui Carabinieri, VAM e Delta Force si fronteggiarono sulla pista siciliana non fu soltanto una crisi diplomatica; fu la rappresentazione della doppia chiave del potere.

Una chiave appartiene all’alleanza, cooperazione militare, presenza infrastrutturale, interoperabilità strategica, ma l’altra appartiene allo Stato.
Ed è proprio qui che si concentra il punto politico.

La prima chiave è la disponibilità tecnica della base, la cornice operativa dell’alleato, il dispositivo logistico e militare, la seconda chiave, invece, è il potere di autorizzare o negare, quindi il sì o il no finale. È la facoltà sovrana di aprire o chiudere il passaggio della decisione.

Le ricostruzioni emerse nelle ultime ore mostrano che la notizia è stata fatta filtrare attraverso fonti ministeriali, successivamente confermata dall’Agenzia Reuters, ma solo dopo la prima pubblicazione del Corriere della Sera.

Questo significa che non siamo di fronte a una semplice fuga di notizie incontrollata, vi è stata una scelta ponderata di rendere visibile il gesto politico. Rendere pubblico il diniego significa attribuirgli un valore strategico.

Non si tratta soltanto di una decisione tecnica, ma di una dichiarazione di sovranità.
In altri termini, Roma non ha semplicemente detto no, ha voluto che fosse notizia pubblica l’aver detto no.

Come ha osservato il direttore del Nuovo Giornale Nazionale, Silvano Danesi, richiamando nella chat di redazione il passo dell’Inferno dedicato agli ignavi, il punto non è soltanto la forza o la postura militare, ma la responsabilità della scelta.

Il rischio più grande, in questa fase, è correre dietro a un’insegna senza direzione, sottraendosi al peso della decisione.

Ed è qui che il richiamo dantesco acquista una forza quasi profetica:

“Vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto”.

Il rischio, oggi, non è soltanto l’escalation militare in Medio Oriente, ma l’ambiguità della decisione politica europea, sospesa tra fedeltà atlantica, diritto internazionale e il timore di essere trascinata in una guerra che non controlla.

Gli ignavi di Dante non sono semplicemente i codardi, ma coloro che rinunciano alla responsabilità della scelta, correndo dietro a un’insegna che gira senza posa, incapaci di imprimere una direzione.

Ed è forse questa l’immagine più efficace per descrivere il dilemma strategico dell’Occidente, non l’assenza di mezzi, ma il deficit di volontà politica.
Per questo la questione non riguarda il ministro in sé, né il singolo episodio.

Guido Crosetto ha esercitato una funzione istituzionale, non personale, ha reso operativo il limite giuridico e politico entro cui si muove la cooperazione con Washington. Quindi il nodo gordiano è un altro.

Chi possiede il potere di veto finale tra Roma e Washington?

La risposta, oggi come nel 1985, è che la seconda chiave resta nelle mani dello Stato italiano, non come gesto simbolico, ma come esercizio concreto di sovranità.

Nel momento in cui il Mediterraneo torna a essere teatro di tensione globale, Sigonella riaffiora come il punto esatto in cui l’alleanza incontra il limite dell’interesse nazionale.

Ed è forse qui che il gran rifiuto assume un doppio significato: da un lato il rifiuto ignavo di chi non sceglie; dall’altro il rifiuto sovrano di chi decide di non delegare ad altri la propria ultima parola.

Tra questi due rifiuti si gioca oggi il destino politico dell’Italia.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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