Il dossier Ucraina tra Washington, Mosca e Pechino
La proposta di Vladimir Putin di un possibile vertice con Donald Trump e Xi Jinping in Cina, in occasione del prossimo summit APEC, introduce un elemento di rilievo nella diplomazia internazionale, la possibilità che il futuro della guerra in Ucraina venga discusso all’interno di un formato ristretto tra le tre maggiori potenze, mentre il Paese direttamente coinvolto nel conflitto e l’Europa rischiano di non disporre dello stesso peso nella definizione degli equilibri negoziali.
L’ipotesi, riferita dalla stampa internazionale e successivamente discussa dal Cremlino, non costituisce ancora un vertice formalmente concordato, né esiste un’agenda trilaterale definita; il suo significato strategico risiede tuttavia nella configurazione politica che potrebbe contribuire a delineare.
La sequenza degli avvenimenti è significativa, dopo il riavvicinamento tra Trump e Putin, accompagnato dall’annuncio di un’intesa sulle forniture di diesel russo e dall’allentamento di alcune sanzioni statunitensi, l’inviato americano Steve Witkoff ha incontrato Volodymyr Zelensky e interlocutori europei a Oslo, prima di prepararsi a proseguire i contatti con la parte russa.
Washington tenta dunque di mantenere aperto un canale con Kiev e con i partner europei, ma contemporaneamente sviluppa una trattativa diretta con Mosca, in un contesto nel quale le dichiarazioni di Trump hanno evidenziato una crescente pressione sul governo ucraino affinché accetti una soluzione negoziale.
È proprio questa sovrapposizione di canali a rendere la fase attuale particolarmente delicata, il processo diplomatico non riguarda soltanto le condizioni per interrompere le ostilità, ma anche la distribuzione del potere decisionale sul futuro assetto europeo.
Per Putin, un confronto con Trump e Xi offrirebbe l’opportunità di collocare la questione ucraina entro una più ampia trattativa tra grandi potenze, nella quale sicurezza, rapporti economici e riconoscimento del ruolo internazionale russo potrebbero intrecciarsi.
Per Trump, il negoziato rappresenterebbe la possibilità di perseguire un accordo presentabile come risultato diplomatico e di ridurre i costi politici ed economici di un conflitto prolungato.
Per Xi Jinping, invece, l’eventuale partecipazione consentirebbe alla Cina di rafforzare la propria centralità diplomatica, accreditandosi come interlocutore indispensabile nella definizione degli equilibri eurasiatici senza dover necessariamente assumere impegni equivalenti a quelli delle parti direttamente coinvolte nella guerra.
Non dobbiamo confondere un possibile vertice con l’esistenza di un’intesa già raggiunta, né presumere che i tre governi condividano lo stesso obiettivo.
Gli interessi russi, americani e cinesi presentano convergenze ma anche divergenze sostanziali, e la presenza di Xi non garantirebbe automaticamente un accordo sulle condizioni della pace.
Il punto decisivo sarebbe capire se il confronto servisse a creare le condizioni per una soluzione accettabile anche per Kiev oppure a definire un’intesa tra potenze alla quale l’Ucraina sarebbe chiamata successivamente ad adeguarsi.
È qui che si apre il problema europeo. L’Unione europea sostiene una parte rilevante dei costi economici e finanziari della guerra, è direttamente esposta alle conseguenze della sicurezza del continente e deve affrontare la riorganizzazione della propria difesa, delle forniture energetiche e dei rapporti con Mosca.
Se le decisioni fondamentali venissero elaborate prevalentemente attraverso un’intesa tra Washington, Mosca e Pechino, gli europei potrebbero trovarsi nella condizione di dover gestire le conseguenze di accordi alla cui formulazione avrebbero contribuito in misura insufficiente.
Non sarebbe soltanto una questione di prestigio diplomatico, ma di capacità concreta di incidere sulle garanzie di sicurezza, sui territori contesi, sulle future relazioni con la Russia e sulle condizioni necessarie a impedire che il conflitto si ripresenti.
La lezione strategica è che la pace non coincide necessariamente con un equilibrio stabile, così come la fine delle ostilità non garantisce da sola la sicurezza di chi le ha subite.
Un accordo privo di garanzie credibili potrebbe congelare il conflitto senza risolverne le cause, mentre una soluzione imposta a Kiev rischierebbe di compromettere la legittimità e la tenuta dell’assetto successivo alla guerra.
Al tempo stesso, l’esclusione sistematica di Mosca da qualsiasi architettura negoziale renderebbe difficile costruire un’intesa duratura. La sfida diplomatica consiste quindi nel combinare il confronto tra le grandi potenze con la partecipazione effettiva dell’Ucraina e con un ruolo europeo proporzionato alle responsabilità che il continente dovrà assumersi.
Il possibile vertice Trump – Putin – Xi va letto, in definitiva, come un segnale della trasformazione dell’ordine internazionale verso una diplomazia sempre più concentrata sui rapporti diretti tra i principali centri di potere.
La questione ucraina diventa così anche un banco di prova della capacità europea di agire come soggetto strategico autonomo, anziché come spazio geografico sul quale altri definiscono le condizioni della sicurezza.
Perché il punto non è soltanto chi riuscirà a negoziare la fine della guerra, ma chi avrà il potere di stabilire l’assetto che verrà dopo: ed è in questa differenza, tra partecipare alla costruzione dell’ordine e limitarsi a subirne le conseguenze, che si misura oggi la posta in gioco per l’Europa.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


