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I sinistri del Campo Marcio

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Giustificano i giovani autori della violenza che vogliono abbattere il Governo, quando la colpa delle difficoltà economiche è delle politiche demenziali dell’Unione Europea e della finanza speculativa, che ci vuole poveri e sottomessi – Una strategia di depistaggio evidente

L’ondata eversiva che sta attraversando l’Europa, colpendo con puntuale precisione alcuni Paesi e non altri, sta mettendo a nudo una strategia che accomuna una borghesia debosciata con un lumpenproletariat (proletariato straccione), composto in gran parte da figli di immigrati (la cosiddetta seconda generazione), con l’obiettivo di destabilizzare lo Stato democratico.

Al servizio di questa alleanza ci sono vari gruppi di antagonisti ben addestrati alle tecniche della guerriglia urbana e ben foraggiati per essere sempre a disposizione alla bisogna.

Questo è un primo elemento di analisi fondamentale per capire i fenomeni ai quali stiamo assistendo.

Un secondo elemento da considerare è lo stagno nel quale nuotano i pesci, ossia una rete che non è direttamente implicata nell’organizzazione degli eventi eversivi, ma li giustifica, assiste coloro che sono colpiti dall’intervento delle forze dell’ordine, organizza una propaganda che tende a rovesciare la catena delle responsabilità sullo Stato.

Un terzo elemento da considerare riguarda le motivazioni delle manifestazioni. E qui si palesa fino in fondo il gioco in atto.

Le proteste indicano contenuti che riguardano il caro vita, la difficoltà a trovare casa, accomunati al solito antifascismo e all’attacco al governo.

Gli slogan di Italia in Piazza, nella mobilitazione del 17 ottobre 2026, sono particolarmente interessanti perché accostano rivendicazioni sociali, pacifiste e antifasciste e contro il governo.

Le cronache della giornata riportano sia gli slogan generali della protesta sia i cori politici scanditi durante i cortei: «Italia in piazza contro il carovita», «Basta rincari, basta bugie», «Lavoro per vivere, non per sopravvivere», «Stipendi bassi, affitti alti, sanità scadente», «Più soldi alle famiglie, meno alle guerre». «Uniti si vince».

Nei cortei sono state segnalate bandiere italiane e palestinesi, insieme all’Inno d’Italia e a richiami all’unità dei partecipanti.

Non sono mancati slogan come: «Siamo tutti antifascisti», «Salvini e Meloni fuori dai coglioni», «Fascisti carogne tornate nelle fogne».

Il dato politico da esaminare è la compresenza di messaggi che non appartengono necessariamente alla stessa tradizione ideologica. Questa combinazione può consentire a gruppi diversi di riconoscersi nella medesima mobilitazione, pur attribuendole significati differenti.

Un elemento da verificare è la circolazione dello slogan «Bismillah, c’est les ténèbres» («Nel nome di Dio, è l’oscurità»), ripreso nel repertorio digitale delle proteste francesi e successivamente comparso anche nei contenuti relativi alle mobilitazioni italiane. Il Corriere della Sera ne documenta la circolazione.

Che cosa rivela questo repertorio?

Questo repertorio rivela che non si vuole per nulla colpire la fonte vera del disagio sociale, ossia la politica negatrice del progresso, della libertà, della democrazia e della stessa sopravvivenza del Vecchio Continente attuata dall’Unione Europea, braccio operativo delle linee economiche e ideologiche dalla finanza speculativa, depistando la protesta sui governi nazionali.

I nuovi satrapi riuniti nel World Economic Forum di Davos ce l’hanno detto a chiare lettere: sarete poveri e felici.

La competitività europea è stata perseguita con l’abbassamento dei salari, mentre ai cittadini veniva chiesto di adattarsi a una trasformazione economica presentata come inevitabile.

«Non possiederete nulla e sarete felici». La frase inglese «You’ll own nothing and you’ll be happy» è autentica: comparve in un video del World Economic Forum nel 2016 – 2018, ispirato a uno scenario immaginario scritto dalla politica danese Ida Auken.

Immaginava un futuro nel quale molte cose sarebbero state utilizzate tramite servizi, anziché possedute individualmente. Auken precisò successivamente che non si trattava del suo ideale di società, ma di uno scenario per stimolare il dibattito.

La domanda sostanziale è se una società basata sempre più su affitti, abbonamenti e accesso temporaneo ai beni possa rendere i cittadini maggiormente dipendenti da chi controlla piattaforme, capitali e infrastrutture, ossia dalla finanza e dai fondi. La risposta è sì, come dimostrano i casi di Berlino e della Grecia.

Un articolo di Prodi del 20 ottobre 2019 ricorda che, dopo la caduta del Muro di Berlino, il divario dei salari orari fra Europa occidentale e Cina arrivava a un rapporto di circa 40 a 1.

Scrive, inoltre, che le differenze salariali avevano reso impossibile competere in alcuni settori a bassa tecnologia, favorendo delocalizzazioni e trasferimenti di produzioni.

Le due questioni si incontrano in un modello economico nel quale il cittadino rischia di diventare contemporaneamente: un lavoratore il cui salario viene compresso dalla concorrenza internazionale; un consumatore che deve acquistare servizi prima accessibili attraverso beni di proprietà; un debitore o affittuario che dipende da chi possiede case, infrastrutture e capitale; un elettore formalmente libero, ma con margini economici sempre più ridotti.

Un’economia può essere competitiva sui mercati internazionali e, contemporaneamente, impoverire una parte della propria popolazione. Per capire se questo stia accadendo occorre osservare insieme salari reali, produttività, proprietà immobiliare, distribuzione dei profitti e accesso ai servizi essenziali.

Il cuore della crisi europea

Una politica climatica può essere ambientalmente ambiziosa e, nello stesso tempo, economicamente autolesionista se riduce la capacità produttiva interna senza garantire energia competitiva, investimenti e condizioni concorrenziali comparabili con quelle dei produttori esteri.

Non è soltanto una critica esterna alle istituzioni europee. Nel rapporto sulla competitività presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha indicato gli elevati costi energetici, il ritardo negli investimenti e la pressione competitiva internazionale fra i problemi strutturali dell’Europa.

Nel suo intervento al Parlamento europeo ha osservato che le imprese europee pagavano prezzi dell’elettricità da due a tre volte quelli statunitensi e cinesi.

La questione, quindi, è capire se l’Europa abbia costruito una transizione climatica compatibile con la propria autonomia industriale. La risposta è no.

I dati più significativi: non è soltanto una percezione

Un documento del Consiglio dell’UE del 2026 riporta che la quota manifatturiera è scesa dal 17,4% del PIL europeo nel 2000 al 14,3% nel 2024.

Indica, inoltre, che, dal 2019, i volumi produttivi dei settori industriali ad alta intensità energetica sono diminuiti di quasi il 20%. Fra le cause citate figurano prezzi energetici elevati, concorrenza internazionale distorta, costi della decarbonizzazione e ostacoli regolatori.

Questi dati confermano una perdita di peso relativo della manifattura e una forte contrazione in alcuni settori energivori.

Elementi che incidono anche globalizzazione, automazione, trasformazioni della domanda, concorrenza cinese e crisi energetiche.

norme climaticheLa stessa Agenzia europea dell’ambiente, nel rapporto pubblicato il 20 ottobre 2026, riconosce che l’Europa non dispone ancora di tutte le condizioni necessarie per una trasformazione industriale pulita: mancano finanziamenti, infrastrutture, energia a basso costo e domanda sufficiente.

Stima, inoltre, un divario di finanziamento di 30 – 60 miliardi di euro all’anno fino al 2030 per la trasformazione industriale. L’Agenzia avverte che regolamentazione e prezzo del carbonio, da soli, potrebbero non bastare a mantenere la competitività.

Questo è un riconoscimento istituzionale significativo: non basta imporre alle imprese di decarbonizzare; bisogna consentire loro di farlo senza perdere la capacità di produrre.

ETS e CBAM: il problema della concorrenza internazionale

Il sistema europeo di scambio delle emissioni, ETS, attribuisce un prezzo alle emissioni di CO₂. Per le imprese industriali ciò può significare costi aggiuntivi, anche se alcune ricevono quote gratuite.

Dal 2026 è entrato nel regime definitivo il meccanismo CBAM, che applica obblighi legati alle emissioni incorporate in determinate importazioni, fra cui acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti e idrogeno. L’obiettivo è ridurre il vantaggio dei produttori esteri soggetti a vincoli climatici meno severi.

Rimane però una questione decisiva: il CBAM non risolve automaticamente tutti i problemi competitivi, in particolare per le esportazioni europee verso Paesi senza un prezzo del carbonio equivalente. La Commissione stessa riconosce che alcuni prodotti europei esportati possono rimanere esposti al rischio di perdita di competitività.

Il paradosso: ridurre le emissioni europee senza ridurre quelle globali

Immaginiamo che una fabbrica europea di acciaio chiuda perché non riesce a sostenere i costi energetici e di decarbonizzazione. Se la domanda viene soddisfatta da acciaio importato prodotto con tecnologie più inquinanti, l’Europa potrebbe ridurre le proprie emissioni territoriali senza ottenere una riduzione equivalente delle emissioni globali.

È precisamente il rischio definito carbon leakage dalla Commissione europea: il trasferimento della produzione e delle emissioni verso Paesi con vincoli climatici meno rigorosi.

Nel caso dell’acciaio, la questione non è soltanto ambientale. Perdere impianti, competenze, fornitori e capacità di produrre acciaio primario significa anche perdere autonomia strategica.

È il problema che emerge quando si considera Taranto non come una singola fabbrica, ma come parte di una filiera industriale nazionale.

Il documento europeo sulla competitività del 2025 riconosce espressamente che l’Europa deve ridurre gli oneri regolatori, rendere proporzionate le norme e fare in modo che la decarbonizzazione sia compatibile con la competitività.

Una transizione climatica priva di una politica industriale adeguata può trasformarsi in una perdita di capacità produttiva e autonomia economica. I dati disponibili confermano la contrazione di settori importanti e l’esistenza di costi e vincoli riconosciuti dalle stesse istituzioni europee.

Per stabilire quanto della deindustrializzazione sia imputabile specificamente alle politiche climatiche, occorre però distinguere l’effetto delle norme da quello dei prezzi energetici, della concorrenza internazionale e delle scelte d’investimento.

Mobilitazione dell’eversione “fino alla caduta del governo”.

Rivolgere nei confronti dei governi nazionali le proteste che andrebbero indirizzate a Bruxelles, alla von der Leyen, ai 30 mila burocrati che ci asfissiano, alle politiche scellerate della Commissione, alle logiche di Davos è un modo per deviare la rabbia di chi si trova in difficoltà che ha molto a che fare con una strategia di depistaggio della finanza speculativa, soprattutto nel momento nel quale viene attaccata al cuore dall’intesa di fondo tra Trump, Putin e Xi Jinping.

Quindi si attacca la Meloni per non attaccare la von der Leyen.

Se c’erano dubbi sulle motivazioni della piazza ce le toglie il Movimento 17 ottobre, il quale proclama una mobilitazione permanente fissata per ogni sabato alle 15, con il primo appuntamento in programma proprio nelle piazze del capoluogo lombardo.

È la linea lanciata dal neonato “Movimento 17 ottobre”, che attraverso i propri canali social ha annunciato l’intenzione di scendere in piazza con cadenza settimanale in diverse città italiane “fino alla caduta del governo”.

La propaganda del gruppo è partita direttamente su Instagram e Telegram. Sulle piattaforme social la descrizione della pagina riassume l’orientamento dell’organizzazione: “Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri”.

Nei messaggi diffusi dagli amministratori viene respinta ogni accusa relativa ai recenti disordini di piazza, ribaltando le responsabilità sulle istituzioni: “I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo”, aggiungendo la formula “Rigettiamo tutte le accuse al mittente. Violento è questo sistema che ci uccide”.

A far discutere sono anche i contenuti multimediali pubblicati sul profilo Instagram. Tra i pochi filmati diffusi compare un video in cui alcuni dei giovani responsabili dei recenti saccheggi ai danni dei negozi del centro di Milano mostrano la consegna della merce rubata a un senzatetto. L’azione è stata espressamente etichettata dal gruppo con la dicitura “Esproprio proletario a Milano”.

I maranza e l’idiozia della sinistra

Per anni i sinistri hanno voluto eliminare il problema dei maranza adducendo il solito psicologismo d’accatto del buonismo ipocrita catto comunista.

Poi a Brecia si scopre con sconcerto che due dei devastatori di Piazza Duomo hanno solo 14 anni, sei ne hanno 16, uno 17. E poi ci sono due maggiorenni da pochi mesi.

Tutti italiani di seconda generazione, per lo più studenti, residenti in città e tutti denunciati dopo la manifestazione, sfociata in violenza, contro il caro vita. In piazza avevano il volto coperto, un paio erano a torso nudo, mentre lanciavano sassi verso le forze dell’ordine e ribaltavano i tavolini dei bar.

Ovunque, Milano, Torino, Ravenna, si è assistito alla carica organizzata, da guerriglia urbana, di giovani, in gran parte minorenni, e in gran parte di seconda generazione da immigrazione, eppure i sinistri non mancano di continuare a sostenere, a coprire.

L’europarlamentare monzese Ilaria Salis (Alleanza Verdi e Sinistra) esprime un ringraziamento al team di avvocati che stanno offrendo la propria assistenza professionale ai giovani (e giovanissimi) fermati dalla polizia durante la guerriglia urbana di domenica pomeriggio a Milano.

“Sono preoccupata per i giovani fermati” – dice la Salis – “Anche qualora alcuni dei giovani fermati avessero commesso dei reati, circostanza che dovrà essere accertata nelle sedi competenti, ciò non li priverebbe in alcun modo dei loro diritti fondamentali, che devono essere garantiti e rispettati senza eccezioni. La storia recente del nostro Paese ci insegna, purtroppo, che in situazioni di forte tensione si sono verificati episodi gravissimi di violenza. Di qui, la mia preoccupazione. Che spero risulterà infondata. La destra è animata da spirito di vendetta”.

Poi un attacco alla politica, a quella “destra autoritaria, animata da uno spirito di vendetta intriso di classismo e razzismo, per la quale è necessario ribadire con forza” – prosegue Ilaria Salis – “un principio irrinunciabile: viviamo in uno Stato di diritto, non in uno Stato di polizia. Il garantismo e il rispetto dei diritti fondamentali costituiscono le fondamenta di una società democratica e civile. Devono valere sempre, per tutte e tutti. Soprattutto in questi momenti”.

Questa è la politica dello stagno nel quale nuotano i pesci rossi dell’eversione.

“Bisogna garantire i diritti dei giovani fermati”, questa la preoccupazione di Salis dopo la guerriglia, non di solidarietà allo Stato democratico che è attaccato da un’eversione organizzata, non di solidarietà a chi ha avuto danni, non di solidarietà ai cittadini terrorizzati. No, la solidarietà va i delinquenti.

Ecco perché il “Campo Largo” è un “Campo Marcio”.

Di fronte agli scontri nelle piazze e all’approvazione del nuovo Decreto Sicurezza da parte del Governo Meloni, le forze d’opposizione di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) e del Movimento 5 Stelle (M5S) hanno espresso posizioni di forte critica verso le misure repressive dell’esecutivo, articolando argomentazioni specifiche a difesa e comprensione delle giovani generazioni.

Alleanza Verdi e Sinistra (AVS): “Rabbia da ascoltare, non da reprimere”.

Per AVS (con interventi di esponenti come Peppe De Cristofaro e Marco Grimaldi), il tema centrale è il rifiuto della risposta esclusivamente giudiziaria e securitaria davanti al malessere giovanile.

Peppe De Cristofaro ha denunciato l’uso sistematico da parte della destra di decreti restrittivi che mirano a «colpire le giovani generazioni considerate unicamente come un problema di sicurezza e ordine pubblico» anziché come un soggetto sociale con cui interloquire.

Marco Grimaldi ha sottolineato che in tutta Europa le piazze si stanno riempiendo contro l’inflazione, il caro affitti e la mancanza di prospettive. Secondo la visione di AVS, «chi semina riarmo e precarietà raccoglie miseria e rabbia».

L’invito del partito è quello di spostare il focus politico dal bando dei cortei ai problemi reali di chi studia, lavora e non riesce ad arrivare a fine mese.

Movimento 5 Stelle (M5S): “Fallimento delle politiche giovanili e di sicurezza”

Il M5S ha impostato la propria linea sia sulla condanna del metodo di governo, sia sulla necessità di distinguere il disagio sociale dal teppismo marginale, attaccando le carenze dell’esecutivo.

Il Movimento evidenzia come gli interventi normativi d’urgenza (come le sanzioni economiche ai genitori e l’inasprimento delle pene per i minorenni) rappresentino la confessione del “fallimento delle politiche di sicurezza” del ministro dell’Interno e del governo.

Gli esponenti M5S sostengono che la maggior parte dei ragazzi che scendono in piazza porti istanze legittime (sul clima, sui diritti, contro la precarietà economica e il carovita) e che la criminalizzazione indiscriminata dei giovani rischi unicamente di alimentare la spirale della radicalizzazione e della sfiducia nelle istituzioni.

Ecco perché il Campo Largo è un Campo Marcio.

Il marciume di una borghesia debosciata con il Dna sessantottino

C’è, infine, il marciume di un’élite debosciata con il DNA sessantottino.

Chi insulta la Meloni con termini come ciociara e borgatara dà segno di odiare profondamente il popolo. C’è un sinistrismo marcio, che ha venduto l’anima alla finanza speculativa, che odia il popolo e che ha nel DNA lo snobismo della borghesia debosciata che annovera al proprio interno i figli e i nipoti delle varie organizzazioni eversive degli anni Settanta.

La considerazione solleva un punto centrale della contrapposizione socio-politica contemporanea: il corto circuito tra il linguaggio delle élite e la rappresentanza delle classi popolari, emerso di recente anche nel dibattito pubblico a seguito di episodi di denigrazione verbale nei confronti della Premier Giorgia Meloni.

Termini come “borgatara” o “ciociara” usati in senso spregiativo riflettono una forma di snobismo classista. Quando l’appartenenza a una periferia (la borgata) o a un territorio provinciale (la Ciociaria) viene usata come sinonimo di “subalternità culturale” o di inadeguatezza istituzionale, si tradisce la convinzione che il potere debba appartenere solo a determinati ceti urbanizzati, accademici o tecnocratici.

La risposta di Giorgia Meloni – che ha rivendicato con orgoglio le origini popolari e provinciali contro l’ostentazione di superiorità – intercetta proprio questo risentimento, trasformando l’insulto in un fattore di legittimazione e connessione empatica con il “popolo”.

Dagli anni ’90 in poi, ampi settori della sinistra europea si sono progressivamente omologati all’agenda neoliberista e globalista, sposando la deregulation finanziaria e la fluidità dei mercati.

Parallelamente, la priorità della lotta sociale ed economica è stata sostituita dalle battaglie sui diritti individuali e cosmopoliti, tipiche delle classi medio-alte urbane.

Questo ha creato una spaccatura: mentre i ceti popolari e le periferie si sentivano abbandonati di fronte alle crisi economiche e alla precarietà, l’intellighenzia progressista tendeva a bollare il loro malessere o le loro istanze identitarie come “ignoranza” o “populismo”.

In molti contesti, il radicalismo ideologico è stato storicamente un “bene di lusso” coltivato da giovani di estrazione sociale elevata (i cosiddetti “figli della borghesia” già descritti da Pier Paolo Pasolini nella celebre poesia sulle giornate di Valle Giulia nel 1968).

Il rischio, rilevato da molti analisti, è la permanenza di una subcultura d’élite che predica la rivoluzione o la rottura istituzionale senza mai pagarne i costi materiali, i quali ricadono invariabilmente sulle periferie e sui lavoratori.

Ecco perché il “Campo Largo” è un “Campo Marcio”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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