Due Italie profondamente diverse
Ci sono due immagini che mi hanno colpito, dopo i disordini di questi giorni. Due fotografie che raccontano, meglio di tante parole, due Italie profondamente diverse.
Da una parte, gli autotrasportatori e gli agricoltori del Sud: uomini che protestano in silenzio, con la sofferenza composta di chi lavora duramente e fatica a sopravvivere. E che, mentre manifestano, offrono da mangiare e da bere ai poliziotti chiamati a presidiare la protesta.
In quel gesto c’è molto più di una semplice cortesia. C’è il riconoscimento di una comune appartenenza: siamo tutti figli della stessa parte di Paese, quella che lavora, che fatica, che conosce il peso delle rinunce e lotta per difendere il proprio futuro.
Uomini che protestano, rivendicano diritti, chiedono ascolto, ma non per questo rinunciano al rispetto degli altri. Anzi, proprio nel momento del conflitto, dimostrano di saper distinguere tra chi hanno di fronte e ciò contro cui stanno lottando.
Eppure, la loro dolorosa invocazione d’aiuto, la dignitosa protesta è rimasta nel quasi silenzio dei media, la scena rubata da balordi e teppistelli.
È l’altra immagine, quella di orde di giovanissimi che mettono a ferro e fuoco le città, incendiano cassonetti, devastano vetrine, feriscono poliziotti.
E viene spontaneo chiedersi: per cosa?
Per un ideale?
Per denunciare le disuguaglianze?
Per protestare contro il caro vita o l’insostenibilità degli affitti?
No. Almeno, nulla di ciò che si vede lascia intravedere una simile consapevolezza. Nessuna rivendicazione riconoscibile, nessuna proposta, nessuna idea da difendere. Soltanto la distruzione, la violenza, il saccheggio. Il bisogno di aggredire, rompere, rubare. Esattamente così: rubare.
Non c’è nulla di rivoluzionario in tutto questo. La rivoluzione presuppone un pensiero, un obiettivo, una visione del mondo da cambiare. La devastazione fine a se stessa, invece, è soltanto il vuoto che si traveste da ribellione.
E mentre c’è chi rischia di perdere il frutto di una vita di lavoro e manifesta pacificamente, c’è chi sembra scambiare l’assenza di regole per libertà e la violenza per una forma di riscatto.
Il dato riferito è impressionante: 271 fermati, 220 dei quali minorenni.
Mia nonna, con quella saggezza popolare che non aveva bisogno di sociologi per chiamare le cose con il loro nome, avrebbe detto: «Con la bocca che puzza ancora di latte e già delinquenti di bassa lega».
Ebbene, non basta essere giovani per essere portatori di futuro. Il futuro bisogna anche saperlo immaginare, costruire e meritare. Mi chiedo dove siano i genitori di questi ragazzi.
Che cosa abbiano insegnato ai propri figli, quali valori abbiano trasmesso loro, quali strumenti abbiano messo nelle loro mani per affrontare la vita, costruirsi un futuro e diventare adulti.
Educare non significa soltanto proteggere, assecondare o giustificare ma insegnare che la libertà comporta responsabilità, che ogni diritto incontra il limite del diritto altrui e che la frustrazione non autorizza la violenza.
Ma c’è un’altra responsabilità, ancora più delicata, quando a intervenire in difesa di comportamenti violenti sono proprio coloro ai quali è affidata l’educazione.
Se degli insegnanti hanno davvero coperto o giustificato gli autori di queste violenze, la questione diventa gravissima.
La scuola non è soltanto il luogo in cui si trasmettono conoscenze: è il luogo in cui si dovrebbe imparare a pensare, a confrontarsi e ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
I giovani hanno bisogno di adulti capaci di ascoltarli ma anche di contraddirli, non si pseudo psicologi pietosi disposti a fornire alibi al loro malessere.
Chi si fa scudo dell’immaturità giovanile per assolvere ogni comportamento non protegge i ragazzi, li abbandona. Professori codardi e vili che usano il disagio dei giovani e li autorizzano ad atti di violenza facendosene scudo.
E c’è chi ha una responsabilità politica in tutto questo: una sinistra che sembra aver smarrito la capacità di elaborare idee, progetti e prospettive, e che troppo spesso finisce per raccogliere intorno a sé il malcontento senza riuscire a trasformarlo in una proposta politica.
Una sinistra che rischia di alimentare proteste senza interrogarsi sulle conseguenze, nell’imprudenza di chi accende una miccia senza sapere dove condurrà l’esplosione.
Sono inquietanti, in questo contesto, le parole di Elly Schlein: «Il Governo criminalizza il dissenso».
Ma il dissenso è una cosa, la violenza un’altra. Il primo è il fondamento della democrazia; la seconda nega il principio stesso della convivenza civile.
Dirò di più, sarebbe ora che la Polizia venisse autorizzata a rispondere alla violenza. Che non vuol dire essere violenti ma usare la forza contro i violenti. Capovolgere le regole d’ingaggio si può, anzi si deve.
Dissenso significa contestare, criticare, opporsi, manifestare, anche con durezza. Non significa incendiare, devastare, aggredire. E soprattutto non significa rivendicare una sorta di immunità morale per chi trasforma la protesta in un pretesto per delinquere.
Se ogni intervento contro la violenza diventa, per definizione, un attacco al dissenso, si finisce per confondere deliberatamente due piani che una cultura democratica dovrebbe invece saper distinguere con assoluta chiarezza.
Viene allora da chiedersi se non sopravviva, in una parte dell’opposizione, una concezione adolescenziale della politica: quella in cui la radicalità viene confusa con la forza delle idee, la contrapposizione con il coraggio e la piazza con il progetto.
Una politica capace di contestare tutto, ma incapace di indicare una direzione; pronta a denunciare le responsabilità altrui, assai meno pronta a interrogarsi sulle proprie.
Chi aspira a governare un Paese dovrebbe avere il compito di elevare il dibattito pubblico, non di alimentare ambiguità; di difendere il diritto di protesta, senza confonderlo con il diritto di devastare.
A me e a tutta una generazione di adulti hanno insegnato democrazia non si difende giustificando ogni forma di opposizione, ma custodendo le condizioni che rendono possibile il confronto.
Dovremmo , se ancora responsabili e consapevoli, protestare e chiedere che nelle istituzioni non abbiano posto persone come Lorenzo Pacini che invitano alla resistenza e alla violenza.
Vi è ormai una domanda ineludibile: chi aspira a rappresentare le istituzioni può davvero permettersi di non distinguere il dissenso dalla violenza?
La protesta può essere un atto di dignità. La violenza gratuita, invece, non è coraggio, non è dissenso, non è ribellione.
È soltanto miseria morale.
Questo Paese non merita certi partiti o certi sindaci.
Merita qualcosa di più.





