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Riyad verso la sconfitta nello Yemen

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Arabia Saudita e Yemen

L’Arabia Saudita in difficoltà su tutti i fronti e con obiettivi strategici interni sottoposti a ripetuti attacchi

L’insostenibilità dell’operazione Dawn of Yemen porta Riyad sempre più dinanzi alla prospettiva di una certa sconfitta.

Naturalmente, questa sconfitta non riguarda soltanto l’Arabia Saudita in sé, ma anche il governo meridionale yemenita – il Consiglio Presidenziale di Guida, CPG – che, per quanto unico legalmente riconosciuto a livello internazionale, resta pur sempre un “non governo” a capo di un “non Stato”, caratterizzato, al suo interno, da intense lacerazioni tra gruppi e poli rivali, e da una sostanziale ingovernabilità.

Quando un guscio vuoto, come il CPG, entra in urto con un governo (il Consiglio Politico di Supremo, CPS, dove oltre agli sciiti di Ansarallah siedono anche forze sunnite e laiche), non è difficile immaginare quali potranno essere gli esiti.

Il tentativo di Riyad di soccorrere quel “guscio vuoto”, in quanto rappresentanza dei suoi interessi e delle sue ambizioni egemoniche nello Yemen, ha come unico effetto di trascinarla, a sua volta, in un conflitto da cui, come la storia insegna, può soltanto uscire con le ossa rotte.

Tolta la guerra dell’allora neonato Regno Saudita contro il Regno Mutawakkilita yemenita del 1934, vinta da Abdul Aziz al-Saud grazie al supporto delle truppe inglesi contro il debole Imam Yahia Mohammad Al-Din Hamid, tutte le successive guerre dei Saud contro lo Yemen non sono mai state davvero da incorniciare.

La guerra civile del 1962 – 1967 contro la neonata Repubblica Araba dello Yemen, sostenuta dall’Egitto, fu un bagno di sangue che terminò solo perché a Il Cairo la presenza militare in loco era giunta a costare ogni giorno oltre un milione di dollari del tempo.

I due Paesi trovarono un compromesso che portò alla sostituzione del primo presidente rivoluzionario yemenita, Abd Allah Al-Sallal, con Abdul Rahman Al-Iryani.

Mentre le operazioni avviate dal 2015 al 2022 non sono riuscite né a scacciare Ansarallah da Sana’a né a ricomporre il vecchio status quo, rappresentato proprio dal debole regime al potere nel sud, dove ha sin qui vissuto in una condizione di “confino assistito”.

Quel che è peggio, è che tutte queste guerre, oltre a piccoli conflitti col sud quando ancora indipendente sotto la vecchia Repubblica Democratica Popolare Yemenita, non sono mai stati condotti o sostenuti da Riyad in piena autonomia, senza doversi avvalere anche del supporto di altri alleati.

Dopotutto, nel caso del conflitto più recente, dal 2015 al 2022/2023, insieme ai sauditi vi era una vasta coalizione di cui gli EAU erano la seconda testa, spalleggiata da un vasto dispositivo che si estendeva dal CENTCOM alla NATO, dagli USA all’UE fino a Israele, quando in via diretta, quando indiretta.

Il bilancio degli ultimi giorni è sotto gli occhi di tutti, e vede Dawn of Yemen condotta con pervicace brutalità e senza risparmio di risorse, ma in ogni caso ferma ad un punto morto: Ansarallah non soltanto non retrocede sul suolo yemenita, dove infatti avanza, ma risponde con lanci di missili e droni che sempre più letalmente colpiscono gli obiettivi sauditi.

L’aeroporto internazionale di Riyad, gli impianti petroliferi a Riyad, Daharan e Khurais, la base militare a Khamis Mushait, sono solo alcuni dei tanti siti visitati a più riprese dagli attacchi yemeniti.

Le rappresaglie su Sana’a, Saada, Dhamar, Hodeidah, Amran, Lahj, Al-Sabaha, aggravano il bilancio umanitario e soprattutto animano gli yemeniti a reagire in termini ancor più violenti, mossi anche dall’istanza di vendicare i nuovi martiri.

Non ci dobbiamo così sorprendere se nel governatorato di Taiz, giusto per fare un esempio, Ansarallah completa il controllo del territorio e chiude ogni accesso allo stesso capoluogo Taiz, pronto a intascare l’ennesima conquista sul campo; mentre in quelli più al nord, come Al-Jawf e Marib, la spinta della coalizione saudita risulta, per usare un eufemismo, semplicemente frenata.

Il tutto mentre il CPG sente sempre più su di sé la pressione dei rivali di Ansarallah e del CPS, come visto, giusto per fare un esempio, dal clamoroso attacco al Palazzo Presidenziale di Aden.

Ne è prova proprio la recente apertura del nuovo fronte di Lahj, estremamente critico proprio perché a ridosso di Aden: intervenendovi, Ansarallah può a quel punto rafforzarne il blocco dei rifornimenti logistici, già comportato dall’azione su Taiz, e dare un’ulteriore stretta di vite all’isolamento della capitale provvisoria yemenita.

A tempo debito, assicuratosi il controllo del retroterra, Ansarallah non avrà grossi problemi a raccogliere la stessa Aden come un frutto muro.

Nel frattempo, Teheran capitalizza politicamente i successi dei suoi alleati yemeniti, reiterando la sua disponibilità a mediare per raggiungere una de-escalation.

Che a Riyad non convenga lasciarsi sempre più travolgere dalla spirale dove invece è precipitata, è un fatto evidente anche alla diretta interessata; ma, nel Regno, c’è anche un problema legato agli scarsi spazi, anche nelle alte sfere, per il dibattito e la critica interna.

È difficile caldeggiare alternative al conseguimento di una vittoria risolutiva e da ottenersi ad ogni costo sugli yemeniti, perché quella soluzione, per quanto lontana, risulta pur sempre l’unica in grado di salvare anche il prestigio politico e personale di Mohammed bin Salman, garantendo un futuro al suo potere.

Una sconfitta lo metterebbe in discussione; ma proseguendo a oltranza il conflitto il rischio è che a venir messi in discussione siano anche il futuro dello stesso Casato dei Saud o, quantomeno, gli equilibri di potere interni, con impensabili contraccolpi di ordine strutturale.

Riyad, in questa guerra, si sta dunque giocando il tutto e per tutto e la diplomazia, che pure i sauditi non avrebbero mai ripudiato sin dall’inizio delle ostilità, viene in ogni caso vista oggi come una extrema ratio, una seconda opzione ben meno desiderabile rispetto a un brillante trionfo.

Non a caso, le proposte diplomatiche di Teheran, almeno in apparenza vantaggiose per Riyad, vedono pur sempre un congelamento del fronte che lascerebbe ad Ansarallah i vantaggi sin qui ottenuti, pari di fatto ad una paventata minaccia strategica tanto per i sauditi quanto per il CPG.

In questo quadro, il ruolo del Patto di Mutua Difesa della Mecca non appare così sorprendente: è, per l’appunto, un patto difensivo e non offensivo, e nessuno dei suoi contraenti vede ragioni politiche a violarlo trasformandolo in una realtà offensiva.

Intervengono di conseguenza sul suolo saudita, anziché yemenita, rafforzando le difese di Riyad, ed assistono in casi più limitati il governo di Aden, il CPG, in quanto pur sempre unico internazionalmente legittimo; ma ciò non li rende in guerra con Ansarallah, esattamente come non vi erano in precedenza, all’interno della coalizione navale di 14 Paesi creata in tutta frutta a luglio dai sauditi.

Lo stesso si può dire per l’Egitto, Paese gravitante intorno al Patto della Mecca pur senza esserne formalmente parte, e il cui intervento a sostegno di Riyad non si discosterà da funzioni difensive; e ciò per quanto Il Cairo a causa delle tensioni nel Mar Rosso conosca da anni, con un severo inasprimento a partire proprio dagli ultimi mesi, gravi conseguenze relative agli introiti derivanti dal Canale di Suez, che si vanno ad assommare anche al calo delle rimesse dei migranti egiziani nei Paesi del CCG, in buona parte rimpatriati a partire dallo scoppio della guerra all’Iran e allo Yemen.

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