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L’urbanistica nuova ha vizi antichi

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L'urbanistica nuova ha vizi antichi

L’urbanista condotto – Piccolo dizionario dei vizi antichi

L’urbanistica ha cambiato lingua. I vizi antichi pare la parlino molto bene.

Il dottore me lo ha domandato l’altra sera, al bancone, con l’aria di chi aspetta una smentita: «Voi urbanisti, adesso che parlate tutti di rigenerazione, siete diventati buoni?».

Gli ho promesso un dizionario. Eccolo. Breve, incompleto. Da aggiornare a ogni convegno.

rigenerazione urbana

Rigenerazione. Un tempo si diceva ristrutturazione urbanistica, prima ancora sventramento. Oggi l’area dismessa rinasce, il quartiere rifiorisce, la città guarisce. Il lessico è clinico, il referto immobiliare. Sotto la parola nuova lavora il più antico dei vizi: la rendita fondiaria, che guadagna per il solo fatto di stare dove sta. Il premio volumetrico la nutre, la deroga la vezzeggia. Il proprietario si sveglia rigenerato, con qualche piano in più.

Consumo di suolo zero. Obiettivo sacrosanto, cifra tonda. Si chiude la campagna, si stringe la città. Il valore che prima fuggiva verso i campi ora si addensa sui lotti già edificati, dove pochi possiedono molto. Nessuna ruspa in aperta pianura, molte gru in centro. Il suolo è salvo. L’affitto ringrazia.

Partenariato. Pubblico e privato, finalmente alleati. La parola profuma di Bruxelles. Il gesto è quello di sempre: il piano smette di essere una regola uguale per tutti per farsi trattativa, lotto per lotto, telefonata per telefonata. Una volta la si battezzava urbanistica contrattata, qualcuno la denunciava pure. Oggi porta il nome di flessibilità; ci si scrivono sopra le linee guida.

Compensazione. Abbatti un bosco qui, ne pianti uno là. L’ettaro ferito trova il suo gemello in un’area marginale, possibilmente vicino a uno svincolo. È l’indulgenza medievale, con il registro dei crediti al posto della bolla papale. La colpa si monetizza, il peccatore riparte leggero.

Perequazione. Qui il comma va battezzato. L’articolo 11 della legge regionale lombarda n. 12 del 2005 promette di ripartire in modo equo diritti edificatori e oneri tra i proprietari. Idea limpida, quasi evangelica. Nella pratica i diritti volano, passano di mano, si accumulano, atterrano dove conviene a chi ne ha raccolti di più. Una borsa valori del metro cubo, con il Comune nel ruolo di banditore.

Partecipazione. Il cittadino al centro. Tavoli, laboratori, foglietti colorati sul muro della sala civica. Poi il verbale, la sintesi, la controdeduzione. La decisione intanto viaggiava per conto suo, già matura. Si chiama ascolto. Somiglia a una visita ai parenti la domenica: ci si siede, si annuisce, si esce prima di cena.

Resilienza. Di questa ho scritto altrove. Basti dire che il quartiere resiliente è quello che sopporta tutto senza lamentarsi. La virtù perfetta del suddito.

Il dottore, che legge più di me, ha tirato fuori Calvino. La speculazione edilizia, 1957. Quinto Anfossi è un intellettuale progressista; torna nella sua riviera, vende i terreni di famiglia al costruttore Caisotti, si convince di partecipare al progresso. Finisce truffato e complice insieme.

La lezione di Calvino non riguarda il palazzinaro, figura facile. Riguarda l’uomo colto che trova le parole giuste per dire sì. Oggi Quinto avrebbe un master in rigenerazione urbana.

Esistono funzionari, tecnici, sindaci che queste parole le usano sul serio. Misurano, rifiutano, firmano soltanto quello che hanno letto. Il dizionario non parla di loro. Parla di chi ha imparato la lingua nuova per praticare il mestiere vecchio.

«Allora?» ha incalzato il dottore.

Ho pagato i due caffè. Fuori, sulla rotonda appena inaugurata, un cartello annunciava il prossimo intervento di rigenerazione. Il terreno era passato di mano tre anni prima. Il cartello parlava di futuro.

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